Sempre e Comunque
shopping-bag 0
Items : 0
Subtotal : 0,00
View Cart Check Out

Un pomeriggio al Bologna Football Club Museum, un viaggio lungo 109 anni tra trofei, cimeli e aneddoti

Un pomeriggio al Bologna Football Club Museum, un viaggio lungo 109 anni tra trofei, cimeli e aneddoti

Vivo in una zona di Casalecchio di Reno nella quale non si fa nemmeno in tempo ad accorgersi che sta aprendo un nuovo negozio, che nel giro di qualche mese questo chiude e il locale rimane sfitto, fino a quando non arriva un altro negoziante che cerca di far decollare la sua attività. Alcune vetrine non fai nemmeno lo sforzo di ricordartele, perché sai che potresti ripassarci davanti l’indomani e non trovarle più. Qualcosa cambia quando da un giorno all’altro passi davanti ad una su cui si stagliano lo stemma del Bologna e la scritta ‘Bologna Football Club Museum – Custodire per conoscere, conservare per ricordare. Di padre in figlio’.
Quella vetrina, proprio, non può lasciarti indifferente. Così ti informi, e scopri che quel museo non è altro che una mostra allestita da un privato, tifosissimo del Bologna e «collezionista seriale», che ha deciso di creare quello che lui definisce «un percorso per creare interesse attorno alla squadra di calcio, e che racconti la storia del Bologna e della città». Quest’uomo si chiama Valerio Romagnoli, ha 62 anni e mi dice che in Curva Andrea Costa lo conoscono tutti. Lo incontro nel suo negozio di autoricambi, gli spiego che mi farebbe piacere fare due chiacchiere con lui e visitare il suo museo. Gentilissimo, non esita un secondo: mi carica subito sul suo furgoncino, mette in moto e mentre guida inizia a raccontare.

Valerio, quando e come nasce la tua passione per il Bologna? «Sicuramente la fede me l’ha trasmessa mio padre, ma in generale nella mia famiglia non c’era una sola persona che non tifasse per i rossoblù. Io sono abbonato in curva da quando sono riuscito a permettermelo, avevo circa 17 anni. Ho frequentato un po’ tutte le realtà della tifoseria organizzata del Bologna, e nella mia vita ho fatto quasi settecento trasferte».

Quindi hai vissuto la curva nei suoi periodi più caldi… «Sì, ma sono sempre stato molto morigerato e bada, non per codardia, ma per senso di responsabilità. Sono diventato papà a soli 20 anni, è un qualcosa che negli anni a venire ti fa sempre pensare che le persone che ti trovi davanti potrebbero essere i tuoi figli. Certo, ci sono degli scontri che non ho potuto evitare neanche io, ma era semplicemente autodifesa. Il punto è che se i tifosi avversari vogliono ‘trovare da dire’ il modo lo trovano, e delle volte mi sono arrivati letteralmente addosso. Chi non ha fatto parte di questo mondo non capisce, ti senti dire: “Se tu non li provochi, è impossibile che gli altri si scaglino contro di te”, ma purtroppo non è vero».

E della realtà ultras odierna, cosa pensi? «Penso che negli anni l’ambiente si sia un po’ esacerbato, ed è un peccato. Nel mio immaginario l’ultras deve difendere il campanile, l’ambiente dovrebbe essere unito, dovrebbe essere ‘noi contro tutti gli altri’. Oggi in curva vado in Vecchia Guardia, sto con i ragazzi, ma non partecipo al gruppo in modo attivo».

Intanto, arriviamo davanti al museo. Gli chiedo se posso fare una foto alla vetrina e lui accetta di buon grado, ma preferisce che io non scriva l’indirizzo esatto dove ci troviamo.

E se qualcuno vuole venire a visitare il tuo museo? Come fa? «Guarda, è meglio che mi chiami al cellulare, ci mettiamo d’accordo per telefono. Premetto che le visite preferisco organizzarle nel weekend, perché durante la settimana lavoro. Ti lascio il numero, anzi, ti dico solo che il prefisso è 389, il resto è composto da giorno, mese e anno della fondazione del Bologna. Se non sai quand’è stata, mi spiace ma non posso proprio dirtelo».

