Orlando: “Sono fiducioso ma non avrei cambiato Corvino, ha lavorato bene”

Quando la passione per il Bologna e Bologna si unisce a quella per il cinema e il teatro. ZO ha contattato Orfeo Orlando, attore, regista e tifosissimo rossoblù, per parlare del momento della squadra ma anche dei suoi impegni sul palcoscenico e sul set.

Per il Bologna questa è una fase di transizione, ci si è appena congedati da Corvino e si attende solo l’ufficialità di Bigon. Da tifoso come stai vivendo questo periodo? C’è qualche motivo di preoccupazione o sei fiducioso? «Sono abbastanza fiducioso anche se, potendo, non avrei cambiato e sarei rimasto nelle mani del precedente, esperto, timoniere. La società ha deciso diversamente e avranno i loro buoni motivi. Rimane comunque da sottolineare che, per quel po’ che è stato qui, Corvino mi sembra abbia lavorato bene. Tutto sommato la sua è stata una presenza positiva, siamo tornati in Serie A e sono stati presi giocatori importanti e di prospettiva: direi che il suo è stato un lavoro positivo».

Indossando sempre i panni del tifoso, qual è la prima richiesta che ti senti di porre al nuovo direttore sportivo? «Penso che qualcosa manchi certamente in attacco, come abbiamo visto quest’anno quando è stato assente Destro per infortunio. Servirebbe un giocatore in grado di affiancarlo portando in dote una decina di gol, anche se non è facile nel panorama attuale trovare un giocatore da doppia cifra, che costi il giusto e che sia disponibile per noi. Questo è comunque quello che mi sentirei di consigliare, anche perché quest’anno abbiamo patito tanto in fase realizzativa e non è detto che il prossimo anno avremo ancora i sette gol di Giaccherini».

L’obiettivo per il prossimo anno è quello della parte sinistra della classifica. È una meta raggiungibile a tuo avviso? «Sì, se arrivano quei quattro o cinque giocatori di cui anche la dirigenza, vedi Di Vaio, sottolinea la necessità. Servono elementi di qualità e serve partire meglio rispetto a come non abbiamo fatto nella stagione appena conclusa: siamo partiti in maniera decisamente deficitaria e siamo stata l’unica squadra che è riuscita a salvarsi dopo un avvio così disastroso. Già partire ‘normalmente’ vorrebbe dire avere quella manciata di punti in più che potrebbero significare salvezza molto prima che a due giornate dal termine. Ad un certo punto non c’è stata una grandissima differenza, quelle davanti come Empoli e Torino erano lì. Non serve tantissimo, quindi, ma occorre tenere i giovani buoni, auspicando che qualcuno possa maturare ancora».

Oltre che un inizio migliore, servirebbe anche un finale con meno patemi: anche quest’anno si è un po’ sofferto… «Esatto. Sembra che il Bologna negli ultimi anni si sia abbonato a un certo tipo di finali di stagione, vedi anche con Malesani e Pioli. Raggiunto l’obiettivo di minima si stacca la spina. Sono stati onesti ad ammetterlo, ma ci si aspetta sempre che un giocatore non molli: non solo per una questione di introiti economici, ma anche per attaccamento alla maglia e ai tifosi. È una situazione che per certi versi ci può stare, visto che dopo un inizio disastroso sono state spese molte energie che poi a un certo punto sono venute a mancare. Un campionato più equilibrato, con un inizio meno traumatico, potrebbe garantirci un finale adeguato. Dovrebbero arrivare quei quattro-cinque giocatori di qualità: un attaccante che segni e qualcuno che rafforzi il centrocampo. Così la squadra potrebbe arrivare a quel decimo posto che sarebbe già un passo avanti. I tifosi sognano subito le vittorie e di arrivare in Europa, ma la società è giovane e, seppure con qualche errore, non ha mai illuso nessuno. L’indirizzo è quello di una crescita nell’arco degli anni e per ora sta mantenendo le promesse. Non è mai stata promessa la luna. Forse il tifoso, visto anche lo spessore della società, si aspetta subito il colpaccio per poter sognare. Ma visto anche quello che abbiamo passato negli anni scorsi, è meglio una crescita graduale che non fare la sparata di un anno e poi retrocedere o peggio»

