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Amoroso:

Amoroso: “Imparo il mestiere di allenatore, e non dimentico mai Bologna”

Christian Amoroso, col suo passo felpato e la sua visione di gioco, ha illuminato tantissime partite del Bologna nei primi anni Duemila. Lanci col contagiri, verticalizzazioni perfette, assist al bacio, ma non solo, anche tanta corsa e tanta grinta, in ogni momento. Il ragazzo di Casina, infatti, non ha abbandonato la squadra nemmeno dopo la dolorosa e poco limpida retrocessione in B del 2005, anzi, ha continuato a battersi e a mettere il suo talento al servizio dei compagni per tre lunghe stagioni, fino al ritorno nella massima serie il 1° giugno 2008. L’ex centrocampista, prima di concludere la sua carriera da calciatore, ha coronato il sogno di vestire la maglia del Pisa, per poi iniziare il percorso da allenatore sempre nel club della sua città. Allievi, Primavera e infine, nel 2015, la chiamata dalla Prima Squadra, con cui ha sfiorato la qualificazione ai playoff nel Girone B di Lega Pro. Oggi Amoroso siede sulla panchina del Ghivizzano Borgoamozzano, formazione lucchese di Serie D, e ZO lo ha contattato per parlare del momento attuale dei rossoblù.

Christian Amoroso, dove sei finito?  «Alleno il Ghivizzano».

Il Ghivizzano? E dov’è? «È la squadra di Borgoamozzano, sto lavorando per fare un’impresa».

Un’impresa? Quale? «Ho preso la squadra che aveva sette punti, una classifica disastrosa, ma la società era solida. Mi avevano promesso che a dicembre avrebbero roviluzionato la squadra: almeno in parte lo hanno fatto. Ora siamo lì a lottare per uscire dalla zona playout. Credimi, mi sono infilato davvero in una storia che mi appassiona».

Tu sei un allenatore di Prima, giusto? «Ho fatto tutto, anche il master, sto mettendo in pratica quello che ho studiato a Coverciano».

Certo che poteva darti una mano tuo ‘papà’ Ulivieri… «Ha un sacco di cose da fare, non può pensare a me, e poi mi consoci, io voglio andare avanti da solo, non ho mai voluto aiuti e continuo a non volerne. Dirà il tempo se sono bravo e se ho imparato qualcosa da Ulivieri».

Tu cosa vorresti apprendere? «L’aspetto tecnico, era un maestro per come lo curava, per come metteva in campo la squadra. E sto insegnado anche la postura del corpo, ti ricordi quanto ci batteva Renzo?».

Eccome se ricordo, faceva dei trattati su come bisogna mettere il piede quando uno difende. «Quando giocavo, a tratti potevi anche pensare che fosse esagerato, perché volevi giocare, perché volevi sempre avere a palla tra i piedi, ma ora da allenatore ti dico che Ulivieri è un grande, perché se il piede lo metti bene ti difendi bene contro tutti, se lo metti male tutti ti vanno via, anche quelli più scarsi».

Certo che è difficile emergere… «O hai qualche appoggio, parti e hai la fortuna di vincere, oppure se parti dal basso tutto diventa complicato. Emergi solo se vinci un campionato, perché chi ti viene a vedere non guarda come giochi, come metti la squadra, come i reparti si muovono nelle due fasi, ti viene a vedere solo se hai fatto bene l’anno prima. E allora diventa dura mettere la testa fuori da queste categorie».

Magari potevi sperare di allenare una Primavera, dopo quella del Pisa. «È lo stesso discorso, o hai la spinta giusta oppure un posto non lo trovi. Dopo tre anni e mezzo di Pisa ho fatto anche la Prima Squadra, ma la difficoltà della società le conoscete. E poi, dopo tanti anni, ero stufo di allenare i ragazzini, volevo misurarmi con il mondo dei grandi. E per assurdo ti dico che si impara più quando le cose vanno male, dovendoti arrangiare».

A questo punto non ti resta che vincere un campionato, per fare un passo avanti. «Quest’anno il campionato lo vinco, perché mi salverò, e questa salvezza vale quanto la vittoria di un campionato. Sarebbe un mezzo miracolo e per me una grossa soddisfazione».

Cos’è stata per te Bologna? «Sette anni indimenticabili, nonostante la retrocessione, anche per come è arrivata. Per settimane e settimane sembrava incredibile, che non toccasse a noi, poi è successo, e ancora non capisco perché è successo, al di là di Calciopoli. Ma niente mi farà cambiare idea sulla città».

In che senso? A cosa ti riferisci? «Bologna ti permette di vivere benissimo e di fare il giocatore al 100%, chi gioca nel Bologna si accorge dopo quanto questa città riesce a darti. Per me sono stati meravigliosi anche i tre anni in Serie B. Casteldebole, l’Isokinetic, i medici, i massaggiatori, è come se il tempo si fosse fermato, ho ancora tutte quelle immagini davanti agli occhi».

Qual è il ricordo più bello, che ti fa ancora emozionare? «La promozione sofferta, quando non ci credevamo più. Dopo il 3-0 a Grosseto sembrava tutto perduto, poi il 3-0 al Messina, la vittoria di Mantova con il gol di Fava, la vittoria contro il Pisa in casa con gol di Marazzina su rigore. È passato tanto tempo da allora, ma quando ci penso mi rendo conto di quanto sia stato bello riportare il Bologna in Serie A dopo quello che era successo».

Nel tuo caso si può dire: maledetti infortuni. «Purtroppo ero fatto così, solo infortuni muscolari, pensa che ho ancora tutti i crociati e tutti i menischi, ma avevo i muscoli fragili. E continuo ad averli, continuo a farmi male anche quando gioco a calcetto. Se guardi le mie gambe e le mie cosce avrò venti cicatrici. Evidentemente io ero portato, se avessi avuto una struttura fisica diversa avrei fatto qualcosa di più».

Quanto è lontano il tuo gol al Camp Nou con la Fiorentina? «Non l’ho mai sentito mio, ho cercato di dimenticarlo subito, anche perché in fondo c’era stata una deviazione. Poi, soprattutto, non l’avevo mai presa, e durante il viaggio di ritorno pensavo a quella grande umiliazione».

E qual è il gol del tua vita? «Quello più bello l’ho segnato al Parma di Buffon, con un pallonetto. L’ho visto e rivisto, e ancora adesso lo vado a rivedere ogni tanto, e tutte le volte mi piace sempre di più».

Sul Bologna di oggi cosa dici? «Lo seguo, continuo ad essere un suo tifoso, ora ha un presidente importante. Leggo che questa società, col tempo, ha grandi ambizioni. Spero che un giorno Bologna possa di nuovo sognare, se lo meriterebbe, anche per quello che mi ha dato in quei sette anni».

© Riproduzione Riservata

1 Response

  1. festina

    Lo ricordo bene: gran classe ma fragilità muscolare. Sarebbe veramente stato un giocatore di qualità internazionale. Bellissimo ed emozionante l’anno della promozione. In bocca al lupo!