Bigon:

Bigon: “Soddisfatto del lavoro svolto ma voglio dare di più al Bologna. Questa squadra deve imparare a sentirsi forte”

Il bravo direttore sportivo, per consuetudine, è quello che compie meno errori. Il primo anno di Riccardo Bigon all’ombra delle Due Torri va in archivio con il raggiungimento di una tranquilla salvezza macchiata soltanto, in senso numerico assoluto, da una posizione e un punto in meno in classifica. Se la ventilata missione ‘miglioramento statistico’ è stata disattesa, le aspettative che animano l’operatività futura del dirigente padovano restano altissime. Persona educata e pacata, come impongono i cromosomi della famiglia Bigon, approdato dietro alla scrivania di Casteldebole dopo la rumorosa rescissione contrattuale della società felsinea con Pantaleo Corvino. Il chairman Joey Saputo predica calma e razionalità, a Bigon si chiede un’estate di intuizioni: nessuna follia ma anche nessun sacrificio. Due facce della stessa medaglia votata al potenziamento dell’organico rossoblù, che avrà, per la stragrande maggioranza dei propri protagonisti, un anno di esperienza in più sul groppone. Nessun quadro d’autore appeso alle bianche pareti dell’ufficio dell’ex Napoli, che all’aria condizionata preferisce una boccata di calda aura proveniente dai manti erbosi del quartier generale. [Mattia Grandi]

Bigon, sabato si è conclusa ufficialmente la sua prima stagione da direttore sportivo del Bologna: proviamo a fare un bilancio, dentro e fuori dal campo. «Per quanto riguarda la città è facile rispondere, Bologna è splendida e mi trovo molto bene, così come mia moglie e i bambini. È una realtà adatta al nostro modo di vedere la vita, ma non avevo dubbi. Sul piano calcistico non si può parlare di una stagione negativa, però pensiamo tutti che si potesse fare meglio di così. Se andiamo a guardare fra le pieghe di questa annata ci sono tanti aspetti da analizzare: abbiamo ringiovanito in modo sensibile la rosa, togliendo diverse centinaia di presenze in A e quindi un po’ di esperienza nella categoria, ma nonostante ciò abbiamo portato a termine il campionato senza particolari affanni. Peccato per tutti i punti persi dal novantesimo in poi, colpa nostra ma anche evento abbastanza raro, e qui entrano in gioco vari fattori che vanno dalla maturità alla concentrazione, dalla tenuta fisica alla sfortuna. Mettiamoci dentro anche qualche errore arbitrale che ci ha penalizzato, considerando tutti questi elementi non dico che ci manchino dieci punti ma almeno quattro-cinque sì, e con una classifica leggermente diversa anche i giudizi sarebbero più positivi».

Una lacuna su tutte, la mancanza di continuità: ‘colpa’ anche di una salvezza già messa in cassaforte a dicembre? «È vero che una bagarre vera e propria in coda non c’è mai stata, e sia noi che altre squadre non abbiamo mai sentito sul collo il fiato di Crotone, Palermo e Pescara, però chi fa questo lavoro sa che basta un niente per ritrovarsi invischiati, come poi è capitato all’Empoli. Il Bologna non ha trovato continuità di risultati, e questo non è un bene, ma ogni volta che è stato chiamato a vincere una partita per non correre rischi lo ha fatto, penso ad esempio ai successi sul Torino, sul Chievo e sull’Udinese».

Un altro problema, il rendimento contro le grandi: perché, secondo lei, la squadra non è quasi mai riuscita ad impensierire le prime della classe? «Nella classifica che tiene conto delle sfide fra le ultime dieci del campionato siamo vicini al vertice, mentre se consideriamo i match con le prime dieci siamo sul fondo: è proprio lì che siamo mancati, e le responsabilità sono di tutti quanti. A mio avviso le sconfitte contro Napoli e Milan hanno lasciato uno strascico pesante sul piano dell’autostima e della consapevolezza, da lì in poi con le grandi abbiamo fatto ancora più fatica, pagando dazio sul piano psicologico. Nella prossima stagione avremo giovani con un anno in più, giocatori che arrivavano dalla B che hanno conosciuto la Serie A, altri che non avevano fatto bene in A e si sono ritrovati, altri ancora provenienti dall’estero che hanno capito come funziona il calcio italiano, speriamo quindi di colmare il gap relativo a queste problematiche, ad esempio quella di confrontarsi con palcoscenici come San Siro, l’Olimpico e lo Juventus Stadium. In certi stadi ci devi entrare sentendoti forte, e il Bologna deve imparare a sentirsi forte».

