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Moras: “Arrigoni, Mihajlovic e quella salvezza con Malesani senza società, quanti ricordi… Io sono tornato a casa ma Bologna non la dimentico”

Da Larissa a Larissa, quasi 38 anni dopo esserci nato, vent’anni dopo aver indossato per la prima volta la casacca dell’AEL, sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa serietà. Vangelis Moras è tornato a casa per chiudere, fascia da capitano al braccio, una carriera che sotto le Due Torri gli ha forse regalato i momenti migliori, con un’esaltante promozione dalla B alla A nel 2008 e tre salvezze consecutive nella massima serie, in condizioni più o meno complicate. In maglia rossoblù 102 presenze, 4 gol e una marea di interventi decisivi per tenere in piedi una difesa non sempre impeccabile, con la grinta, la forza d’animo e il carisma di un vero leader, qualità dimostrate in diverse occasioni anche fuori dal rettangolo verde. Oggi lo abbiamo contattato direttamente in Grecia per parlare del presente ma soprattutto per ricordare quel periodo, durante il quale venne anche allenato da Sinisa Mihajlovic, e ci siamo resi subito conto che, nonostante la distanza e il tempo trascorso, il suo legame con Bologna è ancora fortissimo.

Vangelis, è proprio il caso di dirlo: home sweet home«Eh sì, sono tornato a casa. Quello appena trascorso doveva essere il mio ultimo anno da calciatore ma mi sento ancora bene e ho deciso di continuare per un’altra stagione, vediamo come andrà…».

Sei come Palacio, un eterno ragazzo. «Proprio così (ride, ndr), finché possiamo andiamo avanti a giocare e a divertirci, è questo il bello del calcio e dello sport».

Il Bologna lo segui? «Il tempo a disposizione è poco e le televisioni non mi aiutano, perché qui trasmettono quasi esclusivamente Premier League e Liga, ma cerco comunque di tenermi informato sulle vicende dei rossoblù».

Sei rimasto in contatto con i tuoi ex compagni di squadra? «Sì, ogni tanto mi sento con Di Vaio e di recente ho parlato con Amoroso e Adailton, ma ce ne sono anche altri con cui sono rimasto in buonissimi rapporti».

Immagino che conserverai uno splendido ricordo di quegli anni… «Sono stati quattro anni bellissimi, soprattutto perché erano i miei primi all’estero. Potevo andare in Svezia o restare all’AEK e giocare la Champions League, ma il mio sogno era quello di confrontarmi con un calcio di qualità superiore come quello italiano, che all’epoca era ancora più affascinante e competitivo. Il Bologna mi ha dato la possibilità di farlo, mi sono tolto tante soddisfazioni che non dimenticare mai».

La più grande? «È legata alla mia ultima stagione a Bologna (2010-2011, ndr), la peggiore come situazione generale ma la più bella sul campo. La società andava verso il fallimento e per sei mesi non abbiamo preso lo stipendio, quello però era un gruppo molto forte e con mister Malesani siamo riusciti a costruire qualcosa di davvero bello che nessuno si aspettava. Ci siamo salvati con largo anticipo, di pari passo con il salvataggio del club, poi abbiamo chiuso il campionato in calando ma sinceramente avevamo speso troppe energie sia fisiche che mentali ed era difficile fare di più».

Tra quelli che hai avuto qui, qual è stato l’allenatore più importante per te, a livello sia professionale che umano? «In quel periodo ne abbiamo cambiati parecchi ma se devo fare un nome ti dico il primo, Arrigoni. Ero appena arrivato in Italia, in una realtà diversa, e lui mi ha aiutato tantissimo sia dentro che fuori dal campo. Poi nel gennaio 2012 mi ha anche ripreso con sé a Cesena, dopo una parentesi non troppo fortunata allo Swansea, in assoluto è stato il tecnico che ha fatto di più per me».

E Mihajlovic? «Era al suo primo incarico in panchina ma già allora lo ricordo come un tipo tosto, sicuro di sé, sempre molto chiaro su quello che voleva da noi. In allenamento pretendeva la massima intensità e preparava le partite in maniera minuziosa, curando ogni dettaglio e dimostrando una passione incredibile per il suo lavoro. Il fatto che sia diventato un ottimo allenatore significa che ha saputo fare tesoro di tutte le esperienze, anche di quelle che purtroppo si sono concluse in maniera negativa. Come ha dichiarato più volte, a Bologna aveva un conto aperto e lo ha saldato alla grande».

Qualche anno dopo di te è arrivato a Casteldebole un altro centrale greco, Oikonomou, che ha fatto vedere ottime cose in B ma poi si è un po’ smarrito… «Il suo problema principale, una volta arrivato in Serie A, è stato lo scarso equilibrio a livello di prestazioni, ne alternava alcune ottime ad altre con parecchi errori, e ovviamente quando sbaglia un difensore si nota subito e pesa il doppio. Alla fine ha scelto di ripartire dalla Grecia e qui se la sta cavando bene, è ancora giovane e penso che possa comunque costruirsi una bella carriera».

Alla soglia dei 38 anni, quando ripercorri con la mente la tua carriera sei soddisfatto o pensi che avresti potuto fare di più? «Col senno di poi si può sempre fare meglio, ma se tornassi indietro agirei allo stesso modo e prenderei le stesse decisioni, ogni scelta l’ho fatta dopo averci riflettuto bene sia da solo che insieme alla mia famiglia. Crescendo e accumulando esperienza puoi iniziare a vedere certe cose sotto una luce diversa, ma non sento di aver commesso errori tali da avere rimpianti, e soprattutto so di essermi sempre comportato da serio professionista, dando il massimo delle mie possibilità».

C’è un messaggio che vuoi mandare ai tifosi del Bologna? «I bolognesi devono semplicemente continuare ad essere ciò che sono: una tifoseria unica per amore, passione, civiltà ed eleganza, una piazza dove la gente e la squadra sono un tutt’uno inseparabile, una curva capace di far sentire importante e apprezzato ogni singolo giocatore. A tal proposito, mando un saluto speciale ai ragazzi della Vecchia Guardia».

Speriamo di venirti presto a trovare in Grecia per una partita di Europa League… «Il progetto c’è, i capitali anche, qualche errore è stato commesso e magari capiterà ancora ma penso sia normale quando si va ad intraprendere un percorso del genere, peraltro ripartendo quasi da zero. Non bisogna mai mollare ed essere sempre più ambiziosi, vale sia per la squadra che per la società: il calcio italiano e non solo ha bisogno di riabbracciare ad alti livelli un club con la storia e il blasone del Bologna».

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