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Fuochi: “Saputo è partito da zero, ora però la delusione è legittima. Il ciclo di Donadoni è alla fine ma prima bisogna salvarsi”

Sotto la gestione di Roberto Donadoni, il Bologna ha rimediato 44 sconfitte su 94 partite di campionato, con la ‘bellezza’ di 21 k.o. nelle 48 sfide disputate al Dall’Ara. Il progetto di crescita targato Joey Saputo, almeno sul campo, stenta a decollare, e nelle prossime settimane i rossoblù saranno chiamati a mettere in cassaforte la terza salvezza consecutiva, nonostante un calendario tutt’altro che agevole. Per analizzare il delicato momento attraversato dai rossoblù, a tre giorni dall’insidiosa sfida dell’Olimpico contro la Lazio, abbiamo contattato Walter Fuochi, prestigiosa firma di Repubblica.

Walter, quello che vediamo ogni domenica sul campo non è esattamente un Bologna di cui andare fieri… «È una squadra che centra l’obiettivo minimo, ovvero il mantenimento della categoria, quello enunciato come indispensabile dal management del club. L’evoluzione generale del progetto è molto lenta, soprattutto in questo senso mi sembra che la società stia mancando i propri obiettivi».

Dopo quasi tre anni di gestione Saputo era lecito aspettarsi qualcosa di più? «Sì, un’avanzata più robusta e adeguata ai mezzi economici del proprietario, che all’inizio ci fecero sognare grandi prospettive. In seguito è stata adottata una politica di estremo realismo, che adesso sta sconfinando nel grigiore. Ora, poiché lo sport è un’azienda che non vende prodotti confezionati ma emozioni, ricordi e speranze, tutto ciò è piuttosto deludente per chi consuma il prodotto Bologna. E questa delusione si va propagando in una parte sempre maggiore di pubblico, fermo restando che in città hanno voce due partiti: uno che si aspetta ancora qualcosa e un altro, che sta prendendo il sopravvento, che considera ormai tale delusione un punto di non ritorno e ha smesso di fantasticare».

Tu da che parte ti schieri? «Mi sforzo di considerare tutti gli aspetti del problema, quindi anche la complessità della situazione che è stata ereditata e affrontata da Saputo. Il Bologna era al punto zero, o forse anche al di sotto, sono stati necessari grandi sacrifici per il rifinanziamento, ma ritengo che essere delusi sia quantomeno legittimo ora come ora».

Nonostante la politica di estremo realismo, come l’hai definita, si potevano comunque ottenere risultati migliori? «Credo di sì. E inevitabilmente finiamo a parlare di Donadoni. Il suo primo anno, seppure con un finale in calando, aveva generato un certo ottimismo, gli ultimi due mi pare che si stiano concludendo nel modo peggiore. Mi sembra anche che ci sia una sorta di incomunicabilità fra l’uomo e la piazza, ma anche fra il tecnico e i suoi ragazzi, perché le risposte della squadra alle sue sollecitazioni non sono quasi mai all’altezza. L’ambiente, da tifosi fino ai giocatori, si sta adeguando e rassegnando sempre più, le prestazioni davvero convincenti sono un miraggio e le statistiche raccontano di una sconfitta ogni due partite, quindi ci muoviamo in un territorio che solitamente conduce all’esonero».

Esonero che fin qui non è mai arrivato: arriverà in estate? «Cogliendo quest’aria di saturazione forse reciproca fra il tecnico e la piazza, credo sarebbe meglio che le strade si separassero. Del resto i cicli sportivi sono sempre più brevi, anche per la rapidità con cui commentiamo e consumiamo personaggi, storie e vicende. Sotto le Due Torri emerge una forte ansia di ridare le carte, Donadoni sta chiudendo male questo triennio sulla panchina rossoblù e tutto porta a pensare che alla fine sarà divorzio. Un divorzio che costerà lacrime e sangue, visto il contratto fino al 2019, è normale che chi fa i conti consideri anche l’aspetto economico. Però non puoi produrre spettacolo con attori protagonisti che non piacciono più al tuo pubblico, è una norma fondamentale».