Roberto Donadoni è l’allenatore giusto per trasformare questo giovane gruppo in una squadra forte? «Considerando il lavoro quotidiano svolto gomito a gomito con il mister e avendo già iniziato un dialogo finalizzato al prolungamento del suo contratto, come ha comunicato il presidente, la risposta vien da sé: riteniamo che sia la persona giusta con cui proseguire questo percorso di crescita. Il mio rapporto con Roberto, sia professionale che personale, è ottimo. Mi sono ritrovato in una situazione un po’ atipica, perché di solito il direttore sportivo arriva e sceglie lui il tecnico, quindi il primo anno è stato anche di studio reciproco, visto che parliamo di una collaborazione molto stretta basata su stima e fiducia. Inoltre ritengo che ad alti livelli non ci siano allenatori giusti per fare solo una cosa, ci sono allenatori bravi e altri meno bravi, e Donadoni è bravo. Quando hai un bravo mister, che è anche una bella persona, ha sposato in toto il progetto del club e lo sta portando avanti già da due anni, per me quello è l’uomo giusto».

Un uomo che potrà ancora contare su Destro, Verdi e Di Francesco, come dichiarato di recente dal patron Saputo: non è poco. «Prima della conferenza stampa di domenica scorsa avevamo già fatto varie riunioni e avevamo condiviso insieme al presidente la linea da prendere sul mercato, e tale linea prevede la permanenza di questi giocatori. Sappiamo che sono bravi e che hanno fatto buone cose, ma anche che possono fare meglio, correggendo le proprie lacune. Hanno lo spirito giusto per affrontare un percorso di crescita e noi siamo contenti di averli, nel contempo però devono essere consapevoli di avere grandi responsabilità, perché dai giocatori di qualità ci si aspetta sempre qualcosa in più. E anche noi, come società, dovremo essere bravi a metterli nelle condizioni di rendere al massimo».

L’anno scorso la linfa vitale per il mercato in entrata arrivò da una cessione illustre, quella di Diawara: quest’anno come procederete per rinforzare la rosa? «La scorsa estate abbiamo incassato una cifra importante ma ci siamo privati di un titolare molto forte. Quando vendi un giocatore importante ad una buona cifra puoi sì fare mercato ma devi anche sostituirlo degnamente, quindi bisogna sempre essere sicuri che la cessione sia la soluzione più conveniente. Al momento abbiamo in rosa diversi ragazzi di qualità che stanno bene a Bologna, noi siamo contenti di averli qui e siamo convinti che nel prossimo futuro possano fare ancora meglio, aumentando il loro valore. La nostra idea, quindi, è quella di andare avanti insieme, consapevoli che comunque i fondi per aggiungere tre-quattro rinforzi all’organico attuale ci sono. Il presidente ci ha spiegato chiaramente che abbiamo la facoltà di trattenerli, muovendoci poi in entrata dentro a determinati parametri».

Chi dovrà per forza essere sostituito è Dzemaili, e non sarà facilissimo… «Da un punto di vista numerico è un dato oggettivo: esce un giocatore e ne deve entrare un altro. Con il passare del mesi è diventata un dato oggettivo anche la sua forza, ma ad inizio stagione non si parlava di lui come di un top player, anzi, per molti era solo un ragazzo che non giocava nel Galatasaray. E lo stesso discorso può essere fatto per Verdi, in tanti volevano Saponara e al suo arrivo hanno storto il naso. Ovviamente cerchiamo un sostituto all’altezza, ma sulla carta si fa fatica a dire: “Prendiamo quello perché siamo sicuri che farà gli stessi gol di Dzemaili”. Ogni giocatore è importante a modo suo, magari ne arriverà uno che segnerà di meno ma ci aiuterà di più in fase difensiva, ad esempio. Il nostro obiettivo non deve essere solo quello di comprare giocatori forti, ma prima ancora di comprare i giocatori giusti, i profili più adatti al nostro gioco».

