Gilardino:

Gilardino: “Non vedo l’ora di tornare in campo. Bologna da decimo posto, peccato non essere rimasto di più”

In carriera Alberto Gilardino ha segnato 226 gol, di cui 188 in Serie A, nono realizzatore di tutti i tempi al pari di Beppe Signori e Alessandro Del Piero. Ha vinto una Coppa del Mondo, un Europeo Under 21, una Champions League, un Mondiale per Club e vari altri trofei, lasciando sempre il segno. A 35 anni e con un palmarès del genere c’è chi avrebbe già appeso gli scarpini al chiodo, cullandosi sugli allori del passato, ma non lui, perché la voglia di gonfiare la rete è ancora forte e in fin dei conti il talento non ha età, come lo stesso Rodrigo Palacio sta dimostrando in maglia rossoblù. Una maglia che il bomber di Biella, svincolato e reduce da un periodo di prova nei Montreal Impact del patron Joey Saputo, ha indossato nella stagione 2012-2013, regalando tante emozioni al pubblico del Dall’Ara. Oggi, nel giorno della sfida contro il Genoa, altra sua ex squadra, lo abbiamo intervistato per parlare di Bologna, tra passato e presente, e toccare con mano il suo irrefrenabile desiderio di tornare in campo.

Alberto, innanzitutto come stai? «Fisicamente mi sento molto bene, mi sto allenando da parecchi mesi e aspetto solo di poter tornare a fare il mio lavoro, sono pronto e non vedo l’ora».

Di recente hai svolto un periodo di prova ai Montreal Impact, poi cos’è successo? «Sì, sono andato in Canada otto giorni e ci tengo a ringraziare il presidente Joey Saputo per l’opportunità. Purtroppo il trasferimento non si è concretizzato per problemi burocratici, ma è stata comunque una bellissima esperienza».

Sul tavolo hai altre proposte concrete? «Fin qui ci sono stati tanti discorsi e ora sto facendo le mie valutazioni, voglio prendere la decisione migliore con estrema serenità. Per scaramanzia preferisco non dire altro, ma nel giro di una settimana potrebbe sbloccarsi una possibilità interessante».

Stasera c’è Genoa-Bologna, due piazze che hanno un posto speciale nel tuo cuore. «Assolutamente sì, nonostante a Bologna sia rimasto solo un anno, mentre a Genova prima sei mesi e poi una stagione intera. Sono state esperienze molto significative per la mia carriera, perché con Pioli ho segnato 13 gol e con Gasperini 15, ho conosciuto due città completamente diverse tra loro ma entrambe bellissime. Stasera mi aspetto una sfida equilibrata e molto combattuta, visto che il Bologna sta offrendo prestazioni importanti ed è reduce dall’esaltante vittoria nel finale sul Sassuolo, mentre il Genoa è rimasto un po’ indietro in classifica ma a San Siro contro l’Inter meritava di più e vorrà riscattarsi davanti ai suoi tifosi: ci sarà da divertirsi».

Per il Bologna attuale il decimo posto è una missione possibile? «Credo proprio di sì, mi pare che Donadoni stia riuscendo sempre di più a tirare fuori il meglio dai suoi ragazzi, alcuni dei quali hanno ancora dei grossi margini di miglioramento. La squadra c’è e ha dimostrato una certa maturità andando a vincere anche partite ‘sporche’ su campi difficili, come Benevento e Reggio Emilia. Interessante e molto utile alla causa l’innesto di Palacio, e poi c’è sempre Destro, da cui io mi aspetto tanto».

Non solo tu. Ma Destro può ancora riuscire a diventare il nuovo Gilardino, per Bologna e per il calcio italiano? «Mattia è un centravanti che al fiuto per il gol abbina un’ottima qualità, deve riuscire a completare un percorso di crescita non solo tecnico-tattico ma anche mentale. Ha i mezzi per arrivare al livello di Belotti e Immobile e trascinare in alto la squadra, io ci credo fermamente, deve crederci anche lui e continuare a spingere al massimo. Mi auguro possa mettersi alle spalle ogni fastidio fisico e riprendere a giocare con continuità, quando sei al 100% poi i gol arrivano».

In Nazionale, seppure per un breve periodo, hai lavorato proprio con Roberto Donadoni: che ricordo hai di lui? «Quello di un allenatore estremamente preparato, così come il suo staff, e di una persona perbene: umile, pacato e grande lavoratore. Credo che la società abbia fatto bene a puntare forte su di lui allungandogli il contratto».

Negli ultimi tempi il tuo amico Alessandro Diamanti si è allenato a Casteldebole, ora potrebbe firmare per i Chicago Fire: lo hai sentito in questi giorni? «Sì, ci sentiamo spesso, lui vive ancora a Bologna con la sua famiglia e ha un ottimo rapporto con il club. Alino è un grande calciatore ma prima ancora un vero amico, gli voglio bene e spero possa trovare presto una squadra perché se lo merita, con la sua classe e la sua grinta può ancora dare tanto».

Se ripensi a quel periodo in maglia rossoblù, breve ma intenso, cosa ti viene in mente? «Una città meravigliosa, una tifoseria speciale che mi ha sempre sostenuto, un campionato importante in cui ci siamo tolti diverse soddisfazioni, ma anche il rimpianto per non essere rimasto di più. Ci ho provato davvero, ho fatto tutto il possibile, anche la mia famiglia stava benissimo, ma per vari motivi le cose sono andate diversamente. Peccato».

Lo so, te l’avranno già chiesto in tanti, ma la tua celebre esultanza con il violino da dove nasce? «È stata un’idea mia e di Marchionni ai tempi di Parma, l’abbiamo deciso una sera a cena: io suonavo il violino e lui si inchinava davanti a me. Nel successivo match di campionato, in casa contro l’Udinese, segnai ed esultammo così, da quel momento è diventato il mio marchio di fabbrica».

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Foto: Damiano Fiorentini