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Cinquini:

Cinquini: “Bologna ha segnato la mia vita. Avevo preso anche Petr Cech, poi…”

Nella sua lunga e brillante carriera da dirigente sportivo, Oreste Cinquini ha girato veramente tantissimo. È stato d.s. di Fiorentina, Bologna (negli anni d’oro della presidenza Gazzoni, dal 1998 al 2002), Lazio, Udinese, Parma, Cagliari, Pisa e Venezia, per poi approdare in Russia al fianco di Fabio Capello come supervisore di tutte le Nazionali. Oggi, nell’attesa di una nuova avventura lavorativa, lo abbiamo contattato per una gustosa chiacchierata piena di ricordi a tinte rossoblù.

Orestone Cinquini, in che parte di mondo sei? «A Viareggio».

Il massimo, allora. «Sì, il massimo, ma vorrei anche lavorare, faccio fatica senza calcio».

Sei fra quelli che aspettano… «E non sarà facile rientrare per me».

Perché tanto pessimismo? «Mi conosco, ho seminato male, tutta colpa del mio carattere».

Cos’hai combinato? «Non mi sono mai saputo vendere, nella mia vita ho pensato solo a lavorare per la mia società. Se ora non sei uno che ha rapporti con i media o con le persone che contano, un posto di lavoro non lo trovi, indipendentemente dal tuo grado di competenza. Te ne racconto un paio…».

Dimmi la prima. «A Bologna vivevo all’Amadeus. Tutti andavano a mangiare da Ivo alla Braseria, io invece andavo alla Stella, a due passi dall’hotel. Ricordo che il Civ mi diceva sempre: “Dai Orestone, vieni in televisione”, ma io non ci andavo mai. E quando sono andato via da Bologna non penso che la gente abbia pianto, nonostante avessi fatto bene».

La seconda cosa riguarda? «Lavoravo nel Parma l’anno dello spareggio salvezza con il Bologna. Il Parma vinse al Dall’Ara ma una volta all’antistadio, dov’ero andato per riprendere la macchina, mi dissi: “Vado a Parma, dove la città ci sta aspettando per festeggiare la salvezza, o me ne torno a Viareggio?”. Sono partito, sono arrivato a Casalecchio, girando a destra sarei andato a Parma, proseguendo dritto e poi a sinistra sarei andato a Viareggio. Indovina cos’ho fatto…».

Sei andato a Viareggio. «Sì, sono tornato a casa, perché per me il calcio era la società ed era il campo, non la piazza. Riconosco l’importanza dei tifosi ma ho sempre fatto il mio, finendo per farmi anche del male».

A Bologna sei stato quattro anni. «E sono stati quattro anni belli, meravigliosi, ma anche dolorosi».

Ti riferisci a Niccolò Galli, vero? «Sì, lo andai a prendere io direttamente a Londra, parlai con Wenger, con me c’erano anche suo padre Giovanni e Liam Brady. Convinsi Wenger a darmelo, poi purtroppo sapete bene cos’è successo. Un dramma che mi legherà per tutta la vita a Bologna».

Oreste, sono stati quattro anni intensi, al di là di questo infinito dolore. «Con la Prima Squadra abbiamo fatto un percorso stupendo: l’Intertoto, l’UEFA, la semifinale con il Marsiglia e quella con la Fiorentina in Coppa Italia, sono ricordi da una parte lontani e dall’altra ancora freschi. Eppure non era facile gestire alcuni di quei giocatori. Bettarini, Maini, Cappioli, quanti giocatori ho portato a Bologna e ho anche venduto».

A chi ti riferisci? «Mi riferisco ad Antonioli e Mangone, mi riferisco a Torrisi, mi riferisco anche a Rinaldi, che era poco conosciuto ma che la Roma ci pagò tanto, e al giovane Mensah, che col tempo è diventato persino il capitano della sua Nazionale. Poi rammenti cosa successe con Andersson?».

Certo, lo hai dato alla Lazio e poi te lo sei ripreso. «Dovevamo darlo, avevamo bisogno di soldi, ma poi arrivarono problemi di classifica e andammo dalla Lazio a riprendercelo. Kennet era un grande centravanti, com’era un grande centravanti Julio Cruz».

Già, hai portato anche Cruz. «Mi criticarono, dicevano: “Ma che bidone ha portato Cinquini!”, poi tutti hanno visto quello che Cruz ha fatto in Italia. Fu un buon affare, come fu un buon affare Locatelli, nonostante il grave infortunio, ma il mio più grande colpo fu un altro».

Chi? Meghni? «Meghni era un fenomeno e si è buttato via, penso a Stefano Pioli. Ci ha regalato uno scudetto Allievi. Oggi sento parlare di Academy da una parte e dall’altra, ma la nostra Academy era la squadra Allievi. Quello scudetto fu figlio di un duro lavoro».

C’è un colpo che non hai potuto fare? «Sì, il colpo mancato è Petr Cech. Andai a Praga direttamente per prenderlo, lo portavamo a Bologna con poche lire, ma non lo fecero prendere. Ho sbagliato anch’io, dovevo impormi. Stesso discorso con Steed Malbranque, che poi dal Lione passò al Fulham».

Dopo il Bologna, tante altre squadre. «Sì, ho lavorato tanto anche dopo Bologna. Con un fiore all’occhiello: direttore generale della Nazionale russa. Capello mi volle con sé, abbiamo conquistato la possibilità di andare in Brasile, è stata un’impresa. Nella mia vita penso di aver fatto qualcosa di buono».

Finalmente ti risento carico. «Sai, ho fatto tutte le coppe, ho vinto la Coppa Italia con Lazio e Fiorentina, ho vinto l’Intertoto col Bologna. Poi ho una grande soddisfazione».

Quale, Oreste? «Non ho mai ‘abitato’ a Calciopoli, nonostante fosse facile finirci dentro per le cavolate che spesso si dicono al telefono».

Fammi ricordare un’altra persona. «Certo, fai pure».

Sergione Buso, un grandissimo uomo di calcio, uno che era il calcio. «Gazzoni diceva sempre che Buso era un’enciclopedia: aveva ragione».

Ma a distanza di tanto tempo, ci puoi dire perché ti separasti dal Bologna? «Il rapporto si era deteriorato. Ogni esperienza ha un inizio e una fine, evidentemente era stata scritta la parola fine».

Non hai risposto. «No, dai, dovrei tirare in ballo persone che non voglio tirare in ballo, Non sarebbe giusto, anche perché con loro avevo avuto un gran bel rapporto».

Allora lo diciamo noi. La prima persona è Gazzoni. Cinquini aveva dato Paramatti alla Lazio per 4 milioni, tutto era già stato fatto, ma due giorni più tardi Gazzoni chiamò Cinquini per comunicargli che Paramatti sarebbe andato alla Juventus. Cinquini non poteva dire nulla, ma a quelli della Lazio aveva già stretto la mano. Da quel giorno il rapporto con il patron si incrinò.
La seconda persona è Mazzone. I rapporti erano diventati col tempo sempre più difficili, anche perché Carletto aveva un rapporto molto bello ma anche turbolento con chi lavorava nelle vicinanze. Cinquini faceva sempre più fatica a sopportarlo, da qui decise di andare via dopo aver parlato con Gazzoni.
Ecco il suo ultimo pensiero ricordando quel periodo: «Nessuno potrà mai lamentarsi di me, da Gazzoni a Giacobazzi, da Oriano Corazza a Matteo il magazziniere, io ero tutto il giorno a loro disposizione. Non so se mai un giorno potrò tornare a Bologna, ma di sicuro Bologna ha segnato la mia vita».

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