Argentina, Croazia e non solo: il lavoro di ricerca dei suoi collaboratori in giro per il mondo sta dando i frutti sperati? «La ricerca di giocatori non conosce mai un vero e proprio punto d’arrivo, è un lavoro che prosegue per 365 giorni all’anno. Oggi i miei collaboratori mi hanno fornito la relazione sul lavoro di scouting svolto durante questa stagione e parliamo di 2.200 relazioni: considerando che come gruppo lavoriamo in questo modo da otto anni, i numeri del nostro database sono impressionanti. È chiaro che poi ci si deve per forza focalizzare solo su alcuni nomi, e al momento ne abbiamo quattro-cinque per reparto che stiamo sondando. Siamo solo a giugno, ci sono tre mesi di mercato davanti e nessuna delle varie parti in causa si accontenta, tutti puntano agli obiettivi primari e vanno alla ricerca della miglior soluzione possibile».

Baggio, Signori, Di Vaio, Gilardino, Giaccherini: senza voler fare paragoni, il prossimo della lista sarà Cerci? «Lui è stato qui a Casteldebole la scorsa estate, poi sono emerse alcune problematiche legate sia alla cessione di Mounier che alle condizioni del suo ginocchio destro, quindi si è deciso di abbandonare l’idea e tornare ad aggiornarsi più avanti, come abbiamo fatto. Parliamo di un calciatore gradito, con cui siamo in contatto, ma che ha ancora un anno di contratto con l’Atletico Madrid, a cui peraltro il TAS di Losanna ha confermato proprio oggi il blocco del mercato per la sessione estiva. Cerci è un’opzione da valutare con estrema serenità, tenendo sempre presente che al momento abbiamo in rosa ben sette giocatori che possono giostrare alle spalle di un centravanti: Verdi, Krejci, Di Francesco, Petkovic, Rizzo, Okwonkwo e lo stesso Mounier».

Poco spazio per Mbaye e Donsah in questo campionato: il primo ha sempre risposto bene, il secondo ha fatto più fatica. Quanto crede realmente il Bologna in questi due ragazzi? «Il club crede in tutti i suoi giocatori di proprietà. Al momento ne abbiamo venticinque nostri e due, Viviani e Sadiq, in prestito con diritto di riscatto, siamo una delle pochissime società che opera in questo modo. Abbiamo scelto questa politica perché appunto crediamo in loro e nel lavoro che possiamo fare su di loro, con lo sguardo rivolto non solo al presente ma anche al futuro. Mbaye e Donsah sono due esempi di giovani talentuosi su cui il club ha investito cifre importanti, è chiaro che poi si gioca in undici e ci sono periodi in cui qualche elemento è più penalizzato di altri, succede così dappertutto. Sta ai ragazzi conquistarsi il posto, sta a noi dirigenti dargli il supporto necessario per migliorare. Il calcio è un gioco di squadra ma è fatto anche di piccole competizioni interne, e se tutti competono in modo positivo è l’intero gruppo a beneficiarne: io gioco meglio per mantenere la maglia da titolare, io do il massimo in allenamento per guadagnarmi quella stessa maglia, e intanto il livello generale aumenta. La società in primis deve riuscire a creare queste condizioni, anche se non è semplice, non è qualcosa che si stabilisce a tavolino ma che vive di sensazioni e situazioni personali, caratteri, momenti più o meno favorevoli».

La crescita generale di un club passa anche dalla crescita del suo settore giovanile: a che punto è la rinascita di quello rossoblù, dopo diversi anni bui? «Sì, tra i tanti obiettivi di una società come questa ci deve essere quello di portare dei ragazzi del settore giovanile in Prima Squadra, perché il prodotto creato in casa ha mille caratteristiche positive per il club. Normalmente nel calcio italiano il primo settore che va in crisi all’interno di una società che ha problemi economici, come è capitato al Bologna in passato, è proprio quello giovanile, perché non viene considerato una priorità immediata, si pensa solo al risultato della domenica e se c’è la necessità di risparmiare si vanno subito a togliere risorse in quel comparto. Invece servono investimenti e soprattutto serve tempo, bisogna dare il tempo ad ogni ragazzino di maturare nel modo giusto. Adesso, grazie alle strutture che abbiamo presentato due mesi fa, siamo all’inizio di un percorso che nel giro di tre-quattro potrà portare il Bologna ad avere un settore giovanile di alto livello, così come lo intende il presidente Saputo».

