Onestini: “Rivedo il mio sogno negli occhi di Masina e Ferrari, il Bologna è parte di me”

John Lennon cantava che la vita è quello che succede mentre tu sei impegnato a fare altri progetti. E a quel punto non puoi che reagire, cogliere occasioni, rimboccarti le maniche. Luca Onestini ha 23 anni, un passato da calciatore nelle giovanili del Bologna, un futuro da dentista e un presente nel mondo della TV e della moda. Ha partecipato all’ultima edizione di ‘Temptation Island’, ha avuto una parte ne ‘L’onore e il rispetto’, nel 2013 ha vinto il titolo di Mister Italia, ha fatto spot pubblicitari e anche il modello per importanti brand. Ha partecipato a ‘Ciao Darwin’ nella puntata ‘belli contro brutti’, e indovinate un po’ di quale squadra ha fatto parte… Luca ha provato sulla sua pelle come spesso il destino decide per te, per usare le sue parole, e come ci possano essere sempre nuove opportunità da cogliere, nuove sfide da vincere. Senza dimenticare le proprie passioni e i propri sogni.

Luca, sei stato tra i protagonisti dell’ultima edizione di ‘Temptation Island’: come hai deciso di partecipare e che esperienza è stata per te? «È stata una bella esperienza. Da tre anni ho intrapreso questa strada e questa è una delle tante cose che ho fatto. Da qualche anno avevo contatti con la redazione, che mi aveva cercato anche per altri progetti, ma per vari motivi non avevo mai accettato. Poi si è aperta la possibilità di fare questo programma e quest’anno ho deciso di mettermi in gioco, la vedevo come un’esperienza che poteva essere interessante. Me la sono sentita, sono andato ed è stata una bella esperienza che mi ha permesso di conoscere tante persone. Io stesso sono cresciuto, perché in ogni caso è un’esperienza che ti porta a riflettere tanto. Sono stato via oltre venti giorni, in mezzo a persone che non conoscevo. Nel programma si vedono ovviamente dei piccoli frammenti, ma la verità è che tu stai là, ripreso e microfonato tutto il giorno.  Non hai telefono né televisore ed è un’esperienza particolare».

A 23 anni hai già tante esperienze alle spalle, ma tutto è iniziato con il calcio… «Ho giocato nel Bologna dagli 11 ai 18 anni e ho fatto tutto il settore giovanile, dedicando quegli anni della mia vita al calcio e ai colori rossoblù. Sono di Imola e per me è stato il realizzarsi di un sogno visto che tifo per il Bologna da sempre, mio padre appena nato mi ha messo una sciarpa nella culla. Papà è rossoblù, nonno è rossoblù, e giocare per il Bologna è stata veramente una cosa stupenda. Non sono mancati i sacrifici, perché provavo ad andare bene anche a scuola, prima le medie e poi il liceo scientifico. Portare avanti entrambe le cose non è stato sempre facile, in quegli anni mi dedicavo solamente al calcio e alla scuola. Poi sono arrivato in Primavera e purtroppo ho avuto un problema importante all’anca che mi ha bloccato, così il sogno si è infranto. Ho avuto vari guai fisici, compresi quelli al menisco e ad un timpano. Il più serio però è stato quello all’anca, mi sono dovuto operare e sono rimasto fuori più di un anno. Quello è stato il motivo per cui il rapporto con il Bologna si è interrotto».

