Tutto contro, ma solo i perdenti si piangono addosso

Tutto contro, ma solo i perdenti si piangono addosso

«Il mio Dio è sceso dal letto col piede sbagliato, ma adesso questo non importa». Già in altre occasioni mi è capitato di citare gli Oasis per descrivere un particolare momento del Bologna, forse per la poetica semplicità e immediatezza che da sempre contraddistingue i testi firmati da Noel Gallagher. Anche questa volta è così, innanzitutto perché da circa un mese a questa parte sembra davvero che il Dio del calcio si sia letteralmente accanito contro i rossoblù, presentandosi sotto varie forme. Innanzitutto gli infortuni e i guai fisici, troppi e uno dietro l’altro, senza tregua: Mirante, Maietta, Destro, Torosidis, Oikonomou, Krafth e, ‘dulcis’ in fundo, Verdi, che nella migliore delle ipotesi resterà lontano dai campi per un paio di mesi. Tegole pesanti, per non dire pesantissime. Poi quella sorta di maledizione che ha colpito Gastaldello, che da capitano, leader e valore aggiunto della retroguardia si è improvvisamente trasformato in un elemento capace di incidere in negativo sul rendimento della squadra, con due espulsioni e una serie di prestazioni sottotono. Spesso, inoltre, la palla non vuole saperne di entrare in rete, aggiungiamoci anche un autogol, una marea di punti persi durante gli ultimi giri di lancette e svariate direzioni arbitrali a dir poco sfavorevoli, ed ecco prendere forma un mix quasi letale.
La prima cosa che viene da fare, quindi, è mettersi le mani nei capelli, sbraitare e prendersela con il Destino, con la D maiuscola, quello che sembra perseguitare alcuni e lasciare sempre in pace altri. Poi, però, ingoiato il boccone amaro e sbollita la rabbia, sia il tifoso che soprattutto il giornalista devono provare ad analizzare la situazione in modo lucido, perché a tutto c’è una spiegazione logica. Fatta eccezione per il caso di Mirante, un vero e proprio fulmine a ciel sereno, nel frenetico calcio di oggi gli infortuni sia muscolari che traumatici sono ormai all’ordine del giorno, e, anche se a livello professionistico sarebbe meglio che non capitasse, può succedere che alcuni di essi vengano trattati in modo non perfetto, dando poi origine ad altri problemi più o meno grandi, come quelli che stanno tenendo ai box Destro. E se il buon Mattia non c’è, chi segna? Nessuno, e la responsabilità di chi è? Non del Fato, ma di chi, nonostante il Bologna abbia avuto il peggior attacco della Serie A 2015-2016, e consapevole del complesso recupero del proprio bomber principe (oltre che del suo primo sostituto, Floccari), non è corso adeguatamente ai ripari acquistando un attaccante già fatto e finito, pronto per ogni evenienza. Tre nomi: Borriello, Matri, Pinilla.
Per continuare, se spesso si viene rimontati subendo gol nel finale, evidentemente c’è qualcosa che ancora non funziona a dovere sul piano dell’equilibrio, dell’attenzione e della concentrazione, come sottolineato a più riprese da Donadoni in conferenza stampa. In rosa ci sono molti giovani dal grande potenziale che però devono ancora crescere molto, quindi è normale (anche se alla lunga un po’ frustrante) che possano accadere episodi simili. Ciò che invece non dovrebbe accadere è che un giocatore di 33 anni come Gastaldello, peraltro tra i migliori difensori del nostro campionato da diversi anni, commetta errori sia tecnici che comportamentali del genere, con i primi che sono comunque più scusabili dei secondi. Chissà, forse lo stesso Donadoni in estate aveva fiutato qualcosa, e per questo motivo, considerando anche la fragilità di Maietta e agli alti e bassi di Oikonomou, aveva chiesto alla società un altro centrale esperto e affidabile, ricevendo però in cambio il promettente ma ancora acerbo Helander. Insomma, ci sono parecchi rimpianti derivanti dal mercato, perché se da un lato l’organico rossoblù pare assolutamente adeguato per una salvezza serena, magari migliorando il piazzamento dello scorso anno, dall’altro non si può fare a meno di notare che sarebbe bastato davvero poco di più per stabilizzarsi nella parte sinistra della classifica. Qualche tassello, possibilmente di qualità, dovrà essere aggiunto nella finestra invernale di trattative, e nel mentre resta viva la speranza che gli elementi fin qui un po’ evanescenti possano iniziare a mettere in mostra con continuità il loro reale valore.
Infine, il discorso arbitri. Da un lato la tanto decantata scuola italiana, storicamente considerata tra le migliori se non la migliore d’Europa, che però al giorno d’oggi tale non è più, incapace ormai di crescere direttori di gara e soprattutto assistenti di buon livello: sviste colossali, metro di giudizio non equo, pessima gestione dei cartellini, manie di protagonismo o scarsa personalità, un pizzico della cara vecchia sudditanza psicologica nei confronti delle cosiddette ‘grandi’ (involontaria, sia chiaro, non si parla di malafede) e partite su partite condizionate e rovinate. Dall’altro lato la scelta della dirigenza felsinea di intraprendere una strada fatta di educazione e signorilità, senza alcuna protesta, qualcosa che in questo calcio pazzo e malato non si vede spesso, assai lodevole nelle intenzioni ma controproducente nei fatti: il Bologna è ormai diventato la vittima sacrificale, quella che viene colpita e non si lamenta mai. Ecco, non si pretende che in Lega inizino a volare sedie e tavoli, mai vorremmo che questa società si abbassasse al livello di quelle che fanno dell’arroganza e dei piagnistei il loro pane quotidiano, ma è ormai chiaro a tutti (Donadoni compreso: «Sono davvero stanco, non va bene stare sempre zitti») che il silenzio e la bontà non pagano. Se si vuole tornare a contare qualcosa non bisogna porgere l’altra guancia, ma iniziare a farsi rispettare in quel Palazzo dove da decenni si aggirano e comandano sempre le stesse facce.
Comunque, tornando al punto di partenza, adesso tutto questo non importa, rappresenta il passato. La cosa migliore da fare al momento è prendere atto degli errori commessi dentro e fuori dal campo e lavorare per correggerli, non arrendersi di fronte alla sfortuna, farsene una ragione e compattarsi per venirne fuori ancora più forti. Il disfattismo, le teste fasciate prima che siano rotte, la paura, l’ansia, la schizofrenia da risultato, le critiche fini a se stesse e le lacrime dopo appena due mesi di campionato non servono a nulla, anzi, sono tremende sabbie mobili da evitare con attenzione. I problemi ci sono, gli ostacoli da superare anche, ma per il bene del Bologna è fondamentale che l’ambiente rimanga sereno e che tutti continuino a remare nella stessa direzione. «Little by little», come cantavano gli Oasis, o «step by step», per dirla alla maniera del presidente Joey Saputo, rialzeremo la testa e torneremo a sorridere, magari già da domenica sera all’Olimpico contro la Roma. Dobbiamo solo crederci.

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