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Pecci: “VAR, che brutta invenzione. Saputo? Pensa in inglese e noi non lo capiamo”

Eraldo Pecci, un quadriennio alla Fiorentina dal 1981 al 1985, e un grande salto (come quello che non ha ancora fatto Simone Verdi) in una grande squadra, quando nel 1975 passò dal Bologna al Torino, dove avrebbe vinto subito lo scudetto. Con lui si parla della fine di questo mercato invernale, che inaspettatamente ha mantenuto, anziché disossato, l’organico rossoblù.

Pecci, gennaio sembra esser passato senza lasciare vittime. «Vediamo come va a finire con Donsah, ma se fin qui non l’ha preso nessuno non credo possa cambiare molto lo scenario. Posso dire una cosa? A me del mercato di gennaio importa come di Masterchef. Preferisco guardare le nonne che vanno a far la spesa anziché i cuochi in tv».

Molti addetti ai lavori ne vorrebbero un formato più ridotto. O addirittura lo vorrebbe eliminare. «Perché è raro, in gennaio, trovare i giocatori giusti. Non esiste al mondo un giocatore che cambi i destini di una squadra in cinque mesi. A parte il periodo di adattamento, ma ditemi chi è che può far vincere lo scudetto da solo a un gruppo formato sei mesi prima».

Qui a Bologna a gennaio si è rischiato di dar via due giovani che facevano parte del cosiddetto progetto. Verdi e Donsah. «Progetto giovani? Ma i tifosi si innamorano anche dei vecchi. Baggio ha fatto 27 mila abbonati, il ragazzino fa un po’ fatica a fare altrettanto. Il progetto non è mai “giovane” o “vecchio”, è il progetto complessivo della società, che giustamente guadagna vendendo un giovane e investe su altri giovani o vecchietti che hanno ancora voglia di giocare, come Palacio».

E il progetto di Saputo qual è secondo lei? «E chi lo sa? Lo stadio? Ma ci si guadagna con lo stadio ristrutturato? Chiediamolo a Squinzi, ma non credo. Chiaro che fare il presidente non è facile di questi tempi. I Della Valle han messo 250 milioni e vengono insultati. E comunque, anche se fai lo stadio nuovo, poi dopo ci devi metter dentro una squadra che vinca».

VAR permettendo. «Che brutta invenzione…».

Lo dice da spettatore o se la immagina applicata ai tempi in cui giocava? «Con certi giocatori che avevo vicino la VAR avrebbe fatto strage. Io mi sarei adeguato. Ma da spettatore non amo star lì a guardare un arbitro che conversa cinque minuti in attesa di capire se è rigore o no. Vorrei vedere la partita, chiedo troppo? Invece sembra che preferiamo il racconto al risultato. Ma dimentichiamo che l’errore non è eliminabile del tutto. Gli errori ci saranno sempre, è un’illusione credere il contrario. Diventeremo il paese che da 60 milioni di allenatori ha sfornato 60 milioni di arbitri. Falliti».

Secondo lei la VAR, o il VAR per chi preferisce il maschile, rattrappisce i riflessi e le capacità di lettura immediata degli arbitri? «Può darsi. Ma visto che la maggioranza sembra così orientata a volere la VAR, concediamola pure. Per me non ha nessun senso. E rimpiango i tempi in cui al lunedì si parlava delle giocate di Baggio e non degli errori di un uomo seduto dietro una telecamera».

Rischia di allontanare anche il pubblico dal calcio? «Speriamo di no. Io certo non amo gli inviti a cena con delitto».

Tornando al Bologna: decimo posto utopia? «Se parliamo di decimo posto o di dodicesimo non vale la pena consumarmi la batteria del telefono. La Serie A parla chiaro: prime due se la giocano per lo scudetto, altre tre-quattro tra Uefa e Champions League, quattro per non retrocedere. E il resto è il grande campionato di mezzo. Dove si gioca per niente».

Non certo una prospettiva allettante per chi paga il biglietto. «Ma il campionato è questo: la differenza tra grandi e piccoli è diventata abissale. Una vittoria con una grande, guarda il Bologna, è un evento più che eccezionale. Paranormale, direi».

Consoliamoci con la bella storia di Verdi, allora. «Sì, è una bella storia davvero. E credo alle sue motivazioni nel rifiuto al Napoli».

Voleva davvero crescere ancora a Bologna o ha già una squadra pronta a giugno? «A giugno potrà succedere di tutto, è chiaro: ma intanto lui ha capito che qui conta qualcosa. Mentre a Napoli era tutto da vedere. Meglio essere i primi in Gallia che i quarti a Roma. Dopo tanti prestiti si è reso conto che a Bologna era diventato il più bravo. Ha difeso questo status. Poi per fare carriera ha tutto il tempo che vuole. Non mi sembra uno che considera il calcio solo come un business».

Saputo però sì. E da questo no ci ha perso 20 milioni netti. «Saputo pensa in inglese. E noi non lo capiamo».

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