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Zara: “Restano Donadoni e Bigon, partono Verdi e Destro. Su Saputo troppe illusioni, il suo programma è sempre stato chiaro”

Il presente, con la sfida casalinga contro la Roma ormai alle porte e una salvezza su cui porre il sigillo dell’aritmetica. E poi il futuro, con una nuova stagione da iniziare a programmare, dentro e fuori dal campo. Per fare il punto della situazione in casa Bologna, ma non solo, abbiamo contattato il giornalista del Corriere dello Sport Furio Zara.

Furio, che Bologna vedremo in campo sabato contro la Roma? «A livello di formazione gli elementi più significativi saranno due, il ritorno di Poli e l’esordio di Santurro. Poli è una presenza fondamentale, il braccio armato di Donadoni, un giocatore di esperienza, carisma e personalità. Tra i pali ci sarà poi Santurro, che non ha mai giocato nemmeno in Serie B, ma ogni tanto è bello credere alle favole e quindi speriamo che questo ragazzo stupisca tutti e faccia bene: magari scopriamo di avere in casa un grande portiere».

E a livello di modulo prevedi un ritorno al 4-3-3 o la conferma del 3-5-1-1? «Io sono convinto che alla fine si andrà avanti nel solco del 3-5-1-1, con Verdi e Palacio in attacco, ma più di tutto conterà l’atteggiamento, quello che ha permesso al Bologna di conquistare un punto importante in casa della Lazio. La squadra arriva alla sfida di sabato con un po’ più di fiducia e autostima, e mi auguro che riesca a fornire una prestazione sulla scia di quella dell’Olimpico, che nel complesso è stata positiva. È vero che Donadoni ha uno score negativo contro la Roma, su diciassette match ne ha vinto solo uno ai tempi di Parma, ma le partite vanno giocate e nel calcio mai dire mai».

Ti aspetti una Roma distratta o rivoluzionata in vista del Barcellona? «No, e ti spiego il perché. Quella col Barcellona non è una normale gara di Champions, è la sfida alla squadra più forte del pianeta insieme al Manchester City, quindi Di Francesco e la Roma sanno benissimo di partire clamorosamente svantaggiati e che servirà la partita della vita. Quello col Bologna, al contrario, è un appuntamento da non fallire in chiave terzo-quarto posto. In sintesi: il Barcellona è una sorta di jolly, e loro proveranno a giocarselo, il Bologna va invece battuto senza se e senza ma. Per questo non credo che la Roma avrà distrazioni a livello mentale o che Di Francesco farà del turnover forzato, qualcosa cambierà ma non moltissimo».

Guardando oltre la stretta attualità, Donadoni sarà l’allenatore del Bologna anche nella prossima stagione? «Sì, a mio avviso Donadoni resterà certamente sulla panchina del Bologna, e i motivi sono abbastanza semplici. Il primo: è funzionale all’idea di crescita graduale che Saputo ha riguardo a questa squadra, è l’uomo giusto al posto giusto. La società sa benissimo che la forbice che attualmente separa i club di fascia media dai primi sei o sette, quelli in lizza per l’Europa, è ancora ampia, e non si colma in un solo anno. Secondo: c’è un contratto fino al 2019 e un costo complessivo, tra allenatore e staff, di oltre 4 milioni, sono cifre da tenere in considerazione. Il patron stima molto Donadoni e quindi, a meno di un clamoroso tracollo nelle ultime nove giornate, si ripartirà con lui. E con Bigon, il cui rinnovo biennale è già cosa fatta».

È possibile che per questo motivo diversi giocatori chiedano la cessione o comunque scelgano di non prolungare il proprio contratto? «Direi di no, ma ci saranno un paio di cessioni eccellenti, come ha lasciato spesso intendere Fenucci parlando di plusvalenze per dare respiro al mercato. I nomi sono due: Verdi e Destro. Verdi, a mio modo di vedere, ha fatto bene a restare ancora a Bologna, dietro al suo rifiuto al Napoli non c’erano altre squadre ma solo la voglia di concludere un determinato percorso. Adesso però è fisiologico e comprensibile che un giocatore della sue levatura voglia migliorarsi e quindi tentare il salto in un club di vertice. Con la cifra ricavata dalla sua cessione, la dirigenza potrà impostare un mercato interessante».

E poi c’è appunto Destro, che ormai è un caso. «Nonostante un contratto importante, dopo tre anni non ha mai dimostrato di essere un elemento imprescindibile, anzi, non ha mai fatto qualcosa in più del dovuto o aggiunto valore al Bologna. Doveva essere una soluzione, è diventato quasi un problema, o quantomeno la squadra può fare a meno di lui senza che ciò vada a intaccarne l’equilibrio generale. E poi il rapporto con Donadoni, al di là di quello che dicono i diretti interessati, è ormai di pura e semplice convivenza, perché entrambe sono persone perbene che preferiscono non arrivare allo scontro. Però Destro non è contento del trattamento ricevuto da Donadoni, e Donadoni non è soddisfatto del rendimento di Destro. Quindi, se resta l’allenatore, parte il centravanti».

