De Carolis: “Poca chiarezza sulle aree di competenza, ora bisogna rimediare”

Momento delicato in casa rossoblù, con una situazione societaria da sistemare e una salvezza matematica non ancora raggiunta, nonostante un margine di sicurezza più che discreto sulla zona calda della classifica. Lunedì sera la sfida casalinga contro il Verona, poi, in caso di successo, spazio ai programmi per la prossima stagione, dalla definitiva conferma del tecnico Roberto Donadoni al futuro del direttore Pantaleo Corvino, che sembra sempre più lontano da Casteldebole. Di tutto questo e di molto altro ne abbiamo parlato con il giornalista del Corriere della Sera Guido De Carolis.

Guido, in casa Bologna sono soprattutto le vicende societarie a tenere banco: ti aspettavi che potessero nascere simili tensioni tra i dirigenti dopo neanche due anni dall’insediamento di Saputo? «Sinceramente no, ma credo siano dovute alla poca chiarezza iniziale, perché se l’area di competenza di ogni dirigente fosse stata ben delimitata fin da subito non saremmo arrivati a questo punto. A Corvino non è andato più bene di dover riportare tutto a Fenucci, che a sua volta in quanto amministratore delegato voleva avere maggiore controllo anche sull’area tecnica, e a quel punto è dovuto scendere in campo Saputo per rimettere a posto le cose e chiarire i vari ruoli».

Domanda secca: come si fa a privarsi di un d.s. del calibro di Pantaleo Corvino, dopo gli obiettivi raggiunti sia sul piano sportivo che economico?«Premesso che nel calcio niente e nessuno è per sempre, va però detto che sotto le Due Torri Corvino ha svolto davvero un ottimo lavoro. È subentrato a campionato di B in corso ed ha contribuito alla promozione, in estate ha ricostruito quasi da zero una squadra e di fatto sul campo la salvezza è arrivata con tre mesi d’anticipo, senza contare il patrimonio che la lasciato in termini di giocatori, penso a Diawara solo per citarne l’esempio più lampante. Si tratta di uno dei migliori d.s. in circolazione, che però è abituato ad operare in un modo tutto suo, e se non può farlo è il primo a non voler rimanere in società. Sono convinto che abbia mercato e che si troverà presto un’altra sistemazione, mentre il Bologna troverà un altro direttore sportivo, anche se non sarà facile rimpiazzarlo. Per questo io non credo a soluzioni di basso profilo».

A tal proposito si fanno i nomi di Sabatini, Sensibile, Sogliano e Pradè, ma si valutano anche soluzioni interne come la promozione di Marco Di Vaio o più potere sul mercato a Donadoni: qual è quella che ti convince di più? «Sono tutte strade totalmente diverse tra loro. Se prendi una figura come Sabatini prosegui nel solco della continuità, con un d.s. molto forte. Se ne prendi un altro, come ad esempio Sensibile, scegli di seguire un percorso diverso e di far crescere maggiormente le figure che già hai in casa. La terza via è quella di provare a dare tutto in mano a Di Vaio fin da subito, ma non credo che lo stesso Marco si senta ancora pronto, non è uno stupido e sa benissimo di aver ancora bisogno di tempo per imparare bene il mestiere».

E Donadoni manager all’inglese? «Questo tipo di modello gestionale sta fallendo anche nella stessa Premier League, dove la maggior parte dei manager lavora con quello che gli viene dato dal board, perché quando si dà tutto in mano ad un tecnico e poi le cose non funzionano si può cacciare lui ma non i giocatori che si è scelto. A maggior ragione in Italia non vedo grandi esempi di panchine ‘longeve’, forse solo Mandorlini al Verona fino a qualche mese fa e Ventura al Torino, e comunque qui da noi non sono mai esistiti casi simili a Ferguson e Wenger. Il nostro modo di fare calcio è diverso ma non è detto che sia sbagliato».

Una tua sensazione: il mister rimarrà in rossoblù? «Sì, anche perché Donadoni a Bologna ci sta davvero benissimo. In generale, però, faccio fatica ad affezionarmi agli allenatori, se fosse per me si dovrebbero fare solo contratti annuali rinnovabili di stagione in stagione. Se uno ha voglia di restare lo deve dimostrare, e a quel punto un accordo si trova sempre, senza bisogno di legami eterni. Penso che sia più difficile trovare buoni dirigenti piuttosto che buoni tecnici, c’è molta impreparazione a livello generale, per questo dispiace molto che la squadra dirigenziale formata da Saputo, valida in tutti i reparti, stia iniziando a perdere dei pezzi».

Nel frattempo, lunedì sera c’è una partita contro il Verona da vincere per chiudere ogni discorso relativo alla salvezza: sei più fiducioso o preoccupato? «Credo che il Bologna non rischierebbe di retrocedere nemmeno se si impegnasse a farlo, da questo punto di vista sono tranquillo, penso che per salvarsi siano già sufficienti gli attuali 36 punti. Guardate ad esempio l’Empoli, non vince da una vita ed è ancora a metà classifica, questo significa che le ultime stanno davvero andando al rallentatore. Detto questo, col Verona bisogna vincere e la stagione va conclusa in modo positivo, provando a rimanere tra le prime dieci».

Come pensi si concluderà la vicenda legata alla ristrutturazione del Dall’Ara? «Ho apprezzato tantissimo il fatto che Saputo abbia voluto percorrere la strada della ristrutturazione, seppure più costosa e complessa rispetto alla costruzione di un nuovo impianto fuori città. L’altro giorno leggevo un articolo sul Times nel quale si segnalava come in Inghilterra le zone residenziali nei pressi degli stadi siano in continua crescita, quindi ritengo la decisione restare al Dall’Ara molto saggia e positiva. È chiaro che la nostra burocrazia è quella che è, in Italia per realizzare uno stadio servono quasi cinque anni tra permessi da ottenere e lavori veri e propri, a questo bisogna inoltre aggiungere le ormai prossime elezioni amministrative, che potrebbero rallentare ulteriormente il processo. Mi auguro però che al più tardi nel 2020 il Dall’Ara possa avere un nuovo volto e il Bologna giocare in uno stadio moderno e confortevole».

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