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Matuzalem: “9 giugno 2015 data indimenticabile, anche grazie a Baggio… Sarei rimasto ancora a Bologna, i tifosi sono speciali”

Ci sono pochi giocatori capaci di scrivere pagine memorabili nella storia di un club, e di restare impressi nella mente e nel cuore dei tifosi, fermandosi soltanto per una stagione. Sotto le Due Torri ci è riuscito Francelino Matuzalem, centrocampista brasiliano classe 1980 dal carattere forte e dal mancino raffinato, leader del Bologna che nel campionato cadetto 2014-2015 ha conquistato un’insperata (viste le premesse e il finale) promozione in Serie A. Il popolo del Dall’Ara non ha mai dimenticato lui e tutto quello straordinario gruppo, capace di tenere in vita la dignità e il blasone dei colori rossoblù fino all’arrivo di Joey Saputo e Joe Tacopina. Oggi il ‘Professore’, che in carriera ha girato il mondo e alzato numerosi trofei, continua a disegnare geometrie in Serie D con la maglia del Monterosi, piccola ma ambiziosa società dell’entroterra laziale. Nel frattempo si immagina ad insegnare calcio ai più giovani e, tra un aneddoto e un brivido, non dimentica quegli undici incredibili mesi vissuti in terra felsinea.

Matuzalem: 37 anni, una carriera importante alle spalle e ancora tanta voglia di giocare. Il tuo presente si chiama Monterosi, in Serie D. «Dopo l’esperienza a Miami nel 2016 ho ricevuto varie offerte, ma sinceramente in quel momento ero intenzionato a smettere. Poi mi sono avvicinato alla realtà del Monterosi, visto che mio figlio maggiore gioca negli Allievi, e ho trovato una società molto seria, organizzata e ambiziosa. Così ho accettato la loro proposta ed eccomi qui, ancora col pallone fra i piedi. Ma intanto penso anche al futuro…».

Come ti vedi da qui a qualche anno? «L’idea è quella di ottenere il patentino da tecnico di settore giovanile e insegnare calcio ai ragazzi. Ben consapevole che giocare è una cosa e allenare un’altra, ma voglio mettermi alla prova».

Se ti dico 9 giugno 2015? «Bello, bellissimo, una delle esperienze più intense della mia vita: indimenticabile. Giocavamo per noi stessi, per tutta Bologna, per la nuova proprietà e anche per chi aveva contribuito ad arrivare fin lì e non era più al nostro fianco».

Ti riferisci a Diego Lopez e Filippo Fusco? «Sì, proprio a loro. All’inizio la situazione era difficile, quasi disperata, ed entrambi hanno fatto un lavoro incredibile, uno dentro e l’altro fuori dal campo. Poi il Bologna passò nelle mani di Saputo, quella fu ovviamente la nostra salvezza ma comportò anche diversi cambiamenti da metà stagione in avanti. Però è curioso come l’ultima sfida contro il Pescara, dopo l’espulsione di Mbaye e l’uscita dal campo di Sansone e Krsticic, l’abbiano portata a termine nove giocatori (il decimo era il portiere Da Costa, ndr) presenti fin dal primo giorno: eravamo un grande gruppo».

Quel match lo hai giocato da capitano e praticamente su una gamba sola… «Sì, avevo la fascia al braccio e una lesione muscolare alla coscia. Ma quella partita non potevo proprio saltarla. A proposito, ti racconto questa…».

Ti ascolto. «Il giorno prima della finale di ritorno ero all’Isokinetic con i dottori e stavamo valutando insieme l’entità dell’infortunio, non ero ancora sicuro di poter giocare. Ad un certo punto squilla il telefono, era il mio amico Roberto Baggio: “Matu, i ragazzi hanno bisogno di te. Domani sera giochi e riporti il Bologna in A”. Poche parole che mi hanno dato una carica incredibile, e la sera dopo ero al mio posto in mezzo al campo. Però che sofferenza, e che liberazione al fischio finale!».

Ci sei rimasto male per il mancato rinnovo? «Mi è dispiaciuto perché a Bologna stavo davvero bene, sentivo di essere diventato un punto di riferimento e di poter dare ancora qualcosa alla squadra. Rossi e Di Vaio spingevano per farmi restare, poi però la società si è orientata su altri giocatori e ha fatto scelte diverse. Peccato, ma già il fatto di aver lasciato un ricordo positivo è una bella conquista».

