Di Vaio:

Di Vaio: “Il coraggio di Sinisa e la passione di Saputo, il lavoro con Bigon e Sabatini, gli errori e le critiche, un Bologna che cresce e un amore sempre vivo, vi racconto il mio mondo rossoblù”

Viene facile, quasi naturale, amare alla follia un campione da 66 gol in 148 presenze, molti dei quali di pregevole fattura e realizzati con la fascia da capitano al braccio. È più complicato apprezzare un dirigente, specie se all’inizio del suo percorso, a maggior ragione se si muove in un mondo dove la memoria ha vita breve e la riconoscenza, forse, non esiste nemmeno. Lo stesso discorso, visto dalla parte opposta, vale per lui, Marco Di Vaio, che ha avuto però il coraggio di lasciare a testa alta l’attività che gli riusciva meglio e che lo ha reso famoso, e di addentrarsi in un territorio altrettanto affascinante ma pieno di insidie. Dagli scarpini alla cravatta, da bomber a club manager, diventando in seguito capo degli osservatori attivi in Europa e infine, dal 22 luglio 2019, responsabile scouting. Tutto questo a Bologna e nel Bologna, una piazza e una squadra che gli sono entrati nel cuore, portandolo a proteggere i colori rossoblù anche e soprattutto nei momenti difficili, quando si è trattato di salvare il club sia dentro che fuori dal campo. Abituato all’equilibrio e ai toni bassi, in perfetta sintonia con lo stile del patron Joey Saputo, oggi Marco ci ha accolto a Casteldebole per un’intervista a 360 gradi e a cuore aperto.

Marco, ti sei ripreso dopo le mille emozioni di Brescia? «Purtroppo non ho visto la gara dal vivo, ero ad assistere a Parma-Cagliari per lavoro, la seguivo col telefonino. Onestamente dopo il 3-1, non sapendo come stessero andando le cose in campo, non credevo che potessimo ribaltarla, poi quando me la sono guardata alla sera sono rimasto colpito dalla nostra grande reazione. Certo, loro sono rimasti in dieci, ma rispetto a quanto accaduto a Verona noi ne abbiamo approfittato e siamo riusciti a ribaltare la situazione contro una squadra ben organizzata, lo testimoniano anche le due partite precedenti contro Cagliari e Milan. È stata una bellissima vittoria».

Tra le tante che stanno emergendo in positivo, qual è la caratteristica che apprezzi di più del Bologna attuale? «È una squadra che ha grande consapevolezza, ci crede sempre e ogni giorno lancia segnali di unione e solidità molto importanti. Tutti avvertono una forte responsabilità nei confronti dell’allenatore, che sta vivendo un momento difficile, del club e della tifoseria, in questo gruppo ci sono valori anche extra calcistici di alto livello».

All’orizzonte tre gare in sette giorni, di cui due in trasferta, per acquisire ulteriore entusiasmo e consapevolezze: si comincia con la Roma… «Sono tre sfide toste, complicate, che però affronteremo come abbiamo sempre fatto da quando è arrivato Mihajlovic: senza paura. Andiamo con ordine e pensiamo innanzitutto alla Roma, una squadra in salute sia sul piano fisico che su quello mentale. Ce la giocheremo a viso aperto, dando il massimo e provando a sfruttare le nostre armi: vogliamo dare continuità agli straordinari risultati ottenuti fin qui, specialmente in casa».

La malattia di Mihajlovic è stata una botta tremenda, ma tutti insieme state trasformando una situazione straordinaria in qualcosa di ordinario: come ci si riesce? «Con la forza di volontà, la comprensione e l’intelligenza di tutti, unite ad un forte sentimento di affetto verso il nostro allenatore. Si sta creando qualcosa di molto particolare, e non poteva essere altrimenti vista la difficoltà della situazione, tutti provano a fare sempre qualcosa in più per sopperire all’assenza fisica di Sinisa. Lo sforzo maggiore lo sta però facendo proprio lui, che nonostante la malattia riesce comunque ad esserci tramite la tecnologia e a fare le cose che faceva prima, dai colloqui singoli o di gruppo alle riunioni prepartita. Il suo coraggio e la sua determinazione sono contagiosi per tutti noi».

Dzemaili, Poli, Da Costa, Palacio, Danilo e adesso anche Medel, mai come quest’anno il carisma dei veterani può risultare decisivo per gli equilibri dello spogliatoio. «I leader sono fondamentali in ogni squadra, anche quelle con l’allenatore presente ogni giorno, quindi per noi ancora di più. Medel è andato ad unirsi a questo gruppetto di giocatori esperti e si è calato rapidamente nell’idea sia di calcio che di spogliatoio del mister: gli viene naturale aiutare i compagni, in particolare i più giovani, e questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di portarlo qui. Ma tutti quelli che hai citato si stanno comportando in modo egregio, mettendo il bene del collettivo sempre al primo posto».

