Rassegna stampa 16/02/2019

Tacopina: “Bologna esperienza speciale, spero di affrontare presto Saputo in Serie A”

Vicepresidente della Roma dal 27 ottobre 2011 all’8 settembre 2014, presidente del Bologna dal 15 ottobre 2014 al 20 settembre 2015: quella che andrà in scena domenica sera all’Olimpico sarà soprattutto la partita di Joe Tacopina. Da poco più di un anno l’avvocato newyorkese è diventato il numero uno del Venezia, con l’obiettivo di riportare il club nel calcio che conta, ma difficilmente l’acqua della Laguna riuscirà a spazzare via dal suo cuore i ricordi e le emozioni del recente passato, specialmente quelle vissute sotto le Due Torri, dove è stato amato e osannato come una rockstar. Oggi, in attesa di questa sfida così speciale, lo abbiamo intervistato in esclusiva, ritrovando in lui il solito mix di carisma, energia, entusiasmo e impeccabile capacità comunicativa. Tutte qualità che, nonostante un addio un po’ burrascoso, gli hanno permesso di ritagliarsi una pagina importante all’interno dei libri di storia rossoblù.

Joe Tacopina, per tre volte presidente o vicepresidente di un club, in tre serie diverse e nel giro di tre anni: all’inizio della sua avventura nel calcio italiano l’avrebbe mai immaginato? «No, non avevo mai progettato ma nemmeno immaginato di ritrovarmi all’interno di tre società calcistiche di tale livello nel giro di tre anni, arrivando in alcuni casi ad esserne addirittura il presidente, e ora posso dire di aver appreso molto da ognuna di queste esperienze. Bologna resta senza dubbio quella più speciale, mi riferisco all’incredibile promozione in Serie A ma soprattutto al fantastico legame che sono riuscito ad instaurare con la città e con i tifosi rossoblù. Al di là di tutto sono contento di come sono andate le cose e del posto in cui mi trovo ora, e spero che tutto possa continuare così».

Quali sono le principali differenze tra il suo ruolo a Roma, a Bologna e a Venezia? «La differenza è data dalla situazione nel momento in cui sono entrato. Ovviamente la Roma era già un club di livello europeo, all’inizio della gestione Pallotta ho avuto un ruolo molto attivo che poi si è trasformato in quello tipico del vicepresidente, che non include mansioni operative quotidiane, ma ero comunque uno dei membri del board decisionale. A Bologna ho trovato un club con una grande storia che stava però attraversando un periodo buio, il mio lavoro è stato intenso, mi ha coinvolto a pieno e ho dovuto dedicargli tanto tempo, nei primi quattro mesi ero spesso in città o a Casteldebole dalla mattina fino a tarda notte. Poi, quando Saputo è diventato l’azionista di maggioranza, abbiamo formato un team di lavoro importante che ci ha sempre supportato, così i miei compiti da presidente si sono normalizzati. Venezia è una storia completamente diversa, perché siamo partiti proprio dalle fondamenta: a Roma avevamo un brand già in buona salute, a Bologna la storia e il blasone, a Venezia abbiamo ricominciato da zero ricreando persino il logo della società, non c’erano dipendenti e nemmeno una squadra. Ho dovuto rimettere tutto insieme con le mie mani, tutte le decisioni passavano da me, e questo è fantastico perché in tal modo puoi vedere direttamente il prodotto del tuo impegno. L’unico problema è che per diverso tempo ho lavorato quasi 24 ore al giorno ogni giorno, e non era mai abbastanza. Però questo è sicuramente il progetto più eccitante con cui abbia mai avuto a che fare, non scambierei la mia posizione attuale con nessun’altra posizione nel mondo».

Quello legato al Venezia è un progetto di quanti anni? È realistico parlare di Serie A nel giro di due stagioni? «Si tratta di un progetto a lungo termine, almeno dieci anni ma mi auguro anche di più. Per quanto riguarda il raggiungimento della Serie A, non ho fatto una tabella di marcia, perché non voglio mettere troppa pressione sull’ambiente, però sarebbe bello giocare in Serie B già dal prossimo anno, e una volta che sei in B poi ti manca solo l’ultimo gradino. Quello che mi interessa, comunque, è arrivare in A per restarci, non voglio fare la fine di club come ad esempio il Carpi o il Frosinone, che sono salite per poi retrocedere subito. Vogliamo impattare bene sul massimo campionato italiano, quindi sarà meglio arrivarci quando saremo veramente pronti. Serviranno altri due anni? Ok. Ne serviranno tre? Nessun problema. Ma una cosa è certa: ce la faremo».

