Al Dall'Ara 25 vittorie del Bologna e 24 del Milan, per i rossoblù c'è da riscattare la figuraccia in 11 contro 9

Tutti colpevoli

Il giorno dopo la bruciante sconfitta casalinga con il Milan, arrivata peraltro a soli tre giorni dalla disfatta contro il Napoli, è anche il giorno in cui trapelano le prime immagini di quello che a grandi linee potrebbe essere il nuovo stadio Dall’Ara. Mai come oggi, quindi, presente e futuro rossoblù dovrebbero andare a braccetto, e invece paiono distanti anni luce. Le speranze e i sogni di un domani migliore si mescolano all’amarezza e alla rabbia per l’ennesimo spettacolo avvilente ammirato sul campo. Il primo pensiero è molto semplice: i risultati non possono che essere questi se l’unico obiettivo è fare un punto in più della stagione precedente. Può sembrare un paradosso affermarlo adesso, ma se torniamo ad ascoltare le dichiarazioni rilasciate dai dirigenti in estate non c’è lamentela che tenga, perché il Bologna è tredicesimo e di fatto già salvo, perfettamente in linea con il suo piano. Un piano che però, e qui è lecito lamentarsi, a livello prettamente sportivo sta richiamando alla mente alcune delle performance più mediocri e insignificanti nella storia del club.
Passi lo scorso campionato, quello successivo al ritorno in A, iniziato malissimo e concluso con i remi in barca dopo una fase centrale positiva e piuttosto dispendiosa. Non può passare quello a cui stiamo assistendo ora, perché al netto di infortuni, torti arbitrali e cattiva sorte, i felsinei non hanno mai effettuato il fatidico salto di qualità a cui erano stati chiamati. Non parlavamo in questi termini appena tre settimane fa dopo la bella vittoria sul Torino, è vero, perché sembrava finalmente essere arrivato il momento della svolta e della continuità, il momento buono per porsi nuovi traguardi e magari anche per divertirsi un po’. Invece è stato solo l’inizio del tracollo, e le responsabilità sono di tutti, nessuno escluso. «Punta alle stelle, se sbagli cadrai sulle nuvole», diceva qualcuno. Bisognerebbe farlo presente a Casteldebole, dove l’eccessiva prudenza e il continuo trincerarsi dietro al fascino di un progetto a lungo termine hanno quasi azzerato le ambizioni e l’entusiasmo nell’immediato. E dispiace prendere come esempio negativo l’ormai celebre frase di Riccardo Bigon, probabilmente il meno colpevole in assoluto, ma non si può parlare di brindisi salvezza con lo champagne e poi aspettarsi undici leoni in campo. Siamo già salvi e allora possiamo stappare, tanto va bene così…
Detto ciò, in campo ci vanno i giocatori, e molto di essi si stanno dimostrando ben al di sotto del loro vero o presunto valore. E poi c’è il lato umano. È brutto da dire, specialmente a chi ha vissuto anni in cui le bandiere e l’attaccamento alla maglia esistevano ancora, ma questi soggetti non meritano più di essere coccolati. In circolazione sono rimasti ben pochi Masina, che coi loro pregi e il loro difetti sono consapevoli di quale indumento stanno indossando, gli altri o non lo sanno o se ne fregano. Non solo sotto le Due Torri, ovunque. Di fronte a prestazioni con le mani in tasca o comunque con poco mordente, come se le vacanze iniziassero a febbraio (per citare le parole di Daniele Gastaldello), ci si deve arrabbiare ma purtroppo non ci si può stupire. Gran parte del merito va anche ai vertici del calcio italiano, che hanno ridotto la Serie A ad un torneo dai contorni amatoriali, ma questa non può essere una scusante: se diverse squadre si accontentano e iniziano a regalare punti, non ci si può sentire autorizzati a fare altrettanto. Sarebbe bello, molto bello, se il rispetto verso i colori e la piazza iniziasse ad andare oltre a qualche frase standard del tipo: «Ah che meraviglia Bologna, quanto mi piace camminare la sera per le vie del centro, come sono buone le tagliatelle, che onore giocare in un club così glorioso». Meno cazzate e più corse sul rettangolo verde.
Nel calderone non può poi mancare la guida tecnica, l’allenatore, che per la seconda stagione di fila sta attraversando un periodo di totale blackout. Nessuna variazione allo spartito, nonostante un 4-3-3 facilmente perforabile in fase difensiva e decisamente stantio in quella offensiva (ultima giustificazione di un bomber che non può più essere definito tale), scelte all’apparenza incomprensibili prima o durante le partite, la sensazione che le redini del gruppo non siano più così salde fra le sue mani. Il materiale a disposizione non è di qualità eccelsa, ma da qui a rimediare figuracce di tale portata c’è una bella differenza, specialmente se il tuo compito principale è quello di far crescere in termini di personalità e rendimento una rosa imbottita di giovani. L’augurio è che il riscatto, anzi, il risveglio, cominci anche per Roberto Donadoni già dal tardo pomeriggio di domenica a Marassi. Non sembrano esserci vie di mezzo: o si rialza subito la testa in modo concreto e possibilmente duraturo, per non distruggere quantomeno la base di questo nuovo corso rossoblù, oppure si rischia di andare incontro ad un altro finale di campionato pieno zeppo di umiliazioni e nervosismo. E a quel punto anche il presidente Joey Saputo dovrà iniziare a farsi delle domande, sempre che nel frattempo non se le sia già fatte.

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