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Mingazzini:

Mingazzini: “Non solo grinta ma anche gioco, Mihajlovic allenatore completo. Bulgarelli un simbolo, chiesi di ritirare la sua maglia”

Per Nicola Mingazzini, infaticabile mastino di centrocampo, 145 presenze complessive e 9 gol con la maglia del Bologna, con una splendida promozione dalla B alla A e due salvezze di fila nel massimo campionato. Mica poco. Oggi, dopo aver concluso la sua carriera sul campo, l’ex numero 8 rossoblù ha intrapreso quella da allenatore, lui che sotto le Due Torri tra il 2008 e il 2009 ha vissuto in prima persona l’esordio in panchina di Mihajlovic, tornato in quel di Casteldebole a dieci anni di distanza ma con lo stesso obiettivo di allora: portare la squadra in salvo. Con il ‘Minga’, tra passato e presente, abbiamo parlato di Sinisa ma non solo…

Nicola, da pochi mesi hai appeso gli scarpini al chiodo per iniziare il percorso da allenatore: come procede? «Attualmente sono alla guida dello Spezia Under 15 e mi trovo molto bene, è un’esperienza bellissima e sono felice di aver avuto questa opportunità. Voglio fare un passo per volta, prima i giovani e poi un giorno chissà, spero di arrivare ad allenare anche i grandi».

Tra i vari mister che hai avuto qui a Bologna c’è stato anche Mihajlovic: che ricordo hai di lui? «Molto positivo, sia sul piano professionale che su quello umano. Mihajlovic è un tipo molto diretto che dice le cose come stanno, ed è capace di infondere grande fiducia nei giocatori. Nel 2008 prese in mano la squadra in un periodo negativo, eravamo reduci da diverse sconfitte, ma non c’è stata mai una volta in cui non ci abbia detto di andare in campo e provare a vincere, anche contro avversarie decisamente più forti. Credo abbia fatto lo stesso due settimane fa prima del match contro l’Inter, e i risultati si sono visti».

Cosa non funzionò a dovere in quei cinque mesi e mezzo con lui in panchina? «Mihajlovic fece il suo, ci mise tutto se stesso, ma la rosa non era stata allestita benissimo e i rinforzi di gennaio non ci aiutarono a svoltare. Però il rapporto con lo spogliatoio, così come con la piazza, rimase sempre ottimo, e quando venne esonerato fu un dispiacere per tutti».

Una squadra che gioca contro il proprio allenatore è pura dietrologia o può davvero succedere? «In vent’anni di professionismo io non ho mai giocato contro un allenatore e non ho mai visto niente del genere, ma può accadere che quando i risultati non vengono e subentra un forte scoramento i giocatori non riescano più a dare il 100%. Credo sia un po’ quello che è accaduto con Inzaghi: nessuno lo ha abbandonato ma, vedendo il Bologna da fuori, sembrava ormai che la sfiducia aveva preso il sopravvento».

Ora il Bologna ha ritrovato il piglio giusto ma non solo, anche il gioco. «Esatto, perché Mihajlovic non è solo temperamento e cattiveria agonistica ma un allenatore completo che sa far giocare bene le sue squadre. Riesce più di altri a far tirare fuori la grinta e il coraggio ai suoi ragazzi, ma è bravo anche sul piano tattico, sia nella preparazione che nella lettura delle partite. Lo era già dieci anni fa, a maggior ragione lo è adesso dopo aver accumulato esperienza».

C’è un giocatore della rosa attuale in cui ti rivedi? «Guardando le caratteristiche dei vari centrocampisti direi Poli, anche se lui è più bravo ad inserirsi in area e soprattutto ha più gol di me nelle gambe, io non segnavo quasi mai (ride, ndr). Ma per la presenza dentro la partita, la determinazione e l’esempio dato ai compagni, siamo piuttosto simili».

In carriera ti sei trovato spesso a battagliare per la salvezza: esiste una ricetta specifica per rimanere lucidi e centrare l’obiettivo? «Nella fascia medio-bassa della classifica non c’è una grande differenza di valori tra le varie contendenti, ciò che più di ogni altra cosa fa la differenza è la compattezza del gruppo, lo spirito di squadra, la voglia di sacrificarsi l’uno per l’altro e di superare ogni ostacolo».

Ad oggi chi vedi favorita per restare in Serie A? «Ora il Bologna è atteso da un doppio impegno sulla carta proibitivo ma viene da quattro punti in due gare e anche contro il Genoa avrebbe meritato di vincere, la prestazione è stata positiva. Vedo bene la Spal perché già dall’anno scorso è abituata a lottare in quelle zone, ha un assetto collaudato e un gruppo solido guidato da un allenatore capace. Il Chievo è quasi spacciato, il Frosinone non mi pare abbia i mezzi per risalire, e anche l’Udinese non mi ha mai fatto una grossa impressione. L’Empoli, se non altro, si è sempre dimostrata viva, mentre il Cagliari tra infortuni e cattiva sorte sta attraversando una stagione un po’ travagliata, e quando certe annate nascono storte bisogna stare molto attenti».

Il ricordo più bello che ti lega a Bologna? «Ovviamente la promozione dalla B alla A del 2008, tirata fino alla fine e festeggiata alla grande in casa dopo la vittoria sul Pisa. Ma sinceramente tutti e cinque gli anni che ho trascorso sotto le Due Torri sono stati molto belli e importanti per me, ho ricevuto tantissimo e spero di aver lasciato un buon ricordo ai tifosi».

Ti capita ancora di sentirti con qualche ex compagno rossoblù? «Sì, molto spesso con Amoroso, Bombardini, Castellini e Marazzina, poi qui allo Spezia il capitano è Terzi e quindi con Claudio mi vedo quasi ogni giorno».

Dieci anni fa ci lasciava Giacomo Bulgarelli, e tu quel glorioso numero 8 lo hai indossato: cosa si prova? «Orgoglio, senza dubbio, ma anche un forte senso di responsabilità. Ricordo che morì proprio durante quel periodo con Mihajlovic, allora andai dalla società proponendo di ritirare la sua maglia e cambiare numero, mi sembrava la decisione più giusta. Alla fine il club decise di proseguire così, per far sì che ogni bambino o ragazzo potesse aspirare un giorno a indossare e onorare il numero 8 rossoblù. La verità, però, è che Bulgarelli non potrà mai essere sostituito da nessuno: lui era un simbolo, lui era ed è il Bologna, tutti gli altri dopo di lui sono stati solo giocatori di passaggio».

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Foto: Getty Images