Sta ancora lavorando per realizzare un nuovo stadio? «Certo, anche se ci vorranno almeno altri due anni e mezzo, ma stiamo rispettando alla perfezione la tabella di marcia. È qualcosa su cui lavoro ogni giorno insieme ad architetti, ingegneri, progettisti, manager, imprese edili e ovviamente all’amministrazione comunale: sarà fantastico, e attorno ad esso sorgeranno diversi hotel e una zona commerciale».

Come si trova con Inzaghi? Che tipo di allenatore è Pippo? «Ho un rapporto molto stretto con Inzaghi, basato su stima e rispetto reciproco. Ci confrontiamo quasi tutti i giorni, ovviamente anche con il nostro d.s. Giorgio Perinetti, ma io più che altro lo ascolto, perché voglio che svolga il suo lavoro in completa serenità e senza alcuna pressione da parte mia. Ho grande fiducia in Inzaghi e nello stesso Perinetti, loro sono i primi responsabili dell’area tecnica, Pippo è uno degli allenatori più scrupolosi e preparati che abbia mai incontrato, ogni giorno si impegna duramente e non lascia mai nulla al caso per far sì che la squadra possa esprimersi al meglio. La sua cultura del lavoro, la sua mentalità vincente, il suo amore per il calcio e la sua voglia di divertirsi sono il miglior esempio possibile per i nostri giocatori».

Cosa la rende maggiormente orgoglioso della sua esperienza a Bologna? «La risposta più ovvia sarebbe: aver salvato il club dal fallimento e aver centrato la promozione in Serie A al primo tentativo. Ovviamente ne vado orgoglioso, ma la risposta che meglio descrive ciò di cui vado realmente fiero, come dicevo pocanzi, è il rapporto che avevo e che tutt’ora ho con la piazza di Bologna. I tifosi mi hanno abbracciato come una famiglia, non potrò mai dimenticarlo: li amerò per sempre, amerò per sempre quella città, mi sentirò sempre parte di quella città, la considero una casa».

So che ha un accordo con Joey Saputo e non può parlare del passato. Guardando allora al presente, come giudica la squadra e il progetto della società? «Mi informo sempre sui risultati del Bologna ma riesco a seguire le partite solo di rado, perché sono totalmente assorbito dal Venezia e da tutto ciò che gli ruota attorno. Sono molto orgoglioso che ora il club si sia assestato in Serie A con pieno merito, il progetto è solido e ambizioso sotto tutti i punti di vista, dentro e fuori dal campo. La squadra mi piace perché non molla mai, è capace di mettere in difficoltà anche le avversarie sulla carta più forti, la rosa attuale è di buon livello e Donadoni sta facendo un ottimo lavoro. Credo che i tempi in cui si lottava semplicemente per mantenere la categoria siano definitivamente andati».

Crede che in futuro ci saranno sempre più proprietari stranieri nella nostra Serie A? «Quello che mi sento di dire è che nei prossimi anni ci saranno altri importanti imprenditori nordamericani che investiranno nel calcio italiano, spesso parlo con loro o con i gruppi d’investimento che li rappresentano e so che esiste un interesse concreto per alcuni club. Il campionato italiano sta diventando più attraente e questo mi rende felice, perché la solidità della Lega dipende principalmente dalla solidità dei club che la compongono. La gente sta iniziando a capire che qui ci sono possibilità importanti e affascinanti, e sono sicuro che molto presto la Serie A tornerà ad essere uno dei tornei più importanti del mondo, com’era fino a un po’ di tempo fa».

Quando con il Venezia giocherà in Serie A contro il Bologna, cosa dirà a Saputo? «Gli dirò semplicemente: “In bocca al lupo”. Gli occhi, come tutti, li ho sul viso, non sulla nuca, quindi preferisco guardare avanti e non alle mie spalle. Quel che è passato è passato, meglio concentrarsi sul futuro e farlo con sentimenti positivi. Sono contento di come siano andate le cose per entrambi, Bologna è molto fortunata ad avere Saputo e spero che un giorno i tifosi del Venezia potranno dire lo stesso di me, quando li porterò in Serie A».

Per concludere, torniamo al punto di partenza: dopo tre anni nel mondo del calcio si considera già un top manager? «In questi anni ho semplicemente abbassato la testa ogni singolo giorno della mia vita, cercando di lavorare al meglio delle mie possibilità per realizzare tutti i progetti e far felici i tifosi del club che rappresentavo, in questo caso il Venezia. Per cui no, non penso assolutamente di essere un top manager, non so quale sia la definizione giusta per me (ride, ndr) ma sicuramente non questa».

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