Chiesa: “Da Schiavio a Saputo, per tornare a far tremare il mondo”

Ci sono molti modi per costruirsi un futuro: uno dei migliori prevede di fare tesoro del passato. Valorizzarlo al meglio, nel caso in cui sia particolarmente importante. Vale anche per il Bologna, che con Joey Saputo sta vivendo il suo periodo più ricco, e non solo dal punto di vista economico. Tra gli obiettivi della nuova società c’è proprio quello di celebrare i fasti del passato, e tra i protagonisti del Bologna che tremare il mondo faceva c’è Angelo Schiavio, magistralmente raccontato nel libro Schiavio. Il segreto dell’Angelo scritto da Carlo F. Chiesa per la collana ufficiale del Bologna Inchiostro Rossoblù (Minerva Edizioni). A raccontarlo è lo stesso autore dell’opera.

Chiesa, com’è nato il progetto del libro? «L’idea era in incubazione da parecchio tempo. Schiavio è stato il più grande calciatore della storia del Bologna e penso anche il più grande sportivo espresso dalla città di Bologna, e non gli era mai stato dedicato nulla. Fa parte di un’epoca che per molti rappresenta un punto interrogativo, quel periodo del Bologna che è meno conosciuto. Nei giorni di presentazione del libro mi sono sentito chiedere se ‘lo squadrone che tremare il mondo fa’ era il Bologna del 1964. Per molti, soprattutto i giovani, la storia del Bologna si ferma a cinquant’anni fa, alla vittoria di quello scudetto. Invece la vera gloria del Bologna risale a prima della seconda guerra mondiale, e di quel periodo è stato alfiere Schiavio. C’è poca pubblicistica su quel periodo, quei protagonisti non sono molto conosciuti, Schiavio è il più grande di tutti e quindi meritava tutto ciò. La sua non è peraltro solo una vicenda solo sportiva e agonista, ma quella di un personaggio a tutto tondo. Con la Schiavio-Stoppani è stato un grande imprenditore e ha contribuito insieme alla sua famiglia alla crescita e allo sviluppo di Bologna nel secolo scorso».

Cosa ha rappresentato per lei questo tuffo in un calcio che di fatto oggi non c’è più? «Un’esperienza straordinaria. Il lungo lavoro di ricerca per realizzare questo libro mi ha portato a conoscere aspetti della vita di Schiavio che non sospettavo, e in questo mi ha dato una grossa mano la figlia Marcella, custode delle memorie di famiglia. Da anni sono uno storico del calcio e ho riscoperto aspetti di quel periodo che sono assolutamente straordinari, come il rapporto tra Schiavio e Vittorio Pozzo, il commissario tecnico che ha vinto di più con la Nazionale italiana: una figura straordinaria che per troppo tempo è rimasta ai margini».

Com’era il rapporto tra di loro? «Straordinario: ho individuato anche una consonanza morale. Sia Schiavio che Pozzo lavoravano gratis nel calcio. A chi mi fa notare che era un altro calcio, ricordo che anche in quel calcio, a partire dai primi anni Venti, i giocatori di alto livello guadagnavano moltissimo, e il fatto che Schiavio lavorasse gratis perché si vergognava a chiedere dei soldi per divertirsi rimane un fatto straordinario. Così come quello di Pozzo, alto dirigente della Pirelli e giornalista inviato di punta della pagina sportiva de La Stampa che faceva il c.t. gratis ricevendo solo i rimborsi, perché quando era stato un po’ costretto a tornare alla guida della Nazionale non voleva ricevere compensi e avere le mani libere per potersene andare. Un altro degli aspetti importanti del libro è che quello è il periodo in cui il calcio diventa il primo sport di interesse in Italia e non solo, e in cui anche ufficialmente si afferma il professionismo. Era un calcio di professionisti in cui vincere era difficile, ed esistevano personaggi come Schiavio e Pozzo che erano assolutamente dei giganti pur lavorando gratis».

