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Valeria Favorito:

Valeria Favorito: “Fabrizio Frizzi mi ha ridato la vita e ora lo porto con me, era un uomo speciale”

Lo scorso 26 marzo milioni di italiani hanno perso un amico, la Rai uno straordinario professionista, una splendida famiglia il suo punto di riferimento. Fabrizio Frizzi, uno degli ultimi signori della nostra televisione, se n’è andato a soli 60 anni, lasciando un enorme vuoto nella vita di tante persone. Tra queste Valeria Favorito, che nel 2000 riuscì a vincere una tremenda battaglia contro la leucemia grazie ad un nuovo midollo osseo, quello di Fabrizio. Oggi, a poco più di un mese dalla sua scomparsa, è proprio attraverso le parole di Valeria che noi di Zerocinquantuno vogliamo ricordare e omaggiare quest’uomo dal cuore grande e dal sorriso contagioso, onorati di aver condiviso con lui tanti momenti spensierati e la passione per i colori rossoblù.

Valeria, non è certo retorica, 36 giorni fa tu hai perso un fratello… «È una ferita che non penso si chiuderà mai, chiaramente tutto va avanti ma resta un dolore fortissimo, ogni volta che guardo le foto di Fabrizio mi viene da piangere. Per me era molto più di un familiare, era la persona che mi ha ridato la vita, l’opportunità di continuare il mio percorso su questa terra, non esistono parole per descrivere la sua mancanza».

Nel 2013 hai pubblicato un bellissimo libro, ‘Ad un passo dal cielo’, in cui racconti la tua storia: per chi ancora non la conoscesse, ti va di condividerla con noi? «Certamente. Nel 2000, all’età di 11 anni, mi sono sottoposta ad un trapianto di midollo osseo per provare a sconfiggere una grave forma di leucemia, e il mio donatore era l’unico compatibile in tutto il mondo. Fu una sorta di miracolo, considerando in particolare che allora gli iscritti al registro erano molti meno rispetto ad oggi. La legge prevedeva la possibilità di conoscerlo solo dopo tre anni dal trapianto, per questioni di privacy sapevo solo che era maschio, di Roma e aveva 41 anni. Una sera, durante il periodo di convalescenza, che per ogni ricevente è sempre molto lungo e complicato, stavamo guardando il programma ‘Per tutta la vita’, condotto proprio da Fabrizio e Romina Power, che si rivolse a lui e disse: “Quest’uomo ha donato il suo midollo, e potete farlo anche tutti voi”. Mio padre capì subito che era stato Frizzi a salvarmi la vita».

A quel punto cosa accadde? «Desideravo tanto ringraziare di persona il mio donatore, ma nel 2003 uscì un’altra legge a stabilire che, qualora non fosse stato messo per iscritto da entrambe le parti prima dell’intervento, non sarebbe stato possibile alcun incontro. Il mio ematologo mi consigliò quindi di inviare una lettera anonima al Centro Trapianti di Genova per spiegare la situazione, e che ci avrebbero poi pensato loro a farla avere al diretto interessato. Seguii le sue direttive, e dopo qualche mese ne ricevetti un’altra, scritta al computer e con la firma del mittente cancellata. La mia convinzione che fosse davvero Frizzi si rafforzò ulteriormente, e quando nel 2006 la ‘Partita del Cuore’ venne organizzata nella mia Verona provai a fare un altro tentativo. Scrissi un’altra lettera, stavolta con nome, cognome, numero di telefono e indirizzo email, e girai per tutti gli hotel della città in cerca di Fabrizio, purtroppo invano, quindi mi presentai allo stadio Bentegodi con mio padre e mio fratello. Dopo una serie di risposte negative ai vari ingressi, finalmente in zona Curva Sud un membro dello staff decise di aiutarmi, fornendomi una pettorina da fotografo per poter entrare in campo. Fabrizio però era in ritardo, quindi lasciai la lettera ad uno degli organizzatori e lui mi assicurò che gliel’avrebbe consegnata».

