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Loviso: “Da Meghni a Baggio, da Pioli a Mazzone, che ricordi! Il Bologna può chiudere meglio degli ultimi due anni, sarebbe un bel segnale”

Era il tardo pomeriggio di sabato 8 novembre 2003, e in un piovosa Brescia l’allora tecnico del Bologna Carlo Mazzone fece esordire in Serie A un giovane centrocampista dal fisico esile ma dallo spirito combattivo. Al ragazzino toccò un compito non banale, ovvero quello di limitare uno dei calciatori più forti di sempre, tale Roberto Baggio. Ci riuscì, mettendo in mostra anche una buona visione di gioco e un destro assai educato. Oggi quel ragazzino, che con la maglia rossoblù aveva vinto anche un campionato Allievi Nazionali nel 2001 (ultimo titolo nazionale del club a livello giovanile), ha quasi 34 anni ed è il faro del Cosenza. Si chiama Massimo Loviso, lucano nato a Bentivoglio e cresciuto a Castel Maggiore, una carriera importante tra B e C unita alla sensazione di essere stato troppo spesso sottovalutato. Oggi, alla vigilia sfida tra i felsinei e il Crotone, altra sua ex squadra, lo abbiamo intervistato, partendo proprio da quella marcatura a uomo sul ‘Divin Codino’.

Massimo, tutto è cominciato quella sera a Brescia, fianco a fianco con un certo Roby Baggio… «Serata stupenda e indimenticabile: esordio in Seria A con la squadra della mia città e contro il mio idolo di sempre. Ancora oggi ho in camera il poster di Baggio e la sua maglia incorniciata, è stata una delle cose più belle che possano capitare ad un ragazzo di 19 anni».

Restando in tema di mostri sacri, a lanciarti fu Carletto Mazzone, e posso solo immaginare la tua riconoscenza verso di lui… «La sua fiducia nei miei confronti è stata veramente grande, perché poi mi ha fatto giocare 40 partite in A. Ma a prescindere dal numero di gare, la cosa più speciale è il rapporto di grande stima che si è subito creato nonostante la mia giovane età. La cosa più bella che posso dire di Mazzone, fra le tante, è che lui trattava tutti allo stesso modo, se doveva riprenderti o farti un complimento. È una persona fantastica e mi capita ancora di sentirlo e incontrarlo, perché da diversi anni vado al mare a San Benedetto e lo trovo lì con sua moglie, che è di Ascoli».

Da lì in poi un percorso che ti ha portato anche in altre piazze importanti, ma quasi sempre in B o in C: ti sei sentito un po’ sottovalutato? «Qualche episodio non proprio positivo nell’arco della mia carriera è capitato, ma non mi piace cercare alibi o dare la colpa agli altri, preferisco prendermi io la responsabilità. Ho commesso alcuni errori, però sono sereno perché ho sempre fatto le cose con passione e amore, così come sto facendo ora qui a Cosenza pur non essendo tra i più giovani. Mi spiace non aver giocato un po’ di più in Serie A, ma so di aver dato il massimo ogni anno e ogni giorno, adoro questo sport e sono felicissimo di poter fare nella vita quello che sognavo fin da piccolo».

Il tuo presente si chiama Cosenza: che tipo di realtà hai trovato e come procede il campionato? «Cosenza è una piazza che ama il calcio in maniera incredibile, hanno una voglia matta di scappare da questa categoria e tornare in B. Non siamo partiti benissimo, poi però ci siamo ripresi e adesso ci troviamo in zona playoff, che vogliamo affrontare nella miglior posizione possibile. Io purtroppo mi sono fratturato la mandibola una ventina di giorni fa, sono stato operato e tra non molto tornerò a pieno regime con il gruppo. Non vedo l’ora, ovviamente l’obiettivo mio e di tutta la squadra è quello di fare un grande finale di stagione».

Dalla Calabria alla Calabria: domani il Bologna sarà di scena a Crotone, un altro ambiente caldo che tu conosci bene… «Sì, ho giocato anche lì e so quanto i tifosi ci tengano, l’anno scorso hanno aiutato Nicola e i suoi ragazzi a compiere un vero miracolo calcistico. Il Bologna troverà un clima bollente e una squadra affamata di punti per salvarsi, dovrà quindi tenere alta la concentrazione e non farsi condizionare dall’atmosfera, pensando a fare la propria gara. I mezzi per chiudere il campionato meglio che negli ultimi due anni ci sono, sarebbe un importante segnale di crescita sia per la squadra che per la società».

A tuo avviso quanto è lontano, per i rossoblù, il fatidico salto di qualità? «Per puntare dichiaratamente all’Europa, o quantomeno per essere al livello di club come Atalanta e Fiorentina, manca ancora qualcosa. Però mi pare ci sia la volontà di crescere e puntare sempre più in alto anno dopo anno, grazie alla solidità e alla serietà del patron Saputo. Con un programma di questo tipo, sono convinto che nel medio-lungo periodo il Bologna tornerà a dire la sua anche nelle posizioni nobili della classifica».

Se non sbaglio tu e Donadoni vi siete sfiorati in ritiro, ai tempi di Parma. «Sì, ho svolto una parte di preparazione con lui prima di essere girato in prestito alla Cremonese nel 2013 e al Gubbio nel 2014, mi aveva fatto un’ottima impressione».

A proposito di allenatori, ho letto che un domani ti piacerebbe tentare quella strada… «Finché starò bene fisicamente e sentirò quella passione di cui parlavo prima, continuerò a giocare. Riguardo al futuro, l’allenatore è un mestiere che mi ha sempre affascinato. Forse influisce anche il fatto di essere un centrocampista centrale, ruolo che ti porta ad avere una visione a 360 gradi di quello che succede in campo. Una volta smessi gli scarpini ci proverò, consapevole di tutte le difficoltà del caso: ci sono tante teste da capire, mille dettagli da notare, e poi si sa, le scelte del tecnico sono sempre le più esposte alle critiche del pubblico».

Dal futuro torniamo al passato, precisamente al 2001, quando ti sei laureato campione d’Italia Allievi con il Bologna. «Vincere uno scudetto con la maglia del Bologna, seppure si trattasse della categoria Allievi, è stata un’emozione incredibile. Ho un bellissimo ricordo di mister Pioli e del preparatore atletico Osti, all’interno dello spogliatoio si era creato un clima splendido. Quel gruppo aveva uno zoccolo duro di italiani tra cui io, Terzi, Della Rocca e Consolini, e poi diversi stranieri davvero forti, su tutti ovviamente Meghni».

Meghni che è arrivato fino alla Champions League e poi si è perso nel nulla. Alla fine tu sei stato uno dei più costanti di quella nidiata… «Sì è vero, perché l’ho voluto con tutto me stesso, consapevole dei miei limiti ma con tanta determinazione e la gioia di poter fare il lavoro più bello del mondo. A casa conservo un’intervista a Pioli realizzata dopo il mio esordio in Serie A, nella quale mi fa i complimenti proprio per la mia costanza e la mia fortissima voglia di arrivare. Con lui non giocavo sempre titolare, quindi forse non si aspettava di vedermi così in alto, ma con quelle parole rese onore al mio impegno e ai miei sacrifici, e per questo lo ringrazio di cuore».

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