Donadoni ha diverse colpe, ma anche il materiale messo a sua disposizione non è proprio eccezionale… «Qualche scelta sbagliata in sede di mercato può capitare, neanche il miglior direttore sportivo del mondo azzecca tutti gli acquisti, anche se qui mi pare ne siano stati azzeccati pochi. Poi certo, bisogna anche sottolineare le cose positive, su tutte l’ingaggio di Verdi, per il quale va dato merito a Bigon. Va anche detto che il progressivo restringimento del budget da parte del presidente non ha aiutato: quando la proprietà sottolinea come un club di calcio debba generare profitti per autoalimentarsi, significa che non puoi ancora permetterti le prime scelte ma devi fare di necessità virtù. Se però le seconde o terze scelte le paghi più del dovuto, quello è un errore grave».

All’interno di questo scenario non è facile ritrovare entusiasmo, e certe dichiarazioni del tecnico e dei dirigenti non sono di grande aiuto… «Puoi anche avere ottimi comunicatori, che ti fanno un bel pacco e un bel fiocco, ma alla fine conta quello che c’è dentro alla scatola. Nel caso del Bologna attuale, un prodotto calcistico che fin qui si è rivelato modesto. In generale, la comunicazione dovrebbe essere affidata alle persone più importanti della società: se si vuole una risposta in termini tecnici si va dall’allenatore, se vuol parlare in termini gestionali dal presidente, e sono sempre importanti anche le dichiarazioni dei leader della squadra. Qui mi sembra che tutto ciò non si verifichi, nel senso che l’allenatore risponde per cortesia o per degnazione, il patron parla due volte all’anno e si affida all’amministratore delegato, e i giocatori più importanti si fanno sentire poco o nulla».

A proposito di giocatori importanti, Destro per il Bologna lo è stato solo a tratti. «Il ragazzo ci ha messo del suo, ma se si fa di tutto per far regredire un giocatore, impiegandolo poco o male, alla fine si ottiene proprio quel risultato. Più volte è stato messo in discussione e accostato alla porta d’uscita, adesso quasi paradossalmente vive un momento di forte popolarità tra i tifosi in quanto vittima di un personaggio più impopolare di lui. Una larga fetta di pubblico rossoblù favorevole a Destro, comunque, in questi tre anni non l’ho mai vista, e penso che a giugno la sua posizione verrà vagliata con attenzione dalla società. Qualora si decidesse di cederlo, bisognerebbe poi trovarne uno più forte per sostituirlo».

Ti preoccupa la piega che sta prendendo il campionato dei rossoblù? «Per ora no e spero non si arrivi al punto di doversi preoccupare, anche se ovviamente i punti che mancano per salvarsi bisognerà pur farli da qualche parte. E nelle prossime tre settimane, sosta inclusa, rischiamo di restare a bagno nell’aceto, visti gli impegni proibitivi contro Lazio e Roma. Non riuscire a fare risultato è qualcosa che ti logora, ogni giornata si affronta in maniera più faticosa e l’aria nell’ambiente si fa pesante, in tal senso il calendario non gioca a favore del Bologna. Non sarà un periodo facile, ma il vantaggio in classifica è talmente cospicuo che spero non venga scialacquato, sarebbe una catastrofe e non voglio neanche pensarci».

Sarebbe una catastrofe anche se dovesse saltare il progetto di restyling del Dall’Ara? «Da tanto ne parlano e progettano, la ristrutturazione dello stadio sembra uno snodo indispensabile per il futuro del club, quindi mi auguro che tutto si concluda per il meglio. Arrivati a questo punto, alzare le mani e battere in ritirata sarebbe senza dubbio una sconfitta rovinosa per tutti. Riguardo ai lavori sento parlare di tempi lunghi e spero che in qualche modo possano essere accorciati, anche se mi rendo conto che alcuni ostacoli non dipendono dalla volontà del Bologna. Non vedo l’ora di sedermi in un Dall’Ara nuovo, più moderno, accogliente e attrezzato. Se solo penso all’acqua che si sono presi in testa i tifosi domenica scorsa, per assistere a quello spettacolo lì…».

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