Per chiudere definitivamente il capitolo Pulgar: come vi ha motivato la sua decisione di cambiare aria? «Fin dallo scorso gennaio, in sede di rinnovo, Erick aveva manifestato per bocca del suo procuratore la sensazione che il suo percorso a Bologna stesse per finire, da qui la richiesta di inserire una clausola rescissoria. Noi, viste le richieste del mister e la sua situazione, ci tenevamo a dare continuità al gruppo che aveva chiuso benissimo la stagione, e Pulgar ne era un elemento fondamentale sia in campo che fuori. Eravamo convinti, a maggior ragione dopo i quattro mesi giocati alla grande sotto la gestione Mihajlovic, che la sua idea fosse quella di proseguire insieme, anche perché in estate nessuno del suo entourage ci aveva contattato per comunicarci il contrario. Alla fine è stata la Fiorentina, in maniera molto elegante, a farsi avanti per non portarci via il giocatore tramite la clausola ma intavolare una trattativa, quella che poi ci ha permesso di mantenere una percentuale sulla futura rivendita. Peccato, ma sono cose che nel calcio possono capitare».

E veniamo a te. Dirigente dal gennaio 2015, oggi responsabile scouting, a livello di incarichi stai compiendo dei passi avanti notevoli: quanto ti senti cresciuto da allora? «Tantissimo. Mi sento quasi un’altra persona, un altro dirigente, mi è cambiata la vita. Sono stato catapultato in questo ruolo all’improvviso per via delle vicende che hanno portato al cambio di proprietà, ricordo sempre che il 30 ottobre 2014 scendevo in campo a Montreal e il 15 novembre ero qui a Casteldebole in ufficio. All’inizio stavo molto vicino ai ragazzi, specie nella fase finale della Serie B, poi il direttore Corvino ha iniziato a coinvolgermi nel suo lavoro, soprattutto per visionare i giocatori. Dopo l’arrivo di Bigon mi sono addentrato ancora di più nell’area tecnica, cercando di entrare nei meccanismi di gestione della squadra e comprendere bene il rapporto tra d.s., allenatore e staff. Infine, dopo che alcuni collaboratori storici di Riccardo sono andati via, ho cominciato a girare per il mondo e a fare lo scout internazionale. Scovare e visionare talenti e allacciare rapporti con agenti e società è un lavoro che mi piace tanto e mi gratifica, anche perché mi dà la possibilità di rappresentare il club nel mondo ed essere identificato come una parte di Bologna».

Il tuo vecchio ruolo di club manager, non ancora molto diffuso nel calcio italiano, ha dato adito a molte chiacchiere sulle tue reali mansioni: certe frecciatine ti hanno ferito o te le sei fatte scivolare addosso? «Un po’ mi è dispiaciuto, magari la mia mancanza è stata quella di non spiegare mai nel dettaglio ciò che facevo, perché non avevo una mansione sola. All’inizio aiutavo Corvino a gestire i rapporti con la squadra, visto che lui scendeva meno nello spogliatoio, e intanto rappresentavo il club in città. Dopo l’arrivo di Bigon ho iniziato ad essere un riferimento per il suo staff, non andavo ancora in giro ma seguivo campionati e giocatori in video. La figura del club manager non ha una vera specificità, ma mi ha permesso di toccare più segmenti all’interno dell’area tecnica e capire bene per cosa ero più portato. Quindi sì, certe cose mi hanno fatto un po’ male, perché io sono sempre stato qui a lavorare e nel frattempo a studiare da dirigente, a cambiare la mia mentalità, ed è tutto tempo speso che adesso ritrovo dalla mia parte. Devo ringraziare la società, in particolare il presidente, per la grande opportunità, così come Bigon e i suoi più stretti collaboratori Marco Zunino, Leonardo Mantovani e Maurizio Micheli (questi ultimi due ora sono al Napoli, ndr) per il supporto e i preziosi insegnamenti».

