Tacopina: “Venezia in A tra due anni. Orgoglioso di aver fatto rinascere il Bologna”

Il 15 ottobre del 2014 diventa ufficialmente il trentesimo presidente nella storia del Bologna, il 20 settembre 2015 si dimette per trasferirsi a Venezia, dove riparte con un nuovo ambizioso progetto e con il solito travolgente entusiasmo. Joe Tacopina, un trascorso anche nella Roma, ha accolto Zerocinquantuno nella sede dei lagunari per un’intervista congiunta insieme a Radio Bologna Uno. Tanti i temi toccati, in un susseguirsi di emozioni tra passato, presente e futuro.

Joe, due promozioni da presidente in undici mesi: qual è il tuo segreto? «Il segreto di questo successo sono la passione, il duro lavoro, gli sforzi per mantenere le promesse, e anche un pizzico di fortuna, come a Bologna con le traverse (ride, ndr). Sono molto orgoglioso del record ottenuto in questa stagione ma ci sono ancora molti obiettivi da raggiungere qui a Venezia, si tratta solo del primo passo di un lungo percorso. In genere mi concedo solo un giorno per essere felice, poi devo subito rimettermi al lavoro».

Così come a Bologna, anche qui ti sei circondato di figure dirigenziali molto importanti, su tutte quella di Giorgio Perinetti. «Perinetti è la prima decisione che ho preso e anche la migliore. Si tratta di un dirigente di alto livello che ha lavorato tra le altre nella Roma, nel Napoli, nel Palermo e nella Juventus, questo progetto a lungo termine gli è piaciuto e ha subito accettato di farne parte: la piazza merita di tornare in Serie A e con lui l’obiettivo può essere raggiunto, averlo qui è un onore. Giorgio è il primo a credere nel progetto e penso davvero che con lui tutto sia possibile, ci aspettano altri traguardi da raggiungere insieme. Nel frattempo il progetto legato allo stadio procede velocemente, ci sono tutte le condizioni per fare bene, Venezia è una delle città più belle del mondo e ospita trenta milioni di turisti all’anno, quindi le potenzialità sono molto elevate».

Come hanno reagito i collaboratori storici del club dinnanzi ad un cambiamento al vertice così importante? «I dirigenti qui hanno lavorato per tanti anni con poco supporto e poca programmazione, ora invece sentono che qualcosa sta cambiando. Neanche a Bologna e a Roma ho trovato collaboratori così validi, come ad esempio il direttore generale Dante Scibilia, il responsabile del settore giovanile Mattia Collauto, il segretario generale Davide Brendolin e la responsabile della comunicazione Veronica Bon. Insieme stiamo svolgendo un lavoro incredibile, stiamo portando il progetto del club tra la gente, nelle scuole, nel tessuto economico e sociale della città. Perché in fondo il Venezia è dei veneziani, noi siamo solo dei traghettatori».

Il Bologna lo segui ancora? «Ho visto ogni partita, a Bologna ho ancora tanti amici e mi sento spesso con alcuni calciatori, in un anno e mezzo ho instaurato un legame intenso con la città che il mio cuore e la mia anima non possono cancellare, mi sento ancora parte di quella comunità. Per ora, visto che siamo in Lega Pro, sono il tifoso numero uno dei rossoblù, ma tra due anni quando arriveremo anche noi in Serie A dovrò sostenere il Venezia (ride, ndr)».

Che idea ti sei fatto della società e della squadra? «Ora il club ha finalmente una situazione stabile, molto diversa rispetto a quella di due anni fa, e un futuro roseo davanti a sé. Donadoni è un grande allenatore, Corvino ha svolto un ottimo lavoro allestendo una rosa all’altezza della situazione, e alcune vittorie come quella ottenuta all’andata contro il Napoli sono state fantastiche. Il Bologna è tornato, e io sono davvero molto contento».

Tornando per un attimo con la mente ai playoff dello scorso anno, puoi raccontarci le emozioni vissute in quei giorni? «Ho perso dieci anni di vita durante quegli spareggi (ride, ndr). Qualche volta rivedo le immagini di me in tribuna e sembra che mi possa venire un attacco di cuore da un momento all’altro, quando la palla sta per entrare nella nostra porta e invece riusciamo quasi per miracolo a salvarci. Pazzesco, meglio non ripensarci troppo».

Perché, dopo Roma, hai scelto proprio Bologna? «Sono stato attratto da Bologna perché si tratta di una città bellissima, di grande cultura, con una notevole tradizione culinaria e una tifoseria tra le migliori al mondo. E poi il club è il quinto più titolato in Italia e gioca in uno stadio romantico, la decisione è stata facile. La piazza meritava di tornare in Serie A e di avere una proprietà stabile e forte come quella attuale, che contribuirà a mantenere per anni i rossoblù ad alti livelli».