Dopo il Sassuolo anche la Spal in Serie A, e forse di nuovo il Carpi: avere tanti altri competitor in regione può essere un ostacolo in questo ambito? «Certo, tutto ciò non aiuta, perché con la Prima Squadra in Serie A è più difficile strappare un ragazzino ad un determinato club che magari fino a qualche anno fa militava in Lega Pro. Va però detto che di ragazzini bravi ce ne sono tanti, e non bisogna dimenticare gli esempi dell’Atalanta, che da sempre ha un settore giovanile eccellente pur avendo Inter e Milan a due passi, e del Torino, che deve vedersela con la Juventus nella stessa città. Se lavori bene sul materiale umano che hai già in casa i risultati arrivano anche senza andare a pescare fenomeni altrove. Per questo era fondamentale che la nostra Primavera restasse in A1, così facendo i nostri 1999-2000 potranno giocare ad un livello top e confrontarsi con i più forti, che è il modo migliore per crescere».

Domenica scorsa l’addio al calcio di Totti: al giorno d’oggi c’è ancora spazio per le bandiere, magari proprio a Bologna? «Assolutamente sì, nulla lo vieta. Il Bologna attuale è in crescita e ha un futuro, quindi un giovane può crescere parallelamente al club e arrivare sempre più in alto. È chiaro però che gli esempi non solo di qualità ma anche di longevità con la stessa maglia, nella storia del calcio italiano, si contano sulle dita di una mano. È difficile, questo sì, ma credo che qui ci siano le condizioni perché ciò possa accadere».

Un anno di Bologna, dicevamo, e quindi anche un anno con Joey Saputo: com’è il suo rapporto con il patron e cosa l’ha colpita in particolare di lui? «Saputo è una persona straordinaria e lo stesso discorso vale per tutta la sua famiglia, a cominciare dal padre Lino, sia a livello imprenditoriale che umano. Sul piano professionale ti insegna tanto, ha una mentalità organizzativa che deriva dalla cultura nordamericana ed è diversa dalla nostra, vive di progettazione, di numeri, di budget, di step da raggiungere per passare a quelli successivi, e in un mondo poco scientifico come quello del calcio le sue indicazioni sono fondamentali per lavorare in modo sempre più accurato. A me ha già trasmesso tanto, ma soprattutto ha già fatto crescere tanto questo club».

Una stagione negativa a Verona e un’eredità pesante da raccogliere in rossoblù, quella di Pantaleo Corvino: il suo cammino partiva in salita ma si è dimostrato all’altezza della situazione, è soddisfatto del suo lavoro? «In questo mestiere è impossibile non sbagliare mai, si dice sempre che il più bravo è quello che sbaglia di meno. In questa stagione abbiamo commesso degli errori ma in una percentuale che mi permette comunque di ritenermi soddisfatto. Sicuramente si poteva fare meglio, sicuramente dobbiamo fare meglio, in particolare per quanto concerne le dinamiche interne al club, il rapporto con tutte le componenti, dalla squadra fino ai magazzinieri. Sono arrivato in una realtà già consolidata e come avete visto non ho inserito miei uomini qua e là, per questioni anche caratteriali non sono uno che entra a gamba tesa, in questo lasso di tempo ho analizzato la situazione e ho cercato di capire come e dove dare il mio contributo. Dall’esterno si crede che il lavoro del d.s. sia solo quello di comprare e vendere giocatori, ma non è così, quello avviene per tre mesi, nei restanti nove c’è da svolgere un ampio lavoro di organizzazione e facilitazione dei rapporti interni per far sì che tutti arrivino a dare il meglio di loro stessi. Così come mi aspetto che Verdi nella prossima stagione faccia ancora di più, con un anno di Bologna alle spalle, allo stesso modo io voglio fornire al club un contributo sempre maggiore».

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1 Response

  1. festina

    Un buon integratore alimentare…direbbe Biccio. Ecco quello che ci manca.Perdincibacco!