Tre anni dopo Corvino, la cui avventura a Casteldebole è durata poco, ecco Sabatini, un’altra figura ‘ingombrante’: come si è posto nei vostri confronti e come procedono le cose all’interno dell’area tecnica? «Walter è arrivato in un momento delicato per la direzione sportiva, perché tra fine maggio e inizio giugno molte trattative sono già state programmate o addirittura intavolate. Nei primi quindici giorni gli abbiamo mostrato il funzionamento della ‘macchina’ scouting rossoblù e riepilogato il lavoro imbastito fino a quel momento, e alcuni dei nomi che ci ha sottoposto combaciavano coi nostri, ad esempio Skov Olsen, Tomiyasu e Dominguez. Devo dire che si è presentato e inserito alla grande, con tanta voglia di aiutarci e portare qualcosa in più. Ognuno secondo le proprie possibilità e capacità, e lui ne ha davvero tante, ha contribuito a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati per migliorare la rosa».

Come si svolge la tua giornata tipo, specialmente adesso che il mercato è chiuso? «Intanto mi preme sottolineare che il nostro è un lavoro di gruppo, perché Riccardo coinvolge l’intera area scouting, e non è una cosa scontata. Nella prima parte della stagione, fino a dicembre, facciamo monitoraggio e ci prepariamo per il mercato invernale, poi cominciamo a girare tutti quanti: nessun giocatore arriva a Bologna senza l’approvazione unanime di tutti gli scout, poi chiaramente la decisione finale spetta al d.s. Si comincia sempre dalla parte video, il cui responsabile è Zunino, poi si passa alle riunioni, tante riunioni, quello che porta al mercato è un percorso lungo. Per i giocatori stranieri le problematiche sono maggiori, quindi è fondamentale instaurare un buon rapporto con gli agenti e conoscere bene i ragazzi anche sul piano personale, io e l’altro scout internazionale Mattia Baldini siamo spesso in viaggio pure per questo, oltre che per assistere alle partite. Io e lui apriamo le trattative anche sul piano dei numeri, facendo valutazioni legate ai contratti, così da ‘consegnarle’ in maniera completa nelle mani di Bigon, che alla fine procede alla chiusura insieme all’amministratore delegato».

Se ce n’è una in particolare, qual è l’operazione di cui vai più orgoglioso? «Oltre a tutto il percorso standard appena descritto, spesso entrano in gioco dei fattori personali, e devo dire che all’acquisto di Skov Olsen ci tenevo particolarmente. È stata una trattativa molto lunga che si è prolungata ancora di più nel finale, quando ormai pensavamo di avercela fatta. Ma con la buona volontà, i buoni rapporti e la volontà di tutti, a cominciare dalla famiglia del ragazzo e dal suo agente, siamo riusciti a portarlo qui: nonostante l’agguerrita concorrenza Andreas ha scelto noi, e ne siamo davvero felici».

E invece, guardandoti indietro, c’è un errore di cui ancora ti rimproveri, qualcosa che non rifaresti o che faresti diversamente? «In particolare, come detto, il fatto di non aver spiegato certe cose alla gente nella fase iniziale del mio percorso dirigenziale. Forse in tanti si aspettavano da me un modo di comunicare diverso, e li capisco, io stesso credo che agirei diversamente se tornassi indietro, ma per me era fondamentale guadagnarmi uno status da dirigente e dimostrare a chi mi ha aveva offerto questa possibilità che non ero solo un ex giocatore e capitano ma una figura all’altezza dell’incarico. Questo mio stile di comunicazione è stato probabilmente percepito come un allontanamento e ha un po’ sorpreso i tifosi, ma io non ho mai dimenticato neanche per un secondo l’amore che i bolognesi mi hanno dato e quello che io provo per loro. Ho commesso degli errori ma penso sia normale in una fase di apprendimento e crescita, il passaggio dal campo alla scrivania è stato piuttosto travagliato e ancora oggi ho qualche difficoltà: spesso mi ritrovo a lavorare non con distacco ma con sentimento, perché per il Bologna nutro un sentimento enorme. Nello stesso tempo, sento un forte senso di responsabilità verso il presidente, che non solo mi ha dato fiducia ma soprattutto ha dato un presente e un futuro importantissimo al club, dopo averlo salvato. Insomma, sul piano emozionale non è semplice, ma sono felicissimo di aver avuto questa opportunità e ogni giorno do il massimo per poter diventare, nel corso degli anni, un punto di riferimento importante all’interno della società».