Sempre a proposito di attaccanti, Gabbiadini può diventare una pista concreta o è destinato a rimanere un sogno? «Il Bologna ha incontrato il suo agente Pagliari a gennaio con l’obiettivo di capire se ci fossero i margini per intavolare una trattativa, questo in chiave mercato è un buon segno perché significa che esiste la volontà di provare a fare qualcosa. Gabbiadini rischia però di rivelarsi un sogno irraggiungibile, essendo ormai un giocatore di caratura internazionale: quando vai a giocare in Premier, il tuo valore inevitabilmente si alza, e fare un passo indietro a 26 anni diventa problematico. In caso di salvezza, al Southampton cambieranno comunque l’allenatore, e Gabbiadini avrà la possibilità di ripartire da zero. Secondo me, prima di lasciare l’Inghilterra ci penserà non una ma dieci volte, e se anche decidesse di cambiare aria bisognerebbe fare i conti con società che possono proporgli un palcoscenico europeo e un ingaggio superiore».

Quasi tre anni di gestione Saputo in Serie A: sei tra coloro che si ritengono soddisfatti o pensi si potesse fare meglio? «L’arrivo di Saputo a Bologna, e tutto ciò che ne è conseguito, si basa su un bellissimo equivoco. Mi spiego meglio: il suo sbarco sotto le Due Torri ha scatenato delle enormi illusioni in un momento in cui la piazza aveva un disperato bisogno di sognare. Del resto, il calcio è una macchina da sogni, e l’arrivo di un grande magnate, di un imprenditore con una clamorosa disponibilità economica come mai era successo nella storia del club, ha fatto pensare ai tifosi che si potesse veramente spiccare il volo. Ma Saputo non è quel tipo di personaggio: l’ha detto, l’ha ripetuto e ne abbiamo la conferma tutti i giorni, non è il ricco scemo che spende e spande perché vuole la squadra in Champions un anno per poi crollare quello successivo, Saputo ha delineato un programma ben preciso che riguarda lo stadio, la crescita economica della società e l’assestamento dei rossoblù in una precisa zona di classifica in Serie A. Nel breve periodo abbiamo sempre discusso di Europa, ma per breve periodo si intendono altri due anni o probabilmente cinque, se non di più. Per questo parlo di bellissimo equivoco: Saputo è stato senza dubbio la salvezza del Bologna, l’unica sua ‘colpa’, del tutto involontaria, è stata quella di far nascere sogni che in realtà non sono ancora realizzabili. Più in generale credo che questa società abbia una stabilità invidiabile tra quelle di fascia media, non ce ne sono altre come il Bologna con i conti a posto, un’elevata prospettiva di crescita e un centro tecnico all’avanguardia. Poi è chiaro, sul campo era lecito aspettarsi qualcosina in più, il rendimento di questi primi te anni ha un po’ deluso».

Piccola parentesi sulla Nazionale: ti ha dato un po’ fastidio il modo in cui Di Biagio ha snobbato Verdi? «Mi sarebbe piaciuto vedere Simone in campo almeno per venti minuti, ma se ragiono con lucidità non posso dare grosse colpe a Di Biagio. Si giocava molta della sua credibilità, ha pochissime chance di rimanere sulla panchina dell’Italia e ha deciso di puntare sugli uomini più navigati. C’è comunque da dire che in entrambe le amichevoli ha dato spazio a Chiesa, che in questo preciso momento è mezzo centimetro davanti a Verdi per quello che può offrire. E lo ha dimostrato procurandosi il rigore del pareggio a Wembley. Sono convinto che Verdi avrà tempo e modo di dimostrare tutto il suo valore anche in azzurro, perché è un giocatore di grande qualità che nel giro della Nazionale può sempre rientrarci. Così come può e deve rientrarci anche Di Francesco».

Per concludere, un tuo ricordo del grande Emiliano Mondonico, scomparso proprio oggi dopo una lunga battaglia contro il cancro. «Non lo conoscevo personalmente ma l’ho incrociato e intervistato varie volte sia quando allenava che dopo, come commentatore. Mi è sempre piaciuto quando al Torino, prima di ogni derby contro la Juventus, sosteneva che “noi siamo gli indiani e loro i cowboy”. Nella vita bisogna sempre decidere da che parte stare, e Mondonico è sempre rimasto dalla parte degli indiani, questo me l’ha reso fin da subito molto simpatico. Poi il fatto che abbia contribuito a rendere grande la provincia, penso in particolare alla Cremonese e alla sua Atalanta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, è un ulteriore merito di un allenatore capace, italianista senza essere un fanatico, che sapeva sempre mettere gli uomini giusti al posto giusto, un eccellente esponente della nostra scuola».

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