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Rassegna stampa 23/01/2018

Fogli: “Io e Perani amici per sempre. Marino in campo era sublime, fuori sapeva riconoscere i campioni”

Per ricordare il grande Marino Perani, nel giorno della sua scomparsa, Zerocinquantuno ha contattato Romano Fogli. Il numero 7 e il numero 6 di quel meraviglioso Bologna, campione d’Italia nel 1964, non erano soltanto ex compagni di squadra, ma soprattutto amici fraterni.

Romanino Fogli, un altro grande campione del Bologna che se ne va. «Questa telefonata me l’aspettavo da un momento all’altro, la temevo, dai figli di Marino sapevo che stava male e che aveva i giorni contati. Mi avevano detto che avrei fatto meglio a non andare a trovarlo, sarebbe stato troppo triste, tanto non era più in grado di riconoscere nessuno. È meglio così, stava soffrendo troppo, ma la morte di un amico è come quella di un familiare, non la vorresti mai».

In quella squadra avevi tanti amici, ma forse per te Marino era il migliore. «Sì, perché al Bologna siamo arrivati insieme. Per tre anni abbiamo abitato nella stessa pensione, poi siamo andati ad abitare entrambi in Piazza della Pace. Solo quando sono nati i nostri figli ci siamo separati, ma anche loro sono sempre rimasti molto legati: Daniele, Paolo e Claudio hanno giocato con Massimiliano, eravamo due famiglie unite».

Qual è il tuo pensiero sul Marino giocatore? «Era sublime, di sicuro una delle migliori ali di quel tempo. Sapeva fare tutto, giocava sempre per la squadra nonostante avesse grandissime qualità. È stato un giocatore fantastico, forse il più amato da Luis Carniglia».

Ci racconti la storia del prezzemolo, che per tanti anni Perani si è portato dietro? «Se non sbaglio Marino si fece sfuggire quella frase quando andò ad allenare l’Udinese. Disse che il prezzemolo faceva bene, che andava messo dappertutto perché conteneva tante vitamine: da quel momento Marino ha vissuto con la storia del prezzemolo addosso. Battute a parte, stiamo parlando di un grande giocatore, di un allenatore importante, e di un grande responsabile del settore giovanile. Ricordo ancora quel giorno in cui…».

Ti riferisci al giorno in cui Mancini venne a provare a Bologna? «Marino lo fece giocare mezzora, poi lo mandò a farsi la doccia. Pensai tra me e me, forse non gli è piaciuto… Invece mi disse che non bisognava perdere neanche un attimo e che lo aveva mandato in sede per firmare, perché il club aveva tra le mani un grande campione. Perani era questo, uno che vedeva le qualità del giovane dopo cinque minuti: come era fenomenale in campo a leggere il gioco, così era bravo da responsabile a intravedere il campione in erba».

C’è un ricordo che ti lega a lui più di altri? «Potrei scrivere un libro, io e lui siamo stati insieme per una vita. E abbiamo continuato a sentirci sempre, non ci siamo mai dimenticati. Ma se devo ricordarne uno voglio legarlo a quell’ultimo scudetto. La notte prima eravamo in camera insieme: lui era serio e aveva poca voglia di ridere, già si stava concentrando per la partita, invece io scherzavo per alleggerire la tensione. Quella sera mi sopportò a fatica, ma io mi comportavo così proprio perché lo vedevo troppo pensieroso. Il giorno dopo Marino giocò benissimo, il povero Facchetti diventò matto a stargli dietro».

Romano, domenica sei venuto al Dall’Ara per la partita con la Spal? «No, alla fine non ce l’ho fatta, non ho trovato chi poteva accompagnarmi. Ci tenevo, ma sarà per un’altra volta. Mi piace questo Bologna, mi sono divertito».

Certo che con Palacio la vita è cambiata. «Palacio è il valore aggiunto, sembra che abbia vent’anni e non trentacinque: quando hai uno così che dà l’esempio, tutti gli altri non possono che seguirlo. A tal proposito, osso dire una cosa?».

Ci mancherebbe, parla pure… «Palacio è una grande persona e un grande giocatore, i giovani devono ascoltarlo sempre. Una volta i giocatori più esperti erano un punto di riferimento per i ragazzi, ora mi sembra che non sia più così. Spero che Bologna rappresenti un’isola felice anche in questo senso, i giovani devono capire che hanno avuto fortuna a ritrovarsi vicino un campione come Palacio. Lui è un tesoro dal quale devono attingere tutti i giorni, se lo seguiranno diventeranno ancora più forti. E nel Bologna ci sono tre o quattro ragazzotti che già sono parecchio bravi».

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