Devi dire grazie a qualcuno in particolare all’interno del Bologna? «Non si tratta di una persona sola ma di un gruppo di persone, i tifosi. Mi hanno toccato nel profondo, e anche adesso quando ripenso a loro mi sale un’emozione incredibile, per me sono come una famiglia. Sono arrivato da fuori, da lontano, e loro mi hanno subito abbracciato, dandomi la forza di volontà e l’energia per trasformare nuovamente il Bologna in un grande club: voglio fargli sapere che mi hanno fatto sentire amato e che tengo tantissimo a loro. Ho speso tanti giorni nei negozi, nelle scuole, negli ospedali, per le vie del centro, e l’ho fatto con enorme gioia e piacere, perché volevo che i bolognesi sapessero che mi sentivo realmente uno di loro. Quello vissuto sotto le Due Torri è stato senza dubbio uno degli anni più belli della mia vita, nel mio cuore conservo dei ricordi stupendi. All’interno della società non posso dimenticare Gloria Gardini, dell’area comunicazione, Max Merighi, il responsabile della sicurezza, e Alessandro Gabrieli, del settore finanza e controllo. In generale, il Bologna è in buone mani».

Quali aspetti della tua esperienza bolognese hai portato qui a Venezia? «Tutte le esperienze ti insegnano qualcosa, e quelle vissute a Roma e a Bologna ho cercato di conservarle per la mia avventura a Venezia. Qui ci sono opportunità incredibili, questa è una città con una storia molto importante che però a livello calcistico è stata maltrattata per oltre quindici anni, al pari dei tifosi. Quello che stiamo provando a fare è ricostruire una speranza, ripartendo da zero con l’aiuto di tutti, come sottolineato dal nostro slogan: “Uniti ripartiamo”. Questa sensazione di rinascita la avverto ogni volta che passeggio per il centro, dove la gente con addosso il merchandising della squadra mi ferma per foto e autografi. Lo stesso era accaduto a Bologna, dove il club era quasi morto, le bandiere erano state ammainate e la città non era più colorata di rossoblù, poi però la gente ha capito di avere a che fare con un progetto serio e ambizioso ed ecco che l’entusiasmo si è ricreato. Essere stato in grado di realizzare cose di questo tipo mi rende incredibilmente felice e orgoglioso».

Uno dei tuoi più grandi meriti è quello di aver lasciato la società nella solide mani di Joey Saputo: è stato difficile coinvolgere un imprenditore del suo calibro? «Io e Saputo abbiamo un accordo legale che prevede di non parlare di queste cose, mi dispiace. Posso solo dire che il Bologna, sul piano finanziario, è in ottime mani».

I rumors giornalistici ora ti danno vicino al Palermo, spiegaci un po’… «Il mio ultimo club sarà il Venezia, qui c’è un progetto che richiede anni per essere sviluppato, c’è uno stadio da costruire e ci sono tanti obiettivi da raggiungere, in primis la Serie A ma non solo. Ho incontrato il presidente Zamparini, questo è vero, mi ha chiesto di trovare investitori statunitensi interessanti al Palermo e diciamo che ora sto facendo da ponte tra il mercato italiano e gli investitori del mio Paese. Per me è un piacere fare questo, perché per far sì che il calcio italiano torni ad essere grande è fondamentale che i club abbiano una certa stabilità finanziaria, io però rimango solo un intermediario».

Il calcio italiano sta lanciando grossi segnali di cambiamento, con il Crotone promosso in A e il Sassuolo nei piani alti della classifica: cosa ne pensi? «È palese che il calcio italiano stia cambiando, ora riescono ad arrivare in Serie A anche piccole squadre come il Carpi e il Crotone, ma questo non è affatto un male, anzi. Guardiamo ad esempio il cammino del Leicester in Inghilterra, fino a qualche anno fa erano in terza divisione e ora sono i campioni della Premier League. Tutto ciò è molto affascinante e dimostra che nel calcio, a volte, la competenza e la passione possono rivelarsi più importanti dei soldi».

Sei più tornato a Bologna? «Il tempo libero a mia disposizione è molto poco, quindi non sono ancora riuscito a fare un salto. In città, come detto, ho ancora molti amici, e mi mancano tantissimo i ristoranti, se inizio a pensare a tutte le cose buone che ho mangiato a Bologna mi viene subito fame (ride, ndr). Spero di tornare presto per seguire una partita dei rossoblù al Dall’Ara, rigorosamente in Curva Andrea Costa».

© Riproduzione Riservata – Trascrizione a cura di Simone Minghinelli

0 Response

  1. mog46

    mi piacerebbe sapere se sei stato morso dalla tarantola.hai dei commenti molto e solo acidi

    1. m4rgherit0ni

      Nessuna tarantola, è semplicemente la verità. Guadagnare è lecito, speculare millantando è becero.

  2. Tum

    Coi 3 milioni di euro incassati, direi che la fortuna non ci sia bisogno di augurargliela.