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Marrese: “Squadra ancora acerba che ha bisogno di maturare, ma sono fiducioso”

Sei punti dopo tre giornate. Ed è un Bologna più giovane, che conclude e (per ora) segna e vince in casa di più rispetto allo scorso anno. Per fare il punto della situazione, ZO ha contattato il giornalista Emilio Marrese, firma di Repubblica, con il quale si è parlato anche del DVD ‘Mi chiamo Renato’, che racconta i 90 anni dello stadio Dall’Ara, in questi giorni in edicola.

Il Bologna è reduce dalle vittorie con Crotone e Cagliari e dalla pesante sconfitta con il Torino: queste prime giornate possono essere la sintesi di quello che dobbiamo aspettarci in tutto il campionato da questo Bologna giovane, ovvero gare convincenti con la linea verde protagonista alternate ad altre in cui arriveranno alcuni errori di gioventù? «Naturalmente si spera che l’altalena oscilli il meno possibile, ma è normale aspettarsi – come è successo lo scorso anno – che non ci sia una costanza di rendimento, perché questa è una squadra che è ancora acerba per tanti aspetti e ha bisogno di maturare ancora molto. C’è da aspettarsi che questo non avvenga in modo graduale e costante, con una crescita continua e in linea retta, ma con degli sbalzi».

La domanda che in questi giorni ricorre più spesso tra i tifosi è se il Bologna sia più o meno forte dello scorso anno: qual è la tua risposta? «Non ho risposta certa, che peraltro non avrò prima di qualche mese. Sono comunque più fiducioso rispetto a molti altri opinionisti e tifosi e credo che sia una squadra che effettivamente abbia dato maggiori alternative al proprio allenatore in alcuni reparti. Qualche dubbio lo conservo ancora sull’attacco, dove però in queste tre partite ci sono stati segnali incoraggianti. La squadra sta andando al tiro molto più dell’anno scorso e dopo queste prime tre giornate è ai primi posti di questa particolare classifica; ha segnato lo stesso numero di gol che lo scorso anno avevamo visto nelle prime sette partite; ha fatto sei punti, per ottenere i quali lo scorso anno ci vollero dieci giornate; ha ottenuto due vittorie consecutive al Dall’Ara, cosa che lo scorso anno non era mai accaduto. Qualche numero c’è, quindi, per  confortare la speranza che questa squadra possa fare più punti dello sorso anno, ed è poi questo che si intende per dire che si è più forti dello scorso anno. Il calcio non è, in ogni caso, soltanto una questione di numeri ed equazioni, ci sono basi per sperare ragionevolmente che si possa fare meglio, e mi sembra già positivo rispetto alla sensazione avuta da tanti durante il mercato che sarebbe già stato difficile fare uguale allo scorso campionato».

Obiettivo dichiarato è, per l’appunto, fare meglio dello scorso anno: quanto meglio, a tuo avviso, per considerare la stagione positiva? Si guarda alla classica parte sinistra della classifica? «Credo di sì, perché è chiaro che quando si dice ‘fare un punto in più  è il nostro obiettivo’, è un obiettivo di minima che non può esaltare nessuno, così come non era esaltante lo scorso anno sentir dire da Corvino che il 17° posto sarebbe stato un’impresa. Penso che per fare meglio si intenda arrivare intorno al 10° posto, ma è importante anche vedere come ci si arriva. Può anche andare bene un 11° o un 12°, se però si vede un po’ di buon calcio e qualche successo in più al Dall’Ara. Questa è una cosa che potrebbe fare molto la differenza, visto che lo scorso anno in casa abbiamo perso troppo».

Nagy, Pulgar o Viviani al posto di Diawara e Krejci al posto di Giaccherini. Sabato prossimo contro il Napoli, ammesso che giochino tutti, potrebbe già essere tempo di duelli a distanza: quando si potrà capire se il Bologna ci ha guadagnato o perso con questi cambi? «Questione sicuramente di mesi. Krejci credo che possa fare anche meglio di Giaccherini, in queste prime partite ha dimostrato di avere qualità, poi è un giocatore che va scoperto e bisogna capire quanto è continuo, ma in queste partite ha dimostrato di avere colpi molto interessanti. Per quanto riguarda il centrocampo, la salute e il rendimento della mediana non si valuta solamente dal rendimento di un giocatore. Diawara è un giocatore che mi piaceva molto e mi sarebbe piaciuto vedere ancora nel Bologna: non è stato possibile per tutti i motivi che conosciamo. Non credo che sia soltanto questione di rimpiazzare lui, anche se è certamente un aspetto importante. E’ questione, soprattutto, di vedere crescere in generale il reparto con il contributo di tutti, compresi quelli che lo scorso anno hanno reso di meno e che quest’anno, l’esempio è Taider molto più propositivo e pericoloso dello scorsa stagione, hanno iniziato con tutto un altro passo. Se tutto il reparto cresce, anche se Nagy, Pulgar o Viviani non hanno le stesse caratteristiche e lo stesso rendimento di Diawara, si può fare lo stesso un buon calcio e fare dei punti».

