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Fuochi: “Diawara è al centro del progetto e della squadra, perderlo sarebbe grave”

Estate, tempo di costruire obiettivi, progetti, strategie, e quindi squadre, in vista della prossima stagione. Vale per il calcio come per il basket, e per fare il punto della situazione sia sul Bologna che sulla Virtus e sulla Fortitudo, ZO ha contattato Walter Fuochi, giornalista di Repubblica.

Il Bologna è in questi giorni in pre-ritiro a Castiadas. Quali sono le basi da cui ripartire, non solo dal punto di vista degli uomini?  Ad esempio, c’è già anche un’identità tattica? «No: credo che senza gli uomini non possa parlare di questo, e quindi siamo indietro. Soprattutto se un giocatore centrale, come Diawara, oggi c’è e domani non ci sarà, come sembra probabile. E’ un po’ tutto da ripensare, ma non siamo nemmeno all’inizio del ritiro, quindi il tempo non manca. Piuttosto, questo Europeo sta alimentando forti rimpianti per un altro che probabilmente non ci sarà, Giaccherini, che è un giocatore di elevato livello europeo. Pensare di averlo avuto e di non averlo più costringe di nuovo a riflessioni su chi lo sostituirà e su come cambierà, da questo punto di vista, il gioco del Bologna. Credo che prima di conoscere la commedia dovremo conoscere gli attori».

Dai quindi poche chances a una riconferma di Giaccherini? «Sì, davvero poche. Se il prezzo veniva giudicato inaccessibile prima di questi Europei, sarei per escludere che il prezzo si stia abbassando. Si può sempre cambiare idea nella vita, ma tutto porta a un divorzio».

Parlavi prima anche del futuro di Diawara: la sua cessione o meno è davvero così indicativa nell’ambito del progetto Saputo? «La cessione è importante dal punto di vista tecnico perché si tratta di un giocatore centrale nel sistema di gioco e ovviamente sarebbe un grosso ammanco se non ci fosse più. L’altra faccenda è simbolica: il Bologna è una squadra da ricostruire, vuole costruirsi sui giovani e sul migliore dei suoi giovani fa subito una cessione. Si può naturalmente sostenere che con questa cessione si compreranno altri giovani da mettere in rampa di lancio, ma perdere subito il pezzo il migliore va un po’ in controtendenza rispetto a quello che si pensava accadesse».

Giovani sono intanto i primi due acquisti, Di Francesco e Boldor. Come valuti questa linea verde, che sta comunque proseguendo? «La valuto giustamente, perché l’unico modo per costruire una squadra forte è trovare giovani e farli crescere un contesto sano, come è il Bologna societario di adesso. Ben vengano, non c’è altro da fare se non costruire le squadre così. Ovviamente il fattore decisivo diventa la competenza, cioè che chi va a prendere questi giovani abbia l’occhio lungo e individui quelli giusti».

Alcuni tifosi leggono i nomi che circolano sul mercato e un po’ storcono il naso perché magari si aspettavano altro. Hai l’impressione che con Saputo si siano create aspettative troppo alte? «Quando hai alla testa uno dei primi 300 miliardari del mondo pensi che si spalancheranno le porte del Paese dei Balocchi. Saputo ha sempre sostenuto di voler improntare la sua gestione a iniziative senza follie, quindi alla costruzione di una squadra che possa arrivare in alto. Però ha anche detto che in uno spazio ragionevole di tempo lotteremo per alte posizioni, quindi ci vorrà anche qualche giocatore di peso e già affermato. Come poi fu l’acquisto di Destro lo scorso anno: un giocatore giovane ma anche già con un notevole pedigree. Speriamo arrivi un altro Destro, altri due o altri tre…».

Intanto si riparte da Donadoni ed è, di fatto, dai tempi di Pioli che il Bologna non  programmava a questi livelli con lo stesso tecnico per due anni di fila. Il mister è già una garanzia… «Credo di sì, penso che la durata di un mandato tecnico sia di per sé un elemento importante per la crescita delle squadre. Diffido di quei club che cambiano molto, il calcio usa e getta è invece in larga parte dominante in questi tempi, invece un allenatore con un lungo mandato può essere decisivo. Donadoni, poi, è un allenatore che insegna calcio e in una squadra giovane ci sta perfettamente».

Passando al basket, la Fortitudo ripartirà con l’obiettivo dichiarato della promozione, dopo aver visto sfuggire l’A1 di un soffio? «Si, lo dichiarano loro e fa quindi fede ciò che dicono i diretti interessati. La costruzione di una squadra che punti alla promozione è già partita, sono già stati bloccati alcuni giocatori del quintetto, quindi credo che si proceda in quella direzione. Quello di A2 è comunque un campionato con una formula molto punitiva, con una sola promozione per 32 iscritte, un non-senso. Puoi fare tutte le dichiarazioni che vuoi, ma non avrai mai una squadra che ti dia la certezza di salire. Se invece le promozioni fossero 2, 3 o 4, in quel gruppo puoi sempre pensare di arrivare».

Obiettivo promozione anche per la Virtus, che dopo la retrocessione sarà chiamata immediatamente a risalire? «No, non credo. La Virtus sta facendo discorsi improntati alla prudenza, di gradualità e senza promettere niente. D’altra parte non hanno un solo giocatore, in questo momento, dei 12 che servono e quindi è proprio tutto da rifare. In questo caso, la retrocessione è punitiva in un altro senso: con il passaggio dal professionismo al non professionismo perdi anche i giocatori che avevi vincolati. Magari qualche giocatore la Virtus lo avrebbe tenuto per farne la base della ripartenza, penso a Vitali e Mazzola, ma credo sia estremamente improbabile che restino. Una squadra tutta da rifare, quindi, difficilmente può promettere di essere già da corsa, e saggiamente stanno tracciando dei programmi molto cauti».

Il prossimo anno tornerà dunque il derby: in A2 perderà un po’ di fascino o la stracittadina è sempre la stracittadina? «Credo che il fascino ci sia, anche perché manca da molto tempo e c’è molta voglia di rivederlo. Il fascino del derby molte volte è nel contorno, è la cornice che vince sul quadro. Il quadro magari sarà modesto come non lo è mai stato, perché sarebbe il primo derby della storia in A2 e quindi fra due squadre dichiaratamente di secondo livello, però il derby è bello fuori, più che dentro, quindi credo che il fascino resterà immutato»

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