È incredibile che tu abbia proprio questo numero… «Non è un caso, sai? Il merito è di un mio amico, che lavora al consolato argentino. Gli ho chiesto un bel numero di telefono, e lui mi ha fatto avere questo».

Per chi non sapesse quando è stato fondato il Bologna ma volesse visitare il museo, a scanso di equivoci il numero di telefono di Valerio è 389.3.10.1909. Ma continuiamo la nostra visita. La serranda si alza e…

Già questa prima sala è bellissima. «Ti piace? In alcune teche non ci sono solo ed esclusivamente oggetti riguardanti il Bologna ma cose che raccontano una storia, un’evoluzione, e mi piaceva averli qua. Come puoi vedere ho una collezione di scarpe da calcio e di palloni che va dal 1920 fino agli anni ’70. Ho perfino un paio di scarpe che sono state indossate da Marino Perani. Quest’altra teca invece è dedicata interamente ad un grande giocatore del Bologna del passato, che non viene quasi mai ricordato…».

Chi è? «Si chiamava Felice Gasperi. Ha giocato sempre nel Bologna, era anche nel giro della Nazionale negli anni dei due Mondiali consecutivi vinti dall’Italia. Ha vinto una medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 e una medaglia d’argento nella Coppa Internazionale del 1932. Ti racconto un aneddoto su di lui: in molte foto ha una fascia in testa, come del resto ce l’ha Schiavio, e in tanti credono che le portassero perché il sudore non andasse loro negli occhi o addirittura per non spettinarsi. Assolutamente no: le portavano perché, colpendo di testa le cuciture dei palloni di allora, rischiavi di tagliarti».

Come fai a sapere tutte queste cose? Le hai lette, le hai studiate? «Intanto tieni conto che ho 62 anni, molte cose le so perché le h vissute, perché a quel tempo c’ero. Per il resto, a fare la differenza è la curiosità, la voglia di saperne di più. Magari un giorno ti attacchi al computer, scopri che tifosi di altre squadre hanno cimeli simili ai tuoi ma con altri colori sociali, allora inizi a chiacchierarci, ascolti i loro aneddoti e impari».

Cos’altro mi puoi dire di queste sale? «Ho dei gagliardetti originali, sia del Bologna che di squadre avversarie. Ho una grande quantità di soprammobili, oggettistica di vario tipo, curiosità. Ho alcuni esemplari dei primi abbonamenti che sono stati stampati, delle foto rarissime: alcune ad esempio immortalano il Bologna dell’ultimo scudetto pochi giorni prima della partita, sono state scattate nel ritiro di Fregene. Ho la locandina originale del film ‘Comizi d’amore’, quello in cui Pasolini intervista i giocatori. Ho una collezione di portachiavi, di pupazzetti da mettere in auto, di adesivi, di tappi di bottiglia su cui sono disegnate le maglie del Bologna. Ho i primi esemplari del Subbuteo e alcuni biliardini, compreso un modello fatto appositamente in occasione dello spareggio contro l’Inter del 1964: come puoi vedere, le squadre sono una rossoblù e una nerazzurra. Ho dei vecchi numeri di ‘Forza Bologna’, conservo delle caricature di giocatori che non sono mai nemmeno state pubblicate. Ho tutti i libri sul Bologna che siano mai stati scritti, i dischi a tema che sono stati incisi, ho vecchie stampe, articoli di giornale. Hai presente il gonfalone del Bologna che viene esposto durante delle manifestazioni ufficiali o non so, durante i funerali? Quello che ha la società è una copia, l’originale ce l’ho io».

