Gabbiadini:

Gabbiadini: “In Premier va alla grande, ora voglio i Mondiali. A Bologna mi sento a casa, domenica tiferò per i rossoblù”

In qualche modo, Bologna è sempre stata nel destino di Manolo Gabbiadini. Cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta, il 25 marzo 2012 a Bergamo segna il suo primo gol in Serie A trafiggendo i rossoblù. Nella stagione successiva, dopo essere stato acquistato dalla Juventus, viene in girato in prestito proprio al Bologna, dove colleziona 30 presenze e 6 reti. Nel frattempo conosce Martina, di Sasso Marconi, con cui si sposerà il 17 giugno 2017, non prima di essere diventato papà del piccolo Tommaso, nato sotto le Due Torri il 19 novembre 2015. Ora Gabbiadini ha 25 anni ed è il centravanti del Southampton, in Premier League, nonché uno degli attaccanti della Nazionale italiana, con cui si appresta ad affrontare i playoff per accedere ai prossimi Mondiali. Dall’altra parte del telefono oggi c’è proprio lui, direttamente dall’Inghilterra, e gli argomenti per una chiacchierata interessante non mancano…

Manolo, se ti dico 25 marzo 2012 cosa ti viene in mente? «Un bel pomeriggio di sole, la rete che si gonfia, la corsa sotto la curva, ma il primo gol in Serie A è stato soprattutto una grande liberazione. Forse non ero ancora pronto io, forse nell’ambiente Atalanta venivo ancora visto come il ragazzino appena uscito dal settore giovanile, fatto sta che buttando nel sacco quel pallone mi tolsi un peso notevole».

Da quel giorno hai fatto molta strada e ora sei al Southampton: come procede la tua avventura in Premier League? «Alla grande, il campionato inglese mi ha sempre affascinato molto e arrivando qui posso dire di aver coronato un sogno che avevo fin da bambino. Al Southampton ci ho messo poco ad ambientarmi, e in generale la Premier è spettacolare. Lo scorso anno, dopo un buon avvio, sono stato un po’ frenato da un piccolo problema fisico, ora però sto bene e ho iniziato la stagione col piede giusto».

Quali sono le principali differenze tra il calcio italiano e quello inglese che stai riscontrando sul campo, sia in partita che in allenamento? «Qui ci sono pochi tatticismi, si gioca sempre a viso aperto. Anche in settimana il tempo dedicato agli schemi e alla preparazione della partita in funzione dell’avversario è minimo, si fanno soprattutto esercizi sul possesso palla e partitelle ad alta intensità. E poi ovviamente c’è tutto il contorno: un’atmosfera magica, degli stadi stupendi e sempre pieni, e uno sport che viene vissuto come tale, con il sorriso e senza mai fare drammi».

Domenica si gioca Atalanta-Bologna, inutile dire che il tuo cuore sarà spaccato in due… «A dire il vero in Italia seguo solo il Napoli, perché mi fa divertire, e il Bologna. Ho casa sotto le Due Torri, sono rimasto in contatto con tante persone che lavorano nel club e quando la squadra vince sono molto felice. Nell’Atalanta ci sono cresciuto, è vero, ma domenica tiferò per i rossoblù».

Nerazzurri reduci dal terzo risultato utile consecutivo in Europa League, felsinei in cerca della quarta vittoria di fila in campionato: che partita sarà? «Giocare a Bergamo non è mai facile, specialmente contro un’Atalanta reduce da una bella vittoria in Europa League e che vuole ritrovarsi anche in campionato. Però vedo un Bologna carico, motivato, incredibilmente affiatato, in estate sono stati fatti acquisti molto intelligenti e i risultati sono già sotto gli occhi di tutti. Ma non chiedermi un pronostico, in queste cose sono un disastro (ride, ndr)».

A tuo giudizio dove possono arrivare Mirante e compagni? «Se continuano così piuttosto in alto, sicuramente nella parte sinistra della classifica. I giocatori ci sono, l’allenatore anche, perché Donadoni è una persona perbene e un tecnico molto preparato, e la piazza sta ritrovando entusiasmo. E poi c’è Palacio».

Hai detto niente… «Rodrigo non lo scopriamo certo adesso, è un fuoriclasse di livello mondiale, ma non finisce mai di stupire. Un campione del genere è fondamentale in campo ma anche e soprattutto nello spogliatoio, i giovani devono seguirlo e prendere esempio da lui».

Ceresoli, Rota, Perani, Savoldi, Signori, Locatelli e adesso Donadoni, tanti bergamaschi hanno fatto le fortune del Bologna e sono rimasti molto legati alla città. E pure tu non fai eccezione… «Sì, perché innanzitutto a Bologna ho trovato il vero amore, la donna della mia vita. E più in generale ho sempre avuto a che fare con persone cordiali e generose che mi hanno fatto sentire a casa. La città, poi, è davvero splendida, ha un fascino tutto suo e si vive benissimo».

Che ricordo conservi della tua unica stagione in maglia rossoblù? «Di fatto è stata la mia prima vera esperienza in Serie A, il Bologna e mister Pioli mi hanno dato la possibilità di crescere e farmi conoscere. In avanti giocavamo io, Diamanti e Kone dietro a Gilardino, ci siamo divertiti molto e abbiamo raggiunto una salvezza serena. Lo stadio Dall’Ara ha un posto speciale nel mio cuore».

Qui i tifosi ti adorano, e se potessero chiedere un regalo in particolare al patron Saputo farebbero subito il tuo nome… «Lo so (ride, ndr), ho casa in centro e quando sono in giro con mio figlio vengo spesso fermato e ricoperto d’affetto. In fin dei conti credo di aver fatto poco per il Bologna, quindi il bene che mi vogliono i tifosi rossoblù assume un valore ancora più speciale».

In futuro ti piacerebbe tornare? «Il legame con il club e con la piazza è forte, ma sono sempre stato abituato a pensare soltanto al presente, senza guardare troppo oltre. Quindi ora nella mia testa ci sono solo il Southampton e la Nazionale».

A proposito di Nazionale, che rapporto hai con Simone Verdi? «L’ho conosciuto meglio nel corso dell’ultimo ritiro a Coverciano, è un ragazzo tranquillo e umile che però in campo si scatena. Destro o sinistro per lui non fa differenza, mi piace tantissimo il suo modo di trattare il pallone, di liberarsi per andare al tiro e di mettersi al servizio dei compagni, pur avendo qualità tecniche superiori alla media. Per l’Italia è un elemento prezioso in chiave futura, essendo ancora molto giovane, ma anche presente. A Bologna ne vedrete ancora delle belle con lui, mi auguro che Saputo riesca a trattenerlo a lungo».

Domanda facile: ai Mondiali ci andiamo? «Mi ricollego al discorso fatto in precedenza riguardo alle differenze tra il calcio inglese e quello italiano, questo non è il momento di piangersi addosso, sprofondare nel pessimismo e puntare il dito contro qualcuno in particolare. E vale per tutti: giocatori, giornalisti e tifosi. Noi, sul campo, non possiamo far altro che dare il massimo per migliorare e mettere a tacere le critiche con i fatti».

E allora non si può e non si deve aver paura della Svezia, con tutto il rispetto. «Senza dubbio partiamo favoriti ma non possiamo permetterci di sottovalutare i nostri avversari, sarebbe un errore gravissimo. Pensiamo a noi stessi, ai nostri punti di forza, consapevoli che saranno due partite toste e che nel calcio non c’è mai niente di scontato. Però in Russia ci dobbiamo andare, perché un Mondiale senza l’Italia non sarebbe un vero Mondiale».

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Foto: Damiano Fiorentini