Spesso però quando si chiude una porta si apre un portone: a te cosa è successo?  «Si è trattato di una cosa strana. Quello è in effetti un periodo particolare: sei in Primavera, con la possibilità magari di andare in Prima Squadra, e nello stesso tempo ci sono gli studi all’università che incombono. Mi sono trovato di punto in bianco con questo problema e la necessità di dovermi operare stando fuori più di un anno. Ho reagito bene, ho fatto l’università iscrivendomi ad Igiene Dentale, poi sono riuscito ad entrare a Odontoiatria, facoltà che è adesso al centro dei miei studi: una cosa che non sarei riuscito a fare se le cose fossero andate diversamente con il calcio. Sono fiero e soddisfatto dell’Università che faccio, mi dà grandi soddisfazioni, in tre anni ho preso un 29 e tutti 30 e 30 e lode. A volte mi chiedo come sarebbe andata, anche perché la Primavera è, per certi versi, come un imbuto. Hai fatto tanto, ma ancora niente di concreto, ovvero hai fatto tutto il percorso ma devi fare il saltino e passi da questa situazione a dover fare il calciatore a tutti gli effetti. Non c’è una via di mezzo, o ce la fai o non ce la fai. Chissà, se fossi passato attraverso quel collo di bottiglia, poi le cose come sarebbero andate. Adesso studio a Bologna, ad ottobre inizierò il quarto di sei anni e tra tre anni sarò un dentista».

Nel frattempo sono però arrivati i primi lavori in televisione: il tutto per pagarti gli studi? «È andata esattamente così. Io non avevo mai fatto nulla nel mondo della moda e dello spettacolo, che anzi era una delle cose più lontane dal mio modo di essere fino a quel momento. La domenica giocavo, quindi il sabato non uscivo e le discoteche non sapevo neppure cosa fossero. Facevo grandi sacrifici, anche perché ci allenavamo tutti i giorni. Da quando ero piccolo, dagli 11-12 anni, prendevo il treno nel primissimo pomeriggio e tornavo a casa alle 19, la mia vita era fatta di calcio e scuola, studio e calcio, le altre cose non le avevo mai considerate e ho sempre preso tutto seriamente. Effettivamente le cose un po’ più spensierate me le ero un po’ perse e arrivato a quel punto ho pensato che potevo mettermi in gioco. Ero infortunato, non potevo giocare e mi sono chiesto: cosa faccio? Non è mia abitudine stare con le mani in mano. Una mia amica, prendendomi in giro, mi ha detto: “Perché non vai a fare Mister Italia?”. Alla fine ci sono andato, mi sono divertito, mi sono trovato bene e, per gioco, ho continuato. Vincendo quel concorso mi si è aperto questo nuovo mondo, e da lì ho iniziato, tre anni fa, a lavorare in questo settore. Da allora lavoro e ho ottenuto una certa indipendenza anche economica. Riesco a pagarmi gli studi e tutte le altre piccole cose. Le situazioni si sono incastrate».

Da grande come ti vedi? «Dentista, e su questo non ci piove. Quello che sto facendo ora lo faccio perché mi piace, ma lo vedo come una fonte mi guadagno: non mi vedo come un attore o un modello ad alto livello. Faccio le mie piccole grandi cose, il lavoro c’è e sono contento così. Quello che voglio fare è il dentista, ma credo anche che tutto serva nella vita. In questi anni ho fatto tanti lavori, maturando tante esperienze, e da ogni ambito mi piace imparare cose nuove. Mi piace il settore che ho scelto e tra tre anni mi vedo lì, ma da ragazzo ci sta farsi esperienze e farsi un po’ le ossa. Ho avuto la fortuna, una volta all’università, di partire subito con il tirocinio, ho capito veramente che questo ambiente mi piaceva».

È un messaggio importante anche per molti tuoi coetanei, che spesso alle prime difficoltà mollano… «Ho giocato in squadra con Adam Masina e Alex Ferrari, e la loro storia per me è bellissima perché sono riusciti a realizzare i sogni di tutti noi che eravamo in squadra con loro. Ogni volta che li vedo in campo sinceramente mi viene la pelle d’oca perché rivedo quegli stessi occhi che avevamo tutti noi. Sono riusciti a realizzare quel sogno che noi purtroppo non siamo riusciti a portare a termine. Sono fierissimo di loro e sono i miei idoli».

