Sempre e Comunque
shopping-bag 0
Items : 0
Subtotal : 0,00
View Cart Check Out

De Ponti:

De Ponti: “Il mio amore per il Bologna non conosceva categoria. Capisco le lamentele dei tifosi, basterebbe un po’ di divertimento in più”

Ogni volta che il Bologna scende in campo al Dall’Ara, in Curva Andrea Costa sventola una bandiera che raffigura un giocatore intento ad allacciarsi uno scarpino. «Viso dai lineamenti forti, sguardo ribelle, baffi e capelli crespi da contestatore», citando una celebre descrizione che fece di lui Enzo Tortora. Quel giocatore è Gianluca De Ponti, per tutti Gil, attaccante fiorentino classe 1952 che in carriera ha messo insieme quasi 150 gol. Con la maglia rossoblù, indossata in Serie A, B e C, ne ha realizzati 19 in 88 presenze, ma sotto le Due Torri i tifosi lo ricordano soprattutto per l’estro, il furore agonistico e la voglia di non mollare mai. La stessa voglia che qualche tempo dopo gli ha permesso di vincere la partita più difficile della sua vita, quella contro un tumore. Oggi ‘il figlio delle stelle’, soprannome nato per via delle tante serate in discoteca a ballare la celebre canzone di Alan Sorrenti, ha 65 anni e lo stesso brio di quando scorrazzava sul rettangolo verde, raccogliendo applausi e dimostrando che molto spesso il cuore conta più del talento.

Gil, innanzitutto come stai? «La salute ora va bene, si invecchia ma quello è normale (ride, ndr)».

A Bologna ci torni? «Ho il figliolo che ci vive, è pure abbonato in Andrea Costa, quindi vengo spesso e volentieri. Poi si va al ristorante di Beppe Signori con Pecci, Colomba, Trevisanello, Massimelli e altri vecchiacci, Bologna è la mia seconda casa».

E dei rossoblù cosa mi dici, li segui? «Seguo tutto il campionato. Del Bologna che dire, da tre anni è così, e leggo sui social che i tifosi non sono proprio contenti…».

A farne le spese è stato Donadoni, esonerato. «Era inevitabile, perché andando avanti con lui avresti rischiato che scoppiasse un nuovo casino alla prima partita persa. Però non si può dare la colpa solo all’allenatore se in campo vanno giocatori modesti, è difficile trasformare un’arancia in un ananas (ride, ndr). E questi giocatori li ha comprati la società. Comunque non mi torna una cosa…».

Cosa? «Quando in classifica sei tranquillo dovresti andare in campo con la testa libera e tanta voglia di divertirti, invece il Bologna l’ho sempre visto bloccato, contratto. Così ne vinci poche di partite, e infatti… I tifosi che si lamentano li capisco, cascano le braccia e passa la voglia».

A tuo avviso la gestione Donadoni è stata lacunosa più sul piano tattico o su quello motivazionale? «Non conosco il mister e dall’esterno non posso giudicare, ma ogni allenatore dovrebbe prima di tutto costruire un gruppo che gli vada dietro, dando sempre ai giocatori i giusti stimoli. Io ad esempio sono stato allenato da Mazzone, quelli come lui ti trasmettevano qualcosa in più sul piano della grinta. Poi capisco che sia difficile tenere in mano una rosa di trenta persone, anche se c’è lo staff a dare una grossa mano, ma in tre anni il Bologna non è migliorato di una virgola. E quanto tempo è che non si vince una partita di prestigio?».

Forse a questa squadra manca anche un leader in campo, un trascinatore? «Sì, probabilmente è così. C’è Verdi, che però è più leader tecnico che caratteriale. Anche Poli ci ha provato spesso a caricare i compagni, ma non sempre lo hanno seguito. Poi Palacio, ma pure lui col passare dei mesi è andato in difficoltà. Del resto, con l’età che ha e la squadra che si è ritrovato attorno…».

Da chi o da cosa ripartire per provare a migliorare? «Il presidente Saputo ha fatto tante cose belle e secondo me aveva iniziato bene anche a livello sportivo, puntando forte sui giovani. Però questi ragazzi o li valorizzi davvero, dandogli fiducia e non rimpiazzandoli con trentenni mediocri, oppure rischi di rimanere un ibrido e di lottare per non retrocedere. Per fortuna che il campionato è finito, sennò c’era da mettersi le mani nei capelli già quest’anno».

Apriamo una piccola finestra sul passato: Gil De Ponti con la maglia del Bologna… «Ricordo i miei gol, alcuni molto belli, e la salvezza del ’78 con la vittoria all’ultima giornata in casa della Lazio. Tutto sommato quella stagione in Serie A fu positiva, poi tornai qualche anno dopo in B per via della mia grande amicizia con Giacomino Bulgarelli, che faceva praticamente da direttore generale nella società fantasma di Fabbretti. Finimmo addirittura in C, riuscendo a risalire subito. Quindi ho vissuto tutte le categorie, penso di essere stato uno dei pochi rossoblù a farlo, e lo rifarei: amavo la città e a quella maglia ci tenevo veramente».

E infatti la Curva Andrea Costa non ti ha mai dimenticato, hai addirittura una bandiera dedicata a te. «Mi emoziono ogni volta che la vedo. E poi dai, sono passati solo quarant’anni, è normale che si ricordino ancora del grande Gil (ride, ndr)».

C’è qualche giocatore di oggi in cui ti rivedi? «Nessuno in particolare, magari qualche ala tipo Candreva che viaggia veloce su e giù per la fascia, giocavo spesso in quel ruolo. Ma era un calcio diverso, impossibile fare paragoni. Ora è tutto un tatticismo, persino i falli sono ponderati, mentre ai miei tempi o si entrava o non si entrava. E se si entrava, spesso si andava a fare la doccia in anticipo».

Quand’è che la tifoseria rossoblù tornerà a sorridere? «I bolognesi sono gente allegra, spensierata, calorosa, e vogliono una squadra che rispecchi almeno un po’ questo loro modo di essere. Basterebbe poco per farli contenti, un po’ di divertimento e di entusiasmo in più. Speriamo davvero che dal prossimo campionato le cose inizino ad andare meglio, ne sarei davvero felice».

© Riproduzione Riservata