Passando invece al tuo lavoro, di cosa ti stai occupando in questo periodo? «Dal punto di vista teatrale ora la stagione è finita e il teatro va in ferie. Per quanto riguarda il cinema, dovrei un girare tra luglio e agosto un film e un cortometraggio. Da settembre in avanti dovrei invece girare come regista un film che parlerà soprattutto di un calciatore del Bologna, Cesare Alberti. Si tratta di una giovane promessa dei rossoblù degli anni Venti che, per una serie di tragiche circostanze anche personali, non ha potuto mantenere fino in fondo perché mancato giovanissimo. Parleremo della sua storia, che in particolare i giovani non possono conoscere ma che è molto interessante».

Continui quindi a essere legato non solo alla città ma anche alla squadra. «Per me è un legame assolutamente indissolubile. Tutte le volte che posso sia a teatro che negli altri lavori, nel caso specifico il prossimo cortometraggio, i colori rossoblù non possono mai mancare. Negli anni scorsi ho partecipato anche al docufilm ‘Il cielo capovolto’ di Emilio Marrese e Paolo Muran sul nostro ultimo e glorioso scudetto. E’ una questione di sangue: il mio è rosso ma deve avere anche del blu, altrimenti la circolazione non funziona bene».

Potrà essere messo in cantiere qualcosa di simile a ‘Cuoio, erba e sudore’, lo spettacolo teatrale che ha raccontato la storia di Bologna del Novecento e che ha visto protagoniste anche le storie dei giocatori rossoblù? «Di idee ce ne sono tante, il problema è che stanno uscendo tantissime cose che parlano del Bologna, ma fortunatamente dopo anni in cui non c’era nulla che parlasse di rossoblù. L’importante è cercare di portare qualcosa di nuovo e di non ripetuto. L’idea ci può essere, deve essere relativa a un qualcosa che non è stato portato in scena. Una cosa nuova può essere, appunto, il cortometraggio su un personaggio come Alberti. Se ci sarà qualche possibilità anche per il teatro, ben volentieri».

E secondo te c’è ancora la possibilità di pensare a qualcosa di nuovo, oppure tutto è ormai stato inventato e pensato? «Il cinema, grazie a Dio, è fonte di novità. Sono appena tornato da Cannes, ogni giorno si vedono tante cose. Da un’idea o da uno spunto possono nascere un film, un documentario o un cortometraggio. Per quanto riguarda il cinema associato allo sport, qualcosa di nuovo può venire alla luce: l’importante è avere belle idee, come nel caso de ‘Il cielo capovolto’, e anche la possibilità di riuscire a realizzarle economicamente. In Italia il cinema, in ambito sportivo non è mai stato particolarmente sostenuto economicamente, a differenza di quanto avviene ad esempio negli Stati Uniti o in altri paesi. È assolutamente un terreno fertilissimo, l’importante è che ci siano realtà pronte a sostenere quei registi che hanno anche il coraggio di portare a cinema o a teatro qualcosa che abbia a che fare con l’ambito sportivo. A volte si può pensare che, parlando di calcio, non siano molte le persone che vanno a cinema o a teatro, invece ‘Il cielo capovolto’, ad esempio, ha riempito all’inverosimile Piazza Maggiore: miglior testimonianza di quella non c’è».

Tu sei reduce da Cannes: che esperienza è stata? Visto che per te non era la prima volta, l’hai trovata cambiata rispetto alle precedenti edizioni? «Direi che è sempre il solito grandissimo, simpatico zibaldone. Questa è la mia quarta presenza in cinque anni e, senza che si offendano gli organizzatori del Festival di Venezia o altri sul genere, posso dire che Cannes, con i suoi pregi e i suoi difetti, è in assoluto il Festival numero uno al mondo, sia come presenze che come opportunità per chi lavora in questo campo. Se vuoi fare cinema o hai un prodotto di cinema che vuoi divulgare, Cannes è in assoluto il numero uno. Lì c’è tutto il mondo, nel bene e nel male, ma rimane assolutamente il numero uno».

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