Tra i giovani neo arrivati ce ne sono diversi che si stanno mettendo in mostra, mentre forse ci si aspettava un po’ di più da Masina in questo inizio di campionato: il fatto che Torosidis, che di solito gioca a destra, sia entrato proprio al suo posto, è già un primo segnale? «Non è un primo segnale, ma dispiace che Masina abbia iniziato questo campionato con le titubanze dello scorso anno . L’annata del Bologna dipende molto non solo dai nuovi, ma da quanto cresceranno quelli che hanno reso al di sotto delle proprie aspettative, o comunque non hanno fatto vedere tutte le loro qualità. Stiamo parlando soprattutto di Destro, Rizzo, Donsah, Pulgar, Krafth. Alcuni di questi sono sulla buona strada per dare un contributo superiore all’anno scorso. Masina e Oikonomou onestamente fin qui invece mostrano ancora dei tremori e dispiace. Ho la sensazione che Masina sia un po’ condizionato, non sia libero mentalmente e abbia perduto, sono sicuro momentaneamente, una delle sue caratteristiche che mi avevano affascinato di più in lui, cioè la prepotenza, la sfrontatezza in senso positivo, il coraggio, l’iniziativa, l’intraprendenza, la capacità di tentare soluzioni anche dopo aver sbagliato un pallone, ripartite, riprovare un’altra azione con la stessa veemenza. Lo vedo un po’ troppo consapevole di quello che ci si aspetta da lui e un po’ troppo condizionato psicologicamente da questo».

Di queste prime gare di Destro che idea ti sei fatto? Sei tra coloro che si aspettavano di più o, visto anche l’infortunio, è in linea con le aspettative? «Io sono abbastanza tranquillo e fiducioso sul fatto che Destro quest’anno potrà fare 12-15 gol: per quanto si possa essere tranquilli nel calcio. È un giocatore che farà discutere sempre fino all’ultima partita di campionato, perché è uno di quei giocatori – come è nel destino di quasi tutti i centravanti – o fanno gol perché sono lì apposta, oppure vengono criticati per tanti motivi. Perché non corrono abbastanza, perché non partecipano abbastanza, perché non si liberano, perché non aiutano, perché non tirano. Le sue caratteristiche sono quelle che lo rendono apprezzabile dal pubblico quando fa gol. Fino ad ora ne ha fatto uno, che è già più dello zero delle prime dieci partite dello scorso anno, ed è andato vicinissimo a farne un altro anche in una giornata storta come quella con il Cagliari. Credo che potrà mantenere la sua media di un gol ogni 3-4 partite, però poi in quelle in cui non segnerà ci saranno su di lui sempre lo stesso tipo di critiche perché penso faccia parte della sua indole, aumentata dal fatto che non è ancora in una grande condizione. Non va dimenticato che ad agosto si diceva che forse lo avremmo rivisto a fine settembre, quindi è già tanto che adesso ci sia e anche se è al 70% per me va bene».

Come sottolineavi anche tu prima, contando anche la Coppa Italia tre vittorie su quattro partite sono arrivate al Dall’Ara. Cosa è cambiato rispetto agli anni scorsi, quando in casa era difficile vedere una vittoria e anzi si diceva che i giocatori sentivano anche certe pressioni? «Probabilmente un po’ di fortuna c’è stata in più sono state due vittorie meritate, lo scorso anno invece tante volte sono arrivate sconfitte o pareggi quando avremmo meritato di vincere. Se avessimo beccato il gol nel finale contro il Cagliari, 11 contro 9 in una partita che ci eravamo messi assolutamente in discesa, adesso faremmo discorsi di altro tipo. E lo stesso se Destro non si fosse inventato un’azione alla fine contro il Crotone in una gara dove pure avevamo meritato di vincere. Credo che ci sia soprattutto un po’ più di fortuna, che comunque devi avere il merito di saper sfruttare. Mi auguro che sia così, due vittorie non arrivano per caso, quindi confido ci sia un po’ più di concretezza. Vorrei vedere questa squadra, che mi è piaciuta e ha già tanti spunti interessanti, sempre più convinta, come dice Donadoni, sfacciata. Mi piacerebbe che della gioventù in campo non ci fosse solo l’inevitabile ingenuità o discontinuità ma ancora più sfrontatezza, faccia tosta, come quella che ad esempio ha buttato in campo Di Francesco nel finale».