Li senti ancora oggi, il rapporto è rimasto? «Ho sentito Adam per fargli i complimenti per il premio che ha ricevuto come miglior giovane giocatore della B lo scorso anno. Mi piacerebbe rivederli, tra una cosa e l’altra non ci siamo più incontrati ma mi piacerebbe veramente tanto. Sono due ragazzi d’oro. Hanno avuto momenti difficili e sono riusciti a riprendersi alla grande. Non sono giocatori dei quali si può dire: gli è andata tutta dritta e ce l’hanno fatta. Loro hanno sofferto, hanno preso le loro bastonate, sono stati in panchina e in tribuna eppure sono rimasti lì, hanno lottato e alla fine ce l’hanno fatta. Sono veramente fiero, loro sono riusciti a completare al 100% i nostri sogni. Io stesso mi reputo fortunato perché dagli 11 ai 18 anni il mio sogno l’ho realizzato: tutte le domeniche indossavo la maglia della mia squadra del cuore e non è una cosa che tutti riescono a fare. Ero dove volevo essere, nella squadra in cui volevo essere».

Quella rossoblù è davvero una maglia a cui sei legatissimo… «Andavamo a fare tornei internazionali a cui partecipavano squadre di grosso calibro sia italiane che straniere. Alcuni miei compagni portavano con loro maglie doppie per andarle poi a scambiare con gli avversari. Io non l’ho mai fatto, perché per me non c’era una maglia che valesse quella del Bologna. Perché dovevo dare via la mia maglia per la maglia di un club di cui tutto sommato non mi importava nulla? Io avevo già la mia maglia del cuore e avevo la fortuna di indossarla tutte le domeniche in campo».

Il rapporto che hai oggi con il Bologna è quello di un normale tifoso o ti piacerebbe in futuro sviluppare anche collaborazioni? «A me piacerebbe tantissimo riaprire i rapporti con il Bologna perché appartiene alla mia storia umana, sportiva e professionale, è parte di me. Ad ottobre mi trasferirò a Bologna e chissà che non si possa aprire qualche opportunità: sarebbe veramente bello. Sarò comunque allo stadio per vedere le partite e sostenere i ragazzi».

Come ti sembra stia nascendo la squadra della prossima stagione? «Sono ottimista, mi piace la linea che è stata intrapresa. Aspettiamo di vedere gli ultimi acquisti con cui sarà completata la rosa ma io ci credo, riusciranno sicuramente a fare un buon campionato. Come poi lo scorso anno, dopo una partenza in cui eravamo tutti un po’ preoccupati ci siamo ripresi e si è visto un bel Bologna».

Per quanto ti riguarda, oltre agli studi hai già altri progetti in programma per l’autunno? «Mi sono state fatte alcune proposte televisive e le sto valutando. Continuano ad arrivare richieste e sto valutando tutto. La cosa sicura è che ripartirò con gli studi, anche perché abbiamo la frequenza obbligatoria. Quella per me è la prima cosa, tutto il resto è un modo per potersi mantenere. Sto facendo le cose che mi piacciono e sono contento. Rimpianti? Adam e Alex hanno realizzato quello che volevano fare e per questo li guardo con così tanta ammirazione. Dentro di me lo so che il sogno c’era, però so anche che ora sono contento e amo quello che faccio. Essere lì, dove sono loro, sarebbe stato veramente fantastico, ma ad altri giocatori è capitato di arrivare e poi scendere. Non si può sapere a priori, il calcio è un po’ una roulette. Non è una questione di rimpianti, perché non è dipeso da me, purtroppo. Ho avuto questo infortunio e non ci potevo fare niente. Non posso dire di non aver avuto talento o di non essermi allenato o impegnato abbastanza: so di averci messo tutto me stesso. Per questa maglia ho lasciato un menisco, un’anca e un timpano: ma con il cuore, perché ci tenevo. Dai tutto, poi a volte il destino decide per te e ti porta dove vuole lui. Ho seguito questa nuova strada e sono contento».

luca-onestini-bologna

© Riproduzione Riservata