Locatelli:

Locatelli: “Io e Destro croce e delizia, ma è la squadra che fa fare un figurone al singolo”

In rossoblù ci ha giocato cinque anni e fu pagato a carissimo prezzo dall’allora presidente Gazzoni Frascara, ben 20 miliardi delle vecchie lire. Alcune prestazioni importanti, altre sottotono, ma se azzeccava la partita perfetta era un piacere vederlo sul rettangolo verde. Con Tomas Locatelli abbiamo parlato del passato e anche di Mattia Destro, un giocatore che sotto certi aspetti ha diverse cose in comune con lui.

Locatelli, sai che Destro ti assomiglia? «Perché è amato e odiato allo stesso tempo?».

No, perché fin qua ha dato poco per quello che è stato pagato, come è successo con te. «Dai, metti che io e lui siamo croce e delizia, è più bello».

Allora più croce che delizia… «Mi sta bene, è vero che per quello che fui pagato e per quello che è stato pagato lui abbiamo un po’ deluso. Ma io sono stato pagato e guadagnavo meno di lui, scrivilo questo».

Fatto. Quello che fa rabbia è che Destro ha grandi potenzialità, lo sai anche tu. «Hai ragione, ma io parto dal presupposto che è sempre la squadra che fa fare un figurone al singolo e non il contrario».

Vuoi dire che gli manca il coro? «Voglio dire che deve essere messo nelle condizioni di dare il massimo. È chiaro che non può essere sempre colpa degli altri, le responsabilità vanno condivise, per cui nella condivisione delle colpe potevamo aspettarci da lui qualcosa di più. Come proprio era successo nei miei confronti. Poi te l’ho detto, io e Destro siamo giocatori che o si amano o si odiano».

Ma dai, Destro non è un giocatore che ti può far divertire come lo eri tu… «No, però è un giocatore che ti fa vincere le partite. Ti pare poco?».

Perché a Siena mordeva tutti e aveva fame, e ora a Bologna non succede? «Non penso che sia cambiato, e non penso neanche abbia avuto questa involuzione, si gioca sempre per migliorarsi, credimi, quando uno scende in campo vuole fare bella figura. Poi ci sono annate sbagliate in cui tutto ti riesce difficile, magari per colpa degli infortuni, magari perché non stai bene mentalmente».

Succedeva anche a te… «C’erano annate in cui sembrava non volessi impegnarmi ed altre che sembrava volassi, eppure ero lo stesso».

Dopo quello che è stato, tu scommetteresti ancora su Destro? «Non possiamo pensare di tenere un giocatore con la speranza che il prossimo anno faccia 25 gol, io società punto su di lui perché ci credo. La risposta può essere che Destro faccia un’annata come quella di Siena o che ripeta questa di Bologna».

Quanto è importante l’allenatore in certi momenti? «L’allenatore è importante nel momento in cui riesce a farti sentire parte integrante del gruppo e colonna portante della squadra, se Destro avverte di essere amato e considerato, qualcosa dentro gli deve scattare».

E a te scattava sempre? «Sì, quando mi facevano sentire al centro del villaggio. Io ero un giocatore che quando avvertiva attorno a sé grande fiducia diventavo fortissimo, sono convinto che questo discorso valga anche per lui».

Non pensi che Destro possa sentirsi ingiustamente troppo importante per questo Bologna? «Un giocatore è importante quando lo diventa con i fatti, non a parole. Non penso che la società si sia allargata nei suoi confronti, magari promettendogli una squadra da Europa. Se fosse successo, di sicuro avrebbe sbagliato e ora pagherebbe questa colpa».

Allora, lo terresti o non lo terresti a Bologna? «Guarda, se fossi il direttore sportivo andrei a cena con lui, lo guarderei negli occhi e capirei tante cose: in certi casi una bella chiacchierata vale tanto».

È successo anche a te? «A Bologna no, da altre parti sì».

Ed è stata una cena costruttiva? «Sì, sempre».

Chi ti portava a cena? «Il direttore era Marino, almeno una volta alla settimana. Mi teneva lì, mi parlava, cercava di capire, faceva l’impossibile per tirare fuori il meglio. E la domenica spesso lo ripagavo. La gestione di un giocatore è fondamentale, anche per lo stesso giocatore. Se non rende devi sempre andare a capire perché succede, e questo compito spetta sia all’allenatore che alla società».

Ma per curiosità, la cena chi la pagava? «Né io né lui».

Come? Erano sempre gratis queste cene? «No, andavamo in ristoranti che erano convenzionati con l’Udinese».

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