Sono stati anche gli anni del Torneo dell’Expo di Parigi… «Una cosa straordinaria. Ho trovato molto bello che finalmente il Bologna abbia cominciato, di fatto con l’era Menarini, a valorizzare il proprio passato e le proprie conquiste. Il prossimo anno, ad ottant’anni da quella conquista, la società ricorderà la vittoria del Torneo dell’Esposizione del 1937, che è il punto più alto della sua storia dal punto di vista tecnico. Si tratta di un unicum, il torneo si è svolto solo in quell’anno e a mio avviso si può paragonare a una sorta di campionato mondiale per club. Il Bologna dominò quella competizione, con Schiavio che aveva smesso di giocare quasi da un anno perché non riusciva più a conciliare il lavoro con lo sport e iniziava anche a sentire il peso degli anni. Era comunque rimasto tesserato, per allenarsi con i vecchi compagni e rimanere in forma».

E ci fu la gran proposta a cui non seppe dire di no… «Poche settimane prima il presidente Dall’Ara gli chiese di rimettersi in forma e partecipare, perché l’occasione era straordinaria. Lui tentennò un po’, poi si decise a provare nelle ultime due partite di campionato, quando lo scudetto del Bologna era già vinto. Si scoprì che, nonostante la lunga assenza, era ancora un leader, e infatti nel 1937 fu grandissimo protagonista. Ci sono tante vicende particolari, proprio per questo il libro non è una semplice biografia o un semplice elenco di fatti ma è il romanzo di una vita straordinaria, perché Schiavio è stato un personaggio straordinario. Fuoriclasse del Bologna e della Nazionale, commissario tecnico della Nazionale e vicepresidente del Bologna, consigliere ma anche oppositore negli anni del suo amico-nemico Renato Dall’Ara. È stato tante cose, un grande protagonista del suo tempo, un uomo che non ci stava a stare dietro le quinte, amava metterci la faccia in tutte le attività, uomo simbolo di una grande epoca del Bologna. Se un signore è venuto dal Canada per far grande il Bologna e investire in questa società, lo ha fatto anche perché nella storia del club c’è il grande periodo che va dagli anni Venti ai Quaranta, in cui siamo stati la squadra più forte d’Italia, d’Europa e probabilmente del mondo. Il Bologna che faceva tremare era l’unica capace italiana capace di vincere fuori dai confini. Schiavio con quel Bologna ha vinto quattro scudetti, due Coppe dell’Europa centrale, il Torneo dell’Esposizione e ha segnato 251 reti nella sua carriera».

I calciatori di oggi quale insegnamento potrebbero trarre dalla storia di Angelo Schiavio? «Certamente l’attaccamento al calcio e l’attaccamento alla maglia. Si può dire che Schiavio abbia avuto due grandi tentazioni. La prima nel 1929, quando emissari prima del Duisburg poi del Francoforte arrivarono a Bologna con offerte favolose per indurlo ad andare a giocare in Germania. Lui disse di no, perché qui aveva il suo lavoro e perché giocava nel Bologna. La prima, più grande, nel 1934, poche settimane dopo la vittoria del Mondiale. Era nel suo ufficio in via Clavature e venne a trovarlo da Milano il suo grande amico Giuseppe Meazza. Lo invitò a mangiare al Diana e davanti a un piatto di tortellini gli disse che il suo presidente Pozzani si era messo in testa di vestire di nerazzurro il trio d’attacco del Mondiale. Meazza c’era già, Ferrari, il fuoriclasse della Juventus, era già stato prenotato per l’anno dopo: mancava solo lui. Gli preannunciò la telefonata del presidente per il pomeriggio per un’offerta. Lui sorrise, ed effettivamente nel pomeriggio la telefonata arrivò. Pozzani gli disse che conosceva il suo attaccamento alla ditta di famiglia, quindi gli chiese di misurare la superficie della sua attività a Bologna promettendogli che dall’indomani avrebbe disposto di un’identica superficie commerciale in Galleria Vittorio Emanuele, all’unica condizione che vestisse la maglia nerazzurra per tutti gli anni in cui avrebbe voluto ancora giocare a calcio. Schiavio disse di no ad un’offerta del genere, perché era attaccato a Bologna e al Bologna, che era la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio. Per tutta la vita rimase legatissimo a questi colori, fino ad indignarsi in tarda età quando il Bologna conobbe l’onta della retrocessione. L’amore per il calcio per lui era l’amore per il Bologna. Oggi il calcio è cambiato, ma recuperare questa passione per lo sport e i colori della propria squadra farebbe bene un po’ a tutti».