A proposito di Dall’Ara, lo scorso sabato con Repubblica è uscito il DVD di ‘Mi chiamo Renato’, con la sceneggiatura tua, di Cristiano Governa e Paolo Muran, che ha curato anche la regia: com’è nata l’idea di raccontare la storia dello stadio a 90 anni dalla sua costruzione? «È nata perché avevamo avuto un bel successo con ‘Il cielo capovolto’, che ci siamo divertiti molto a fare. Ho pensato che l’occasione per poter cerare di raccontare ancora una volta un po’ il Bologna, un po’ la città, un po’ la sua gente, un po’ il presente e un po’ il passato e la storia potesse essere quella di raccontare la vita molto interessante, vivace e ricca del nostro stadio, che adesso compie 90 anni. L’impianto è alla vigilia di una terza vita, probabile e auspicabile con una ristrutturazione, e mi sembrava bello poter racchiudere in un documento anche divertente e leggero tutto quello che si è vissuto lì dentro e soprattutto come i bolognesi, ognuno a modo suo, l’hanno vissuto».

È davvero così forte il legame tra stadio e città? «Credo di sì, qui come altrove, perché comunque lo stadio è sempre una piazza nevralgica, uno degli organi vitali di ogni città. E’ un luogo dove ci si diverte, si sta insieme, si soffre, si appartiene alla città in tanti modi diversi, che non sono solo il calcio, ma anche la musica, altri sport, i comizi, gli sfollati che ci abitavano nel dopoguerra. Lo stadio ha avuto tante vite, tanti momenti, è uno specchio di quello che accade nella società e nella città. Il rapporto con lo stadio, più o meno viscerale e passionale, l’hanno tutti perché chiunque è andato a vedere una partita, un concerto, o ha portato il bambino ai Giochi della gioventù o in palestra, è andato a nuotare, è passato davanti, ha maledetto tutti quelli che parcheggiavano lì nel giorno della partita. Bene o male è un pezzo di città cui qualche modo tutti i bolognesi sono legati e non soltanto quelli che sono pazzi del Bologna».

Come si è deciso a chi affidare i vari ruoli nel docufilm e chi ti ha colpito di più sul set? «I personaggi sono tanti e ognuno ha il suo perché. Devo ammettere che non mi ha sorpreso nessuno in particolare, perché sapevo che anche i dilettanti, come Marocchi che sta comunque tanto tempo davanti a una telecamera, o Masina, che ha un bel carattere ed è un bel personaggio, avrebbero potuto rendere bene e ci sono sicuramente riusciti. Anche perché l’hanno presa con spirito ludico, hanno giocato, si sono presi anche in giro. Lo stesso Civolani è stato autoironico. Tutti hanno dato vita al personaggio che dovevano interpretare così come noi lo avevamo in testa, e li ringrazio tutti di cuore».

Approfondendo la storia dello stadio, qual è l’aneddoto che ti è rimasto più impresso? «Ce ne sono tanti, legati soprattutto alla genesi e le curiosità sono davvero numerose. Come il fatto che lì sotto ci fosse un villaggio etrusco, che la Torre di Maratona sia stata eretta dove fu fucilato il martire Ugo Bassi. Mi ha sorpreso sapere che per costruirlo si dovette fare una sottoscrizione popolare obbligatoria con delle trattenute anche dallo stipendio dei lavoratori bolognesi: è facile immaginare cosa succederebbe oggi e che rivoluzione ci sarebbe se Merola e Saputo decidessero di trattenere questa quota dalla busta paga di chiunque, anche quelli che non mettono mai piede allo stadio per nessun motivo, per poter costruire lo stadio. Cose di un altro mondo e di un altro tempo. Mi ha, ancora, stupito sapere che si è giocato anche a baseball, che ci sono state partite di dama umana, che c’è stato Luigi Pirandello in visita alla Fiera, che ci sono stati 70mila spettatori per vedere un match di boxe ».

È in ballo il progetto di restyling dello stadio: da cosa non può prescindere, a tuo avviso, il nuovo Dall’Ara? «Dalla copertura, dalla comodità, dal fatto che venga conservato il più possibile il suo carattere bolognese, quindi la Torre di Maratona e più mattoni rossi possibili. Credo che tra Sovrintendenza e progettisti si vada verso un’intesa soddisfacente. Lo stadio deve diventare comodo, caldo, piacevole, un posto dove sarà ancora più bello andare. Questo per me è imprescindibile e credo sia un obiettivo possibile. Prima di vederlo realizzato sono comunque ancora tanti i passi da fare e i mesi e gli anni in cui si dovrà pazientare».

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