Cabrini:

Cabrini: “Bologna deve avere fiducia in Saputo e nella sua programmazione”

Campione del mondo nel 1982, 351 presenze e 36 gol in Serie A, 73 presenze e 9 gol in nazionale, ritenuto uno dei primi terzini moderni e uno dei migliori interpreti in assoluto di quel ruolo. Proprio sul finire della sua strepitosa carriera, dal 1989 al 1991, Antonio Cabrini è passato anche da Bologna, quella che poi è diventata per molti anni la sua città, assaggiando il calcio champagne di Maifredi ma anche un’amara retrocessione in B. Oggi ZO lo ha contattato per parlare insieme a lui del momento attuale dei rossoblù, dentro e fuori dal campo.

Cabrini, per il Bologna due vittorie di fila. Ci volevano… «Sì, due successi fondamentali per ridare tranquillità un po’ a tutto l’ambiente. E comunque, al di là di qualche piccola polemica come quelle recenti, Bologna resta sempre una piazza tranquilla e rispettosa. Certo, se poi la squadra riesce a trovare continuità di risultati le cose procedono ancora meglio, ora ad esempio si può affrontare nel modo migliore il finale di stagione».

Ma è proprio vero che quando si è già salvi da tempo si tende a tirare i remi in barca? «Parlo per quella che è stata la mia esperienza da calciatore, una volta in campo non si fanno mai troppi calcoli, si prova a vincere e basta, anche quando si è già salvi e all’apparenza non ci sono obiettivi. Anzi, più la mente è sgombra da preoccupazioni e più si può giocare con tranquillità, senza troppe pressioni».

Eppure sia il tecnico che i giocatori hanno spesso parlato di un’eccessiva preoccupazione che ha inciso negativamente sul rendimento della squadra. «Credo che soprattutto i giovani abbiano pagato dazio sul piano psicologico dopo alcune sconfitte pesanti, c’era la necessità di reagire subito ma in certi casi non è affatto semplice. Forse ci è voluto più tempo del previsto ma ora le cose si stanno aggiustando, e la squadra sta ricominciando ad esprimersi su buoni livelli».

Ma questo Bologna è migliore o peggiore di quello dello scorso anno? «In Italia si fanno troppo spesso i conti prima del tempo. Credo che certe valutazioni, sia sul piano dei singoli che del collettivo, vadano fatte al termine della stagione. Dopo la sosta ci sono altre nove partite da giocare, bisogna pensare di domenica in domenica e dare tutto per provare ad arrivare il più in alto possibile, poi a giugno si tireranno le somme».

E del lavoro di Donadoni cosa ne pensa? «Nel complesso credo abbia fatto bene. Fin dallo scorso campionato ha iniziato a lavorare su una rosa dall’età media piuttosto bassa, ha cercato di valorizzare i giovani a sua disposizione e in molti casi ci è riuscito. Il rendimento della squadra è stato un po’ altalenante ma i fattori che hanno inciso sono molteplici, in primis anche il fatto di trovarsi di fronte avversarie più rodate».

Joey Saputo sta provando a portare la sua idea di calcio in un Paese dove i tifosi vogliono sempre la botte piena e la moglie ubriaca: ce la farà? «Se un progetto è importante e ambizioso serve tempo per realizzarlo, non si può pretendere tutto dall’oggi al domani. Bologna deve ritenersi fortunata di aver finalmente trovato, dopo tanti anni di sofferenza, una proprietà solida e seria. Se si vuole fare calcio in un certo modo, se l’obiettivo è quello di arrivare in alto per restarci, non si può prescindere da un’adeguata programmazione. Bisogna avere la pazienza e la lucidità di non fermarsi al singolo risultato di una domenica, di guardare oltre con fiducia: la squadra e il club cresceranno di pari passo».

Intanto Verdi è stato convocato in Nazionale, una gran bella soddisfazione. «Bologna è l’ambiente ideale per esprimersi al meglio e mettersi in luce. Da altre parti i giovani di talento vengono relegati in panchina, qui invece mi pare si voglia puntare forte su di loro, sono felice che Saputo abbia intrapreso questo tipo di politica. La convocazione in Nazionale di Verdi è un premio meritato sia per il ragazzo che per la società».

E su Masina, che gioca nel suo stesso ruolo, che idea si è fatto? «Il ragazzo è interessante, l’ho ribadito in più di un’occasione, ma l’importante è farlo crescere in modo regolare, senza esagerare con le aspettative. Se si mette troppa pressione su un atleta, questo può rispondere in maniera positiva o negativa, Masina ha solo 23 anni e credo vada lasciato tranquillo».

Per concludere, un tuffo nel passato: cosa rappresentano per lei Bologna e il Bologna? «In maglia rossoblù ho vissuto gli ultimi due anni della mia carriera, e sono stati due anni molto intensi. La prima stagione fu quella da incorniciare con Maifredi in panchina, la seconda invece molto più sfortunata sia per la squadra che per me, visto che un brutto infortunio mi impedì di concludere il campionato. Riuscimmo comunque a fare parecchia strada in Coppa UEFA e a toglierci qualche soddisfazione. Sulla città e sui bolognesi posso dire solo cose belle, il rapporto è sempre stato ottimo e non a caso ho poi vissuto sotto le Due Torri per vent’anni».

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