Pellerano:

Pellerano: “L’obiettivo del Bologna dovrebbe essere un po’ più alto di quello dichiarato”

Una squadra chiamata a riprendere un cammino spedito, una società con tanti temi da affrontare per portare a compimento il salto di qualità. Con Fernando Pellerano, firma del Corriere di Bologna, ecco il punto della situazione sull’attuale momento in casa rossoblù.

Dopo un inizio promettente, da parte sinistra della classifica, il Bologna ha attraversato un periodo più complicato: qual è a tuo avviso il reale valore di questa squadra, e quale l’obiettivo concreto a cui deve puntare? «Il valore reale della squadra oscilla esattamente tra la parte destra e quella sinistra della classifica, quindi fra il nono e il dodicesimo posto: tutto dipende da se e come svolteranno i giovani. Al secondo anno di Serie A, e con Saputo, l’obiettivo dovrebbe essere un pochino più alto di quello che ha dichiarato la società, che ha parlato di un punto in più e una posizione in più rispetto allo scorso anno. Direi che se arrivi undicesimo è già qualcosa».

Questa crescita graduale è la politica giusta o ti aspettavi qualcosa in più? «La crescita graduale è la politica giusta, purché non sia una politica da tartaruga: con un punto all’anno, per arrivare in Europa bisognerebbe aspettare anni, il che forse è un po’ troppo. Una crescita graduale che non sia quindi una posizione alla volta, ma fare step e gradini un pochino più alti».

Certo la sfortuna, vedi le tante assenze per infortunio, ci ha visto benissimo sinora. Costruire un Bologna su Mattia Destro è stato un errore, vista la mancanza di alternative, o con lui in squadra non si possono avere alternative dello stesso valore? «Il Bologna dipende un pochino da Destro in quanto non ha in rosa quattro-cinque giocatori che fanno lo differenza ma al massimo due o tre. L’assenza di Destro, quindi, si sente, e lo dicono anche i numeri. Dopodiché è anche vero che per adesso non ha fatto vedere quello che ci si aspetta da lui, ovvero essere l’uomo squadra, il trascinatore, ma effettivamente quando manca lui manca un punto di riferimento importante. Anche perché la società, in questo momento di crescita ma anche di contenimento dei costi, in estate non ha trovato l’alternativa sostitutiva di Destro».

Manca anche un leader carismatico, a tuo avviso? «Questo ce lo dovrebbe veramente dire Donadoni. Queste figure sono importanti e non ne basta neanche uno, meglio se ce ne sono due-tre, un piccolo gruppo come può essere quello della Juventus. La sensazione è che un leader manchi un po’, ma chi meglio di Donadoni può dirlo. Qualche anno fa, ai tempi di Di Vaio, Perez e Portanova, ecco che c’erano figure di riferimento molto importanti all’interno della squadra, questa volta mi sembra un po’ meno».

Ogni volta che torna in Italia, il chairman Joey Saputo ha sempre diverse cose di cui occuparsi: qual è secondo te il tema più caldo in agenda? «Al primo posto direi lo stadio, con questo progetto strutturale e importante, ma subito a ruota ci sono i conti della società e a seguire i risultati sul campo della squadra».

Pensi possa succedere qualcosa a livello societario, visto che il management ha il contratto in scadenza?  È prematuro parlarne o è già un tema da affrontare? «No, non è prematuro parlarne alla luce anche dei conti, dei contro-conti e delle verifiche che Saputo, oltreoceano, ha voluto fare: il management è, diciamo così, sotto esame proprio perché è in scadenza. Non è quindi assolutamente da escludere che possano esserci delle novità».

Tu hai seguito molto bene e molto da vicino la vicenda del restyling del Dall’Ara: che idea ti sei fatto? Come andrà a finire, secondo te? «Questa è una fase importante, delicata e decisiva e da qui alla fine dell’anno, a essere buoni prendiamo anche gennaio, qualcosa dovrà succedere. La situazione è decisiva adesso in quanto Comune e Bologna FC, incassato l’ok del Ministero e della Soprintendenza, devono trovare queste aree per Saputo in modo che lui possa contemperare un po’ l’investimento importantissimo per trasformare su un oggetto di proprietà del Comune e su una parte della città, il Quartiere Saragozza intorno allo stadio. È una partita dal risultato affatto scontato: siamo al 50-55% di possibilità di farcela».

Anche l’ipotesi di un nuovo stadio non si può scartare? «Uno stadio ex novo costruito da un’altra parte è ancora molto più lontana come possibilità, se si dà retta alle parole del sindaco Merola, che non vuole consumare suolo, territorio, neppure per dotare Saputo di aree compensative al restyling, figuriamoci per un nuovo stadio. La vedo durissima».

Anche l’eventuale nuovo stadio dovrebbe comunque avere intorno a sé una zona per fare business… «Se si fa uno stadio ex novo, è più semplice sviluppare quell’indotto virtuoso, perché organizzi già in loco quello che vuoi fare. L’esempio è quello dello Juventus Stadium. A Bologna c’è una problematica di spazi da questo punto di vista sullo sviluppo: con un nuovo stadio sarebbe più facile, con il restyling un po’ più complicato».

Nel tuo lavoro di giornalista non racconti solo il Bologna ma anche la città di Bologna. Ti approcci in modo diverso a queste realtà o c’è un filo conduttore? «Il filo conduttore di base è la curiosità, l’aggiornamento, l’idea che viviamo in un contesto unico fatto di tanti sapori, colori, informazioni. Per me occuparmi dello stadio dal punto di vista del restyling o dal punto di vista storico oppure occuparmi al tempo stesso del vicino Teatro delle Celebrazioni – come è nato, chi l’ha comprato – fa tutto parte di un insieme. La mia professione parte da un’idea di curiosità e di divulgazione, informare i cittadini. Che sia sport o altri argomenti, l’idea di base è quella. Ciò che posso dire è che la scuola giornalistico-sportiva ha una verve, anche nell’approcciarsi alla notizia, che secondo me ben si adatta anche ad altri argomenti, pagine e settori, che siano cronaca, spettacolo o cultura».

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