Ma tu, come ampiamente dimostrato, non sei una che si arrende facilmente… «Mio padre era già tornato a casa, e al termine della partita io e mio fratello stavamo per raggiungerlo, poi però mi sono detta: “Valeria, un’occasione del genere non ti ricapiterà mai più”. Allora sono tornata vicino alle cancellate e dopo un quarto d’ora di suppliche ho ricevuto l’ok per entrare sul terreno di gioco. Fabrizio stava salutando alcuni ragazzi disabili, io mi sono fatta forza e mi sono presentata, raccontandogli tutto. Avevo 17 anni e quello è stato il momento più bello della mia vita, l’emozione più forte mai provata. Da quel momento ci siamo sempre tenuti in contatto, lui è anche venuto a diversi miei compleanni».

A settembre Fabrizio avrebbe anche dovuto essere il tuo testimone di nozze, giusto? «Proprio così. Ogni volta che scendevo a Roma lo facevo per lui, era come andare a trovare un parente, un fratello. Nei primi giorni di marzo gli ho consegnato l’invito al mio matrimonio e gli ho fatto questa proposta, lui mi ha sorriso e mi ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile per esserci, compatibilmente con le sue condizioni di salute. L’ho visto un po’ sofferente, sapevo che non stava bene ma non immaginavo fino a quel punto».

Hai citato il suo sorriso, sincero e contagioso, un tratto distintivo sia in TV che nella vita privata. «Esattamente, Fabrizio era la persona più buona e vera che potesse esistere, sempre gentile e disponibile, la parola ‘no’ nel suo vocabolario non esisteva. Quando ci si ritrovava in compagnia era il primo a salutare tutti, e sul lavoro l’ultimo ad uscire dallo studio, un uomo e un professionista esemplare. Prima di lui avevo perso un’altra persona speciale, mia nonna, e adesso sento nel profondo che queste due figure mi accompagneranno per tutta la vita, la loro immagine e i loro insegnamenti saranno sempre con me».

ADMO e AVIS, ovviamente, ma anche Telethon, AIL, UILDM, UNITALSI e Save the Children: Fabrizio era molto impegnato nel sociale, e tu non sei da meno… «Per me tutti i donatori di sangue e di midollo osseo sono persone speciali, io mi impegno ad andare nelle scuole per sensibilizzare i giovani su queste tematiche, e ai ragazzi ripeto spesso di non bruciarsi la vita. Non voglio dire che ci sia un modo giusto o sbagliato di viverla, ma ognuno ce l’ha nelle proprie mani e deve prendere coscienza di quanto sia importante: buttarla via è irrispettoso verso chi magari l’ha persa per una malattia o per un incidente, senza avere scelta. Penso inoltre che sia fondamentale riscoprire l’altruismo, anche un gesto all’apparenza piccolo può rivelarsi fondamentale, un ‘buongiorno’ può cambiarti la giornata e una visita in ospedale può dare forza ad una persona che sta soffrendo e magari, proprio per colpa della solitudine, si sta lasciando andare».

La domanda più difficile che mi sia mai capitato di fare, perdonami: cosa si prova a sapere che, in un certo senso, una persona sta continuando a vivere attraverso di te? «È difficilissimo spiegarlo a parole. Fabrizio diceva sempre sì a tutti, io a volte vorrei dire no ma poi dico sì anche per rispetto verso di lui. A volte pensiamo di non avere tempo per fare determinate cose, invece qualche minuto lo si può sempre trovare, per se stessi e per gli altri. Nel 2013 la malattia è ricomparsa e mi sono dovuta sottoporre ad un secondo trapianto, ora sto meglio ma chiaramente le mie energie sono limitate, eppure se prima davo 50 adesso provo a dare 100: Fabrizio merita tutto il possibile e anche l’impossibile, perché lui ha sempre donato tutto se stesso».

Una curiosità, Fabrizio ti ha mai parlato di Bologna e della sua passione per la squadra rossoblù? «Della città sì, varie volte e sempre in termini molto positivi, mentre l’argomento calcio non l’abbiamo mai nemmeno sfiorato perché io non me ne intendo proprio (ride, ndr). Anche questo è significativo riguardo alla sensibilità di Fabrizio, cercava in ogni occasione di metterti a tuo agio e assecondare le tue preferenze. E poi era davvero colto e intelligente, con una vastissima conoscenza in vari ambiti, parlare con lui era sempre piacevole e finiva con l’arricchirti».

Se potessi parlare ancora una volta con lui, cosa gli diresti? «Ti voglio bene, fratellone. E lo abbraccerei fortissimo».

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