Come può essere? «L’ho vinto ad un’asta, tanto tempo fa. Non è l’unico cimelio originale che possiedo, ho diverse medaglie e addirittura la Mitropa Cup del 1932. Purtroppo per tanti anni il Bologna non hai mai avuto interesse nel preservare la sua storia. Ti racconto un episodio emblematico: quando ci sono stati i mondiali del 1990, il Dall’Ara è stato ristrutturato. In quel periodo, molti trofei che il Bologna aveva raccolto nella sua storia sono stati lasciati all’argenteria Veronesi, perché li sistemasse e li conservasse. Quando Veronesi ha presentato il conto del lavoro svolto alla società, si è sentito rispondere che quelle coppe poteva pure tenersele. Come ti dicevo, per molti anni non c’è stato rispetto della storia. Per fortuna con questa nuova società le cose sembra stiano cambiando».

Ti piace questa proprietà? «Quando sento attaccare Saputo mi scappa da ridere, non posso credere alle mie orecchie quando sento certe persone criticarlo perché a detta loro dovrebbe investire di più sulla squadra. Saputo sta facendo molto di più, ha un piano pluriennale come deve essere per una società seria, e sta investendo sulle infrastrutture. Per dirne una, ha acquistato Casteldebole, ora quel centro tecnico è di proprietà del Bologna e nessuno glielo può togliere. Cosa avrebbe preferito la gente, che investisse quei milioni su un giocatore che magari fra un paio d’anni chiederà di essere ceduto? Queste persone meritano Fabbretti come presidente, o per citarne due che hai potuto vedere anche tu, Porcedda e Guaraldi».

Di Donadoni, invece, cosa ne pensi? «Non posso dire proprio che mi piaccia, ma ti assicura una certa solidità, con lui non rischi mai di retrocedere ed evidentemente è questo che la società cerca, al momento. Poi è vero che il gioco del Bologna è brutto e non è divertente, ma io a volte mi chiedo se non sia meglio così: il divertimento può portare anche a correre dei rischi. Mi sento anche di dire che non credo che con questo pacchetto di giocatori un altro allenatore potrebbe fare molto meglio, e che comunque preferisco la tranquillità che ti può offrire Donadoni ai picchi positivi e negativi che potrebbe darti un’altra guida».

E dei calciatori che mi dici? Ne hai visti tanti, qual è stato il tuo preferito? «Guarda, io sostengo prima di tutto la maglia. C’è stato solo un calciatore a cui mi ero affezionato davvero tanto, Giuseppe Savoldi. Un amico scultore, conoscendo il mio amore per lui, mi ha regalato una piccola opera di cartapesta: ci siamo io e Savoldi abbracciati, la conservo in una di queste teche. Purtroppo però ha finito per deludermi moltissimo, con quella storia del Totonero e la squalifica. Da allora, non mi sono più affezionato a nessuno».

Il giro è quasi terminato, ho solo un altro paio di domande. Chi ti piacerebbe che venisse a visitare questo tuo museo? «Innanzitutto fammi dire che io non lo considero un museo, ma una sorta di mostra, un percorso per chiunque avesse voglia di conoscere la città e la squadra. Ho aperto da poco e ad oggi saranno venute a trovarmi sì e no dieci persone, ma ti posso dire che un paio di signori anziani si sono commossi, gli veniva da piangere. Tu sei giovane e al massimo quello che vedi ti può piacere, alla gente della mia età questi oggetti fanno tornare alla mente tanti ricordi. Io ho invitato qui anche dei giornalisti: più di tutti, sempre per una questione anagrafica, mi piacerebbe che mi passasse a trovare Civolani».

Come promesso, l’ultima domanda: questa tua mostra nasconde una nostalgia di fondo? «Assolutamente sì, qualsiasi collezionista si porta dietro una dose di nostalgia, ma ti dirò, la mia non riguarda neanche tanto la squadra. Io sono più nostalgico della città di Bologna che ho conosciuto, di come era, di quando ci sembrava straniero uno che arrivava da Budrio».

La visita al museo – pardon, alla mostra – di Valerio finisce qui. Consiglio a chiunque, adulti e ragazzi, di andare a visitarla, è un’occasione straordinaria per imparare qualcosa sulla storia di Bologna e del Bologna, e per riavvicinare la città ad una squadra con una storia che merita di non essere dimenticata.

© Riproduzione Riservata