Sabato al Dall’Ara arriva il Genoa, un’altra squadra che tu conosci bene. Così come conosci bene Davide Ballardini. «Con la sua Lazio ho vinto la Supercoppa Italiana nel 2009 contro l’Inter di Mourinho che in seguito realizzò il triplete, poi purtroppo il mister venne esonerato e lo ritrovai al Genoa nel 2013, quando portammo a termine una salvezza a dir poco tribolata. Lo considero un allenatore molto preparato ma anche molto sottovalutato, nelle situazioni difficili ha dimostrato di saper fare grandi cose ma penso che avrebbe meritato molte più chance dall’inizio».

Resta il fatto che, per la terza volta in carriera, è arrivato a Marassi e ha risolto i problemi. «Ora il Genoa ha un’identità ben precisa, gioca un calcio piacevole fatto di palleggio rapido, corsa e intensità. Penso sia destinato ad una salvezza tranquilla così come il Bologna, che magari non entusiasma ma ha in rosa giocatori importanti. Sabato mi aspetto una partita divertente e molto aperta».

A proposito del Bologna attuale, dopo tre anni di presidenza Saputo te lo aspettavi più in alto? «Per il modo in cui Saputo si è presentato al calcio italiano, per la sua potenza economica e anche per il clima di euforia e speranza che si era venuto a creare sì, sul campo mi aspettavo un primo anno di transizione e poi una crescita importante, che sta tardando un po’ ad arrivare».

Quando vedremo i rossoblù al posto dell’Atalanta? «Difficile dirlo, dipende molto anche da quelle che sono le reali ambizioni del patron. Comunque, già il fatto di essere tornati in Serie A e di poterci restare serenamente e con una società solida e ben strutturata, dopo aver rischiato addirittura il fallimento, è un’ottima cosa».

Regista, numero 5, sudamericano, personalità da vendere e una passione sconfinata per i tatuaggi, un identikit che vale per te ma anche per Erick Pulgar: come ti sembra questo ragazzo? «È in costante crescita, soprattutto sul piano tecnico, e penso che non abbia ancora espresso tutto il suo potenziale. Considerata la giovane età, gli alti e bassi sono perfettamente comprensibili, però Pulgar è già riuscito a guadagnarsi la fiducia di Donadoni e a diventare il fulcro della squadra, imponendosi in un campionato difficile come quello italiano. Non è poco».

Da un giovane in rampa di lancio ad un ‘vecchietto’ terribile, Rodrigo Palacio: se non ci fossero i problemi muscolari a frenarlo, nessuno gli darebbe 36 anni… «Mi dispiace per il suo infortunio, senza di lui il Bologna perde molto in termini di qualità e imprevedibilità davanti, considerando che adesso manca anche Verdi. Cosa posso dire, Palacio non ha bisogno di presentazioni, è fortissimo e ogni volta che gioca si diverte e fa divertire il pubblico, dimostrando che l’età è soltanto un numero. Spero di poterlo vedere all’opera ancora per qualche anno».

E Matuzalem per quanto ancora lo vedremo all’opera? Vuoi chiudere in bellezza portando il Monterosi in Serie C? «L’anno scorso abbiamo fatto una grande stagione, siamo arrivati secondi e poi purtroppo non siamo riusciti a centrare la promozione attraverso i playoff, anche perché in Serie D il regolamento è piuttosto complicato. In questa stagione le cose stanno andando diversamente, abbiamo già cambiato due volte allenatore e l’obiettivo è mantenere la categoria, se tutto andrà per il meglio ci riproveremo l’anno prossimo. Comunque sì, prima di appendere gli scarpini al chiodo mi piacerebbe portare il Monterosi tra i professionisti».

Faresti la storia, come l’hai fatta sotto le Due Torri. «A Bologna ho vissuto una delle stagioni più belle della mia carriera, non scorderò mai le lacrime di gioia della mia famiglia dopo quell’incredibile finale. Ai tifosi auguro tanta felicità e tante soddisfazioni, sono persone speciali e le porterò sempre nel cuore».

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