Gimenez:

Gimenez: “Bologna piazza speciale che merita l’Europa. Un giorno porterò i miei figli al Dall’Ara”

Tre gol come biglietto da visita, uno al Franchi in rovesciata nel derby contro la Fiorentina e due al Dall’Ara per battere il Bari in rimonta. La Curva Andrea Costa inizia subito a volergli bene, ribattezzandolo ‘Gimmy il Fenomeno’ e ideando un coro tutto per lui, ma l’effetto sorpresa di questo giovane attaccante uruguagio reduce da due stagioni eccellenti nel River Plate di Montevideo si esaurisce molto presto. Dal 2009 al 2014 saranno 66 le presenze e appena 8 le reti in maglia rossoblù, con in mezzo una breve parentesi al Grosseto e alla fine tanti rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Ci sapeva e ci sa ancora fare col pallone tra i piedi Henry Damian Gimenez, funambolo riccioluto dalla faccia simpatica e dal talento inespresso, in un continuo girovagare per il mondo alla ricerca di una consacrazione che ad alti livelli non è mai arrivata. Eppure, se chiedete di lui sotto le Due Torri, qualsiasi tifoso del Bologna vi risponderà con un sorriso, ricordando quel coro e quello splendido, esaltante biglietto da visita.

Henry, ma che fine hai fatto? «Sono tornato a casa, in Uruguay, ora gioco nel Deportivo Maldonado. Stiamo lottando per tornare nella massima serie, mancano cinque partite al termine e speriamo di conquistare un posto nei playoff».

Se le notizie riportate su Internet sono corrette, negli ultimi anni hai girato tantissimo… «Esatto, soprattutto in Sudamerica: Uruguay, Perù e anche Ecuador. E infine una breve parentesi di pochi mesi a Malta, dove mi avevano fatto alcune promesse che poi non sono state mantenute, così me ne sono andato».

Tra uno spostamento e l’altro hai continuato a seguire il Bologna? «Assolutamente sì, cerco di informarmi almeno sui risultati, so che nelle ultime due partite sono arrivate due belle vittorie e che la classifica è buona. Donadoni poi è molto famoso anche qui da noi, è stato un grande calciatore e adesso è un ottimo allenatore, mi sembra che anno dopo anno stia facendo crescere la squadra».

Da Porcedda a Saputo, nel frattempo qualcosa è cambiato sotto le Due Torri… «A Bologna ho vissuto anni davvero tribolati, la società non era mai a posto, sono cambiati vari presidenti e allenatori, non si trovava mai un po’ di serenità. Nella stagione con Malesani abbiamo giocato per diversi mesi senza prendere lo stipendio, ogni giorno si sentiva parlare di fallimento ed era difficile restare concentrati. Però siamo sempre riusciti a rimanere in Serie A, e non sai come sono contento di sapere che ora il club è in mano a un presidente serio e ricco».

La tua miglior stagione in rossoblù fu la prima, quella del centenario. «È stato un onore indossare la maglia del Bologna in concomitanza con una ricorrenza così importante, lo stadio era sempre pieno e si respirava un’atmosfera fantastica. Non dimenticherò mai la vittoria di Firenze, dove segnammo io e Di Vaio, e i due gol al Bari entrando dalla panchina».

E poi quel coro del Dall’Ara tutto per te… «Sì, lo porto nel cuore, insieme all’affetto che i bolognesi mi hanno sempre dimostrato dentro e fuori dal campo, anche quando le cose non andavano bene».

Hai mantenuto qualche contatto? «Dei miei compagni di allora non sento più quasi nessuno, ad eccezione del mio connazionale Diego Perez con cui parlo ogni tanto».

A proposito di uruguaiani, cosa mi puoi dire di Falletti e Avenatti? «Li conosco entrambi e ho seguito il loro percorso, fin dai tempi della Ternana. Anzi, Avenatti l’ho proprio visto crescere nelle giovanili del River Plate di Montevideo quando io giocavo lì, si vedeva che era destinato a diventare un centravanti importante. Non so di preciso che problema abbia avuto al cuore, ma spero possa rientrare presto e dimostrare il suo valore. Lo stesso discorso vale per Falletti, gli infortuni lo stanno un po’ frenando ma è un grande talento».

La tua voce tradisce una certa emozione, o sbaglio? «Non sbagli. Bologna mi è rimasta dentro, sul serio, non bastano le parole per descrivere quello che sento quando ci ripenso. È una città meravigliosa, un ambiente speciale, e merita un palcoscenico europeo. Anche quello della Champions League, non esagero. Guarda dov’è adesso l’Atalanta, che fino a qualche anno fa era in Serie B».

Peraltro l’autogol di Peluso che condannò i nerazzurri nacque proprio da una tua giocata. «Sì, quel giorno a Bergamo rischiammo grosso ma alla fine uscimmo dal campo con la salvezza in tasca. Questo comunque è solo un esempio per dire che il Bologna non ha nulla in meno dell’Atalanta, con tutto il rispetto, e deve tornare ad alti livelli. Non lo dico io, lo dice il blasone del club».

Qualche rimpianto per come è finita? «Forse avrei avuto bisogno di un allenatore che credesse davvero in me, che mi aiutasse a trovare continuità, dandomi fiducia anche nei momenti difficili, ma so benissimo di averci messo del mio. Non tanto in partita, dove ho sempre cercato di dare il massimo, quanto in allenamento, con certi atteggiamenti sbagliati. Ero immaturo e molto vivace, fossi stato più tranquillo sarei magari riuscito a costruirmi una buona carriera proprio a Bologna».

Un giorno tornerai a trovarci? «Quando i miei figli Tadeo, Benjamin e Valentino cresceranno, voglio portarli al Dall’Ara per fargli vedere dove ha giocato il loro papà. E lo farò con tanto orgoglio. Grazie per questa telefonata, mi ha riempito di felicità. È bello sapere che in una piazza che ha fatto la storia del calcio si ricordano di Henry Gimenez».

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