Fuochi:

Fuochi: “Il Bologna ha un serio problema psicologico. Saputo dovrebbe intervenire di più”

Il momento è di quelli delicati. Le sconfitte in serie, una salvezza che non è in discussione ma anche un rilancio che tarda troppo ad arrivare. Per fare il punto della situazione in casa Bologna abbiamo contattato Walter Fuochi, importante firma di Repubblica.

Il Bologna è reduce dalla settimana nera delle tre sconfitte con Napoli, Milan e Sampdoria in cui è successo davvero di tutto, dagli errori arbitrali a quelli della squadra in campo: è la fragilità mentale del gruppo a preoccupare di più? «Sì, certamente c’è un problema psicologico molto serio, questo gruppo continua a prendere molti colpi e li subisce tutti. Non li ha presi solo questa settimana, di gol nei finali di partita ce ne sono già stati tanti, quindi c’è un’abitudine a subire che si traduce poi in preoccupazione, ansia e mancanza di fiducia. Con la Sampdoria c’è stato inoltre un intervento di fattori esterni decisivo e anche ingiusto, però la frana successiva ha riportato a galla certi vizi antichi: sicuramente in questo momento il Bologna non è una squadra molto corazzata sul piano mentale».

La salvezza è di fatto già raggiunta e sembra impossibile ambire a qualcosa in più della parte sinistra della classifica: può essere tutto riconducibile a una mancanza di stimoli per un obiettivo che di fatto non c’è? «No, non credo. Sono dell’idea che una squadra abbia il dovere di giocare tutte le partite al meglio anche se non ha un obiettivo diretto da raggiungere. È proprio dell’essere professionisti e nuoce allo stesso calciatore essere così fragile psicologicamente: nuoce alla sua quotazione, al suo mercato, al suo guadagno, quindi non è conveniente per nessuno. Però la concentrazione evidentemente è un bene raro: nel Bologna c’è un difetto di concentrazione che è allarmante, per non dire tragico».

Con una squadra giovane, alti e bassi erano comunque stati messi in preventivo… «Non è poi così giovane. È anche piena di giocatori esperti e maturi, e anche la stessa giovinezza a cavallo dei 25 anni finisce. Chiamiamo giovani dei giocatori che hanno già alle spalle diverse stagioni, la maturazione di un atleta avviene di solito intorno ai 25 anni, ma già intorno ai 20-22 chi ha gambe per correre e testa per giocare si vede. Qui invece si vede poco».

Nell’opinione pubblica c’è anche chi sta mettendo in discussione l’operato di Roberto Donadoni: quali responsabilità ha, a tuo avviso, il tecnico? «La guida tecnica è anche una guida psicologica, e in un gruppo che sotto questo aspetto fa fatica evidentemente funziona poco. Cioè, Donadoni non riesce a trasmettere quegli stimoli e una maggiore attenzione che i giocatori dovrebbero avere. Poi lui in campo non ci va e i pasticci spesso sono individuali, combinati da un solo giocatore. A rotazione ne hanno già combinati un po’ tutti, e quindi una sua maggiore puntualità nel richiamare la squadra all’attenzione dovrebbe esserci. Certamente questi risultati negativi coinvolgono pesantemente anche la sua conduzione».

Dopo questo filotto di sconfitte lo stato d’animo del chairman Joey Saputo, che peraltro lui stesso ha esplicitato nei giorni scorsi, è facilmente immaginabile: se fossi nei suoi panni, quale sarebbe la prima cosa che faresti? «Parlerei con la squadra e con l’allenatore faccia a faccia, direttamente. Purtroppo Saputo sconta un peccato che non è tutta colpa sua, ma starsene a 5.000 km da qui non aiuta. Quel comunicato era anche un po’ dovuto, liturgico, qualcosa che non va veramente in profondità. Credo che Saputo dovrebbe parlare di più, anche sui giornali, nelle televisioni e nelle radio, essere un presidente presente per quanto può. Così sembra un presidente lunare, sta dall’altra parte del mondo, interviene il meno possibile. Poi con i ‘suoi’ ci parlerà, però questa è un’azienda che parla a una platea pubblica in cui è necessario che gli attori si confrontino con la platea, e lui questo lo sta facendo poco».

Intanto i lavori al centro tecnico di Casteldebole sono ormai arrivati a compimento e prosegue anche l’iter per il restyling del Dall’Ara. Esiste una classifica delle priorità? Serve prima avere infrastrutture all’avanguardia per far crescere meglio la squadra, o se non si lavora sulla squadra avere infrastrutture di alto livello è secondario? «Credo siano parti della stessa azienda che vivono una vita autonoma. È chiaro che il miglioramento delle strutture giova al club, ma poi in campo ci va un altro ramo dell’azienda. È necessario che tutte le parti vengano portate avanti da chi ne è deputato, ma non è che se tu fai un centro tecnico bellissimo ottieni automaticamente dei risultati. Chi lavora ai risultati continui a farlo, un po’ meglio di adesso, e chi lavora a tirar su delle pietre le tiri su bene. Non vedo una connessione molto diretta fra i due settori».

L’obiettivo dichiarato a inizio stagione era fare meglio dello scorso anno e, con diverse gare ancora a disposizione, è ancora ampiamente raggiungibile: a quando, però, il vero salto di qualità? «Questo ce lo devono dire loro, e ce lo devono dire parlando con più franchezza, trasparenza e frequenza».

Da tifoso, a Bologna oggi appassiona di più seguire il calcio o il basket? «Tutte e due. Devo dire che il calcio in Italia resta un fenomeno che vale dieci volte l’altro sport. A Bologna, anziché dieci, magari sarà solo due, ma credo che rimanga prioritario, anche perché tutti hanno vissuto momenti migliori con il basket e gli attuali non sono propriamente trascinanti. Il discorso varrebbe anche per il calcio, ma penso che sia lo sport nazionale e anche a Bologna quello cittadino. L’altro, però, è lì attaccato».

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