Oggi Bologna celebra sufficientemente e nel modo giusto i protagonisti che ne hanno fatto la storia? «Si sta iniziando. Hanno cominciato i Menarini, in un periodo che dai tifosi non è ricordato con tanta gioia perché sul campo era un Bologna che faceva un po’ fatica e non c’erano grandi possibilità economiche. Con i Menarini, però, la celebrazione del centenario è stata veramente azzeccata. Penso ai libri che sono stati realizzati e alla mostra alla Villa delle Rose che hanno avuto pochi riscontri simili nel calcio italiano e mondiale. Ho visto Arrigo Sacchi in un evento all’Alma Mater di cui eravamo entrambi relatori. Erano stati portati i libri della trilogia realizzati per il Centenario e gli chiesi un parere visto che l’avevo fatta. Mi rispose che era assolutamente straordinaria: lui era stato al Real Madrid, aveva visto il libro che era stato fatto per quel centenario e non era neanche paragonabile. Si è trattato di un bell’atto di attaccamento alla storia. Ora, con Tacopina prima e Saputo adesso, si sta recuperando la gloriosa storia del Bologna, forse anche perché gli americani hanno un grande culto della storia. Grazie a questo ci può essere lo stimolo e l’entusiasmo per provare a riportare il Bologna in alto. Credo che con un progetto graduale, mirato e molto intelligente, questa società possa riuscirci. Il Bologna ha una grande storia e deve stare, nella graduatoria dei valori del calcio, in un posto che rispecchi questa grande storia».

Lei parlava di un progetto graduale. Il prossimo passo qual è, l’Europa l’anno prossimo? «Non so se già l’anno prossimo. È un progetto graduale in cui un ruolo fondamentale è ricoperto dallo stadio. È facile aspettarsi il grande acquisto, ma l’idea di Saputo è veramente rivoluzionaria. Si prova a far diventare il calcio un’attività redditizia anche dal punto di vista tecnico, e le due cose sono sempre vicine. È capitato che si siano raggiunti grandi risultati, ma poi i proprietari si sono rovinati finanziariamente. L’idea è quella di fare del calcio un’impresa sostenibile e lo stadio è un aspetto importantissimo, posto che la squadra deve progredire sul piano tecnico. Credo che per il prossimo anno l’obiettivo sia quello di avere la squadra stabilmente nella parte sinistra della classifica, il che con un po’ fortuna può anche significare puntare a un piazzamento in Europa League, che sarebbe una cosa straordinaria. Se invece le cose non dovessero andare benissimo si finirebbe comunque entro le prime dieci e si tratterebbe un risultato straordinario se pensiamo che lo scorso anno il Bologna era ancora in Serie B».

Stadio per lei significa restyling del Dall’Ara o un nuovo impianto? «Non rimanere al Dall’Ara significherebbe ovviamente fare lo stadio da un’altra parte, ma poi cosa se ne farà del vecchio impianto? Vogliamo veramente pensare che un monumento come quello, a due passi dal centro di Bologna, possa andare in rovina? Il Dall’Ara costa 2 milioni all’anno di manutenzione e se il Bologna dovesse andare altrove mantenere quell’impianto per il Comune sarebbe praticamente impossibile. Credo che la strada obbligata sia quella di operare un sostanzioso rinnovamento del Dall’Ara, e il progetto che ha presentato il Bologna è strepitoso, bellissimo. Da fuori la copertura non si vedrà perché spariranno quegli obbrobriosi tubi che sono stati messi nel 1990, e lo stadio diventerà più piccolo, con una visibilità maggiore, e sarà frequentabile tutti i giorni della settimana. Credo che la scelta del Dall’Ara sia obbligata anche per la storia del Bologna e per la oggettiva bellezza dell’impianto. Non ci sono alternative, perché se il Bologna finisse altrove poi qualcuno dovrebbe provare a riciclare una struttura del genere: la cosa immagino costi tra i 40 e i 50 milioni di euro e non vedo chi possa investirli. Soprattutto ci si dovrebbe adoperare per la sua manutenzione, e senza un club di A che vi gioca sarebbe veramente difficile per tutti».

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