Il patron Saputo ha sempre parlato di crescita graduale, iniziando dal consolidamento della categoria: i nuovi investimenti sulla squadra erano già in programma o la paura vissuta la scorsa stagione lo ha spinto ad anticiparli? «Saputo ha sempre avuto ben chiare in testa le necessità del club. Innanzitutto ripianare tutti i debiti, riportare la squadra in Serie A e mettere mano alle strutture, cominciando dal centro tecnico. Poi una seconda fase in cui strutturare sempre meglio la società e mantenere la categoria: in certi momenti siamo riusciti a toccare un buon livello, in altri meno, e lo stesso discorso vale per i giocatori acquistati. Nonostante alcuni errori commessi e un po’ di difficoltà ambientali, dove per ‘difficoltà’ intendo le enormi aspettative legate ad un crescita esponenziale immediata che però nessuno aveva mai promesso, anche questo secondo obiettivo è stato centrato, e adesso è iniziata una terza fase. Parliamo di uno step che comunque era previsto, ma senza dubbio la paura passata nella prima parte della scorsa stagione ha contribuito a velocizzarlo. La situazione che si era venuta a creare ci ha mostrato il lato più passionale di Saputo: dopo la sconfitta contro il Frosinone è emerso ancor più chiaramente tutto il suo amore per il Bologna e i suoi tifosi, ha voluto fare subito qualcosa per evitare alla piazza ulteriori sofferenze. Lui è un uomo di parola, e infatti nel mercato estivo ci siamo ritrovati con un budget incredibile per un club come il nostro».

Le tre croci fuori dal centro tecnico, lo striscione contro ‘i tre moschettieri’, il comunicato in cui sei stato definito ‘personaggio’: c’è qualche sassolino che ti vuoi togliere? «Nei momenti di difficoltà e di rabbia può anche succedere di perdere un po’ la testa, in modi più o meno giustificabili, e poi si sa che spesso nel calcio i ricordi passano in secondo piano. Io però non credo venga messo in discussione quanto ho fatto da calciatore, semplicemente viene valutato il mio percorso da dirigente, durante il quale ho anche commesso degli errori. Tutto il comparto dirigenziale è finito nell’occhio del ciclone ma è qualcosa che fa parte del nostro mondo, dispiace ma non è una sorpresa. Provando a guardare il bicchiere mezzo pieno, certe critiche mi hanno dato ancora più spinta a migliorare e dimostrare che merito di far parte del Bologna anche in questa veste».

Da diversi anni sei al fianco della onlus Bimbo Tu: quanto ti gratifica questo impegno nel sociale, così come il fatto di lavorare per un club che non si dimentica mai di chi soffre? «Entrare a far parte della famiglia di Bimbo Tu è stato un grande regalo per me e per la mia famiglia, ed essere riuscito a coinvolgere anche il club è un motivo d’orgoglio. Intanto perché è bellissimo lavorare in una società ricettiva sotto questo aspetto e poter mostrare un lato che va oltre il calcio (lo testimonia, tra le altre, la recente iniziativa Bologna For Community, dedicata ai tifosi diversamente abili, ndr), e poi perché si possono aiutare concretamente tante associazioni che fanno del bene e tante persone in difficoltà. La serata che abbiamo organizzato al Dall’Ara lo scorso 24 giugno in memoria di Nicole Perera, grazie a cui abbiamo raccolto fondi per sostenere il PASS (Polo di Accoglienza e Servizi Solidali, ndr) di San Lazzaro, è stata qualcosa di meraviglioso che non potrò mai dimenticare, e aver ricevuto l’appoggio di tutto il Bologna mi ha davvero toccato».

Cosa rappresentano per te Bologna e il Bologna? «A 32 anni mi davano tutti per finito, invece il Bologna ha creduto in me e mi ha fatto rivivere emozioni che credevo fossero ormai irripetibili. Provo tanta gratitudine verso questo club e questa splendida città, che dal 2008 continua a dare amore sia a me che alla mia famiglia. Bologna la sento come casa mia, sono molto felice di poterci vivere e di poter lavorare nell’ambiente rossoblù. Il mio più grande desiderio è che tutto questo possa durare per sempre».

Il 9 ottobre, in occasione della Partita delle Leggende, tornerai a guidare il Bologna da capitano: sei pronto per trafiggere il Real Madrid? Prima di salutarci, svelaci qualche nome di prestigio che ti affiancherà sul prato del Dall’Ara… «Mi sto allenando, ho un’ansia addosso che la metà basta (ride, ndr). Dal giorno del mio addio al calcio ho giocato una sola partita, lo scorso marzo al Mestalla per il centenario del Valencia. Ma giocare al Dall’Ara è un’altra cosa, l’emozione è molto più forte. Il primo obiettivo è non infortunarsi, il secondo è ovviamente fare una bella figura, sperando che loro si presentino un po’ scarichi (ride, ndr). Battute a parte, mi fa piacere che l’evento sia stato accolto nel migliore dei modi, sarà una grandissima festa con oltre cento giocatori invitati. La lista degli avversari ci verrà inviata la prossima settimana, quindi non so ancora se ad esempio ci sarà Raúl, io mi auguro di poter duettare con Kennet Andersson e Beppe Signori».

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