Mudingayi: “Diawara dovrebbe pensare a giocare e non ai soldi, credo sia stato consigliato male”

128 presenze con la maglia del Bologna, 2 gol ma soprattutto una miriade di palloni recuperati, di tackle, di corse alle calcagna degli avversari. Non sempre nel calcio il giocatore che ti ruba l’occhio è quello dalla tecnica sopraffina, spesso sono proprio i guerrieri del centrocampo a finire dritti dritti nel cuore dei tifosi. Sotto le Due Torri ne sono passati diversi, tra i più recenti senza dubbio Gaby Mudingayi, mediano belga di origine congolese che dopo qualche incomprensione di troppo ha saputo guadagnarsi il rispetto, la fiducia e l’affetto della piazza felsinea. Oggi abbiamo parlato con lui, che a 34 anni è attualmente alla ricerca di una squadra, per conoscere il suo parere sulla vicenda legata al giovane regista rossoblù Amadou Diawara, che dopo la mancata partenza per il ritiro di Castelrotto sembra essere scomparso nel nulla. Una vicenda che sotto certi aspetti ricorda quella vissuta dallo stesso Mudingayi nell’estate del 2009.

Mudi, cominciamo parlando un po’ di te: quando ti rivedremo in campo? «Per il momento sono ancora alla ricerca di una squadra, spesso si dice che il calcio è strano e ora lo sto sperimentando sulla mia pelle. L’anno scorso dopo sei mesi buoni a Cesena pensavo di trovare qualcosa e invece non ho trovato niente, adesso mi sto allenando con una formazione di Eccellenza qui al paese di mia moglie e resto in attesa di una chiamata. Fisicamente sto bene e credo di averlo anche dimostrato, dopo l’infortunio patito all’Inter mi sono ripreso completamente. Purtroppo però in questo mondo funziona così: finché fai vedere buone cose tutti ti stanno attorno, non appena hai qualche problema si dimenticano di te, la riconoscenza è merce rara».

A proposito di riconoscenza, a Bologna c’è un ragazzo di 18 anni che ne sta dimostrando davvero poca verso il club che lo ha lanciato in Serie A, Amadou Diawara: che idea ti sei fatto sulla vicenda? «Bisogna capire come stanno realmente le cose. Io non lo conosco di persona, vedendo il suo atteggiamento e la sua personalità in partita mi è sempre parso piuttosto maturo e intelligente, però a 18 anni bisognerebbe pensare a giocare, a divertirsi, a mettere in mostra le proprie qualità, e non esclusivamente ai soldi, se uno è forte poi ogni cosa viene di conseguenza. Comunque sia, a mio avviso il gesto di non presentarsi in ritiro non proviene da lui, perché in genere a quell’età corri dietro al pallone e un passo alla volta ti rendi conto di che fortuna enorme hai avuto nella vita. Evidentemente ci sono persone dietro di lui che lo stanno consigliando male, forse mi sbaglierò ma se a 18 anni sei un calciatore del Bologna, hai già un discreto guadagno e ti viene anche offerto un adeguamento dell’ingaggio, dovresti essere soltanto felice».

Nel 2009 anche tu hai vissuto un’esperienza per certi versi simile: dopo aver parlato con altri club e valutato varie offerte sei rimasto in rossoblù, ma il rapporto con la tifoseria si era incrinato… «Durante il mio periodo a Bologna ci sono state tante incomprensioni, soprattutto con la stampa, spesso il mio pensiero è stato frainteso o non è stato trasmesso nel modo giusto. Ad esempio, se dicevo che un giorno mi avrebbe fatto piacere tornare alla Lazio usciva fuori che mi trovavo male a Bologna o altre cose di questo genere, assolutamente non vere. Ovviamente, per informarsi, i tifosi leggono i giornali, e in quel caso si erano fatti un’idea sbagliata su di me. Il modo in cui vengono veicolate le informazioni, soprattutto nel calcio, mi ha sempre spaventato, perché basta che una mezza voce venga ripresa di qua e di là e in poco tempo ci si ritrova con titoli a lettere cubitali, magari con frasi distorte e dichiarazioni che non rispecchiano quelle reali. Non ho mai apprezzato particolarmente le interviste non per cattiveria, ma perché avevo il timore di rispondere a certe domande. Non sono molti i calciatori che hanno studiato o che sono pronti ad affrontare nel modo giusto un’intervista, specialmente se sono stranieri, per questo il rischio di crearsi dei problemi è alto».

Oggi pomeriggio capitan Gastaldello ha usato parole forti nei confronti di Diawara: i tuoi compagni di allora come reagirono di fronte a tutte quelle voci sulla tua probabile partenza? «I compagni ti vivono tutti i giorni e quindi ti conoscono meglio, se commetti un errore alla lunga provano a darti consigli per riportarti sulla strada giusta, soprattutto se sei molto giovane, e se invece hai ragione cercano in tutti i modi possibili di sostenerti. Quando ho avuto dei problemi lo spogliatoio mi è stato di grande aiuto, si è stretto attorno a me e non mi ha lasciato solo, questo mi ha permesso di giocare sereno. Per settimane e settimane nel momento in cui lo speaker gridava il mio nome al Dall’Ara venivo ricoperto di fischi, ma quei fischi invece che demoralizzarmi mi caricavano, volevo trasformali in applausi. È inutile presentarsi davanti ai microfoni a raccontare di amare la maglia e la città, bisogna dimostrarlo sul campo tirando fuori i coglioni e dando il massimo per i colori e la storia che rappresenti».

E tu sei riuscito a dimostrarlo, diventando poi un idolo del Dall’Ara: se alla fine dovesse restare, pensi che Diawara riuscirà a fare pace con l’ambiente? «Nel corso della mia carriera ho capito che l’unica cosa che un tifoso vuole è vedere un giocatore che si impegna per la maglia, perché noi giocatori passiamo ma la maglia resta. Se un tifoso ti vede sudare la maglia, ti vede dare tutto fino all’ultima goccia di sudore, anche se ce l’ha a morte inizierà pian piano a sostenerti. Diawara, qualora dovesse rimanere, dovrà riconquistarsi la fiducia della piazza, e sono sicuro che può riuscirci. Certo dovrà rimboccarsi le maniche, ripartendo dalle tante cose buone fatte vedere nella scorsa stagione, oltre a dare delle spiegazioni, anche se come ho detto bisogna capire quanto ci sia realmente di suo in questo atteggiamento e in questa decisione. Spero con tutto il cuore di tornare presto a vederlo felice e sorridente, per il bene suo e del Bologna».

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