Rassegna stampa 15/10/2018

L’amarcord di Ulivieri: “Che bello quando Bologna mi fece sentire il Che”

Il Bologna e Bologna li ha vissuti intensamente. Quattro anni bellissimi, il doppio balzo dalla Serie C alla Serie A, poi due stagioni nel massimo campionato con Andersson, Kolyvanov, Baggio e tantissimi altri nomi importanti del calcio italiano. Ma soprattutto con il presidente Gazzoni, che nel suo cuore ancora oggi ha un posto speciale. Renzo Ulivieri in questa intervista rilasciata a ZO parla di Bologna-Fiorentina e si lascia cogliere dalla malinconia per i bei tempi che furono.

Ciao Ulivo, domani come la metti? L’Ulivo è per me da sempre Renzo Ulivieri. «A quale proposito?».

C’è Bologna-Fiorentina… «Quando giocano tra di loro io sono sempre per un pareggio».

Con il tempo sei diventato anche politico… «Sono tifoso della Fiorentina da quando ero ragazzo, ma quando mi devo mettere una tuta addosso voglio quella del Bologna».

Ma alla Fiorentina volevi andarci, ti ricordi che confusione successe quell’anno? «Io mi comportai correttamente, andai da Gazzoni, gli chiesi di liberarmi e lui mi disse di no».

La racconti facile, ma ti sei dimenticato che te la prendesti anche con Oriali… «Sarei andato volentieri, ma quando Gazzoni mi disse che dovevo restare qua e che non voleva mollarmi io chiusi l’argomento. Casomai dico che non c’era bisogno di portare la storia sui giornali».

Ma da allora in poi fu tutto come prima? «Per me sì. Quando arrivai a Bologna dissi che mi garbava tanto, ma dissi anche che prima di arrivare a Bologna passavo da Firenze, ecco perché allenare la Fiorentina era un mio sogno».

Non ho ancora capito se ti pesò o no non andare a Firenze… «Mi pesò lo striscione che mi misero in curva, c’era scritto: “Coraggio Ulivieri, un anno passa alla svelta”. In quello striscione c’era l’educazione di Bologna, l’equilibrio della città. Mi colpì con parole semplici. Ma ora te ne dico un’altra…».

Me l’avrai già detta… «No questa è nuova. Quando allenavo il Parma una sera mi trovai in garage uno striscione con i colori del Bologna, c’era scritto: “Hasta siempre comandante Renzo”. Quello striscione l’ho portato a casa mia e l’ho appeso al muro. Voleva dimostrare l’affetto che anche loro avevano per me. Io non so chi ce lo mise e come fecero a entrare nel garage, ma quello è stato uno dei regali più belli che ho avuto nella mia vita».

Va bene, tifi per il pari domani, ma tu come la vedi? «La Fiorentina vive un’annata così, tra alti e bassi, ma è una squadra molto forte. Ha qualità, ha possesso palla, se la becchi nel giorno giusto rischi di fare una figuraccia. Il Bologna sta facendo bene, gioca sempre da squadra, a tratti, a momenti è anche bella, ma è chiaro che domani sera dovrà fare benissimo per prendere punti».

Bologna è contenta di come gioca il Bologna… «Sì, perché Bologna vive il calcio con lo spirito giusto, vuole vedere giocare bene e questo Bologna gioca bene, anche se non raccoglie quello che costruisce. Poi da quest’anno ho un altro motivo per amare i rossoblù».

Ti riferisci a Bigon? «Sì sono molto amico, è una persona meravigliosa, ho lavorato con lui un anno ma me lo porto dietro, per l’equilibrio che ha, per il suo buonsenso. Ha portato giocatori bravi e ne porterà altri. Per quello che è il suo modo di vivere la vita, per i suoi toni bassi, per certi versi mi ricorda Gazzoni».

Gazzoni, appunto, una volta hai detto che per te è stato più di un presidente. «Gli sono riconoscente, con lui ho vissuto quattro anni meravigliosi, si condivideva tutto, io, società, la squadra, la gente, eravamo una cosa sola. È stato un grande presidente, abbiamo scelto insieme ragazzi eccezionali».

A proposito di ragazzi, domani ci sarà Nervo, è il suo compleanno. «Sono contento, è stato il giocatore al quale sono stato più addosso. Ve ne racconto un’altra».

Anche questa è nuova? «Non lo so, di sicuro è bella. Quando giocava dalla mia parte gli dicevo continuamente: “Torna, vai, torna, vai”. Una volta, a un certo punto, si fermò davanti alla panchina e mi disse: “Mi faccia respirare”. E io allora gli risposi: “Qua non si respira neanche, devi soltanto correre”. Quando lo mettevo a giocare dall’altra parte si sentiva liberato. Questi sono ricordi che ti porti dietro a vita».

Non è che adesso ti fai prendere dalla malinconia? «Un po’ sì, perché passano gli anni, invecchi e ti ricordi tutto quello che è successo. Non ci crederai, ma ogni tanto mi viene in mente anche Domenico Nanni. Mi attaccava sempre in televisione, era sempre colpa mia di tutto. Poi sono diventato suo amico e quando se ne andò mi sentii in dovere di lasciare un mio ricordo a suo figlio. Era quello lo spirito giusto, oggi non è così».

Hai ragione, ora niente è più bello come allora. «Alla base di tutto c’era il lavoro ma ci si divertiva. Ci si divertiva anche quando c’erano le interviste. Allora contavano i rapporti umani, ora tutto è più freddo, tutto viene programmato, non ci sono più contatti. Io ho fatto l’allenatore e voi avete fatto i giornalisti quando oltre al lavoro poteva esserci tra noi un confronto, un colloquio, quando si poteva anche ridere, scherzare e pigliarci in giro a vicenda».

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