C'è tempo

C’è tempo

Dicono che c’è un tempo per seminare, e uno che hai voglia ad aspettare (Ivano Fossati, ‘C’è tempo’, 2003) – C’è stato un tempo in cui criticare parte dell’operato della società rossoblù, rimanendo nel perimetro dell’educazione e della riconoscenza per quanto di buono si era fatto e si stava facendo dal punto di vista infrastrutturale e del bilancio era, se non corretto, quantomeno condivisibile.
C’è stato il tempo dello champagne da stappare a salvezza acquisita, o quello in cui i tifosi si sarebbero guardati l’un l’altro con perplessità se durante il mercato estivo fosse stato comprato Piatek; quello dei biglietti per il Real Madrid da acquistare prima di raccogliere la miseria di un punto nelle ultime sei giornate di campionato e mettere in discussione una salvezza data ormai per acquisita a gennaio; c’è stato, infine, il periodo in cui si perdeva solo perché i rimpalli erano tutti sfavorevoli al Bologna e favorevoli alle avversarie, durante il quale l’unica ricetta da mandare a memoria allo scopo di migliorare le prestazioni era quella di lavorare ancora più duramente in settimana.
Lo si è fatto passare attraverso a tutto questo, ed è per questo che se oggi ad un tifoso del Bologna si ripetesse il mantra della crescita graduale, probabilmente lo si farebbe rabbrividire. Eppure, il tempo giusto per parlarne sarebbe proprio questo. Per la prima volta dopo quattro anni di performance altalenanti e piazzamenti mediocri, a Casteldebole vibra forte la volontà di puntare a qualcosa di più. Quello di una crescita progressiva è un concetto sacrosanto, che purtroppo è stato sprecato nei primi anni di presidenza Saputo. Si è gridato ‘al lupo’ troppo a lungo ogni volta che la squadra imbroccava due risultati utili consecutivi, e ora che i felsinei stanno veramente confermando le aspettative di inizio stagione, la parte sinistra della classifica sembra non bastare più.
Ad oggi, l’unica colpa che si può addebitare alla società è quella di aver aspettato troppo tempo prima di tentare il salto di qualità, e non aver ammesso abbastanza chiaramente che il periodo di consolidamento della categoria stava durando più del previsto. Si tratta comunque di una colpa passata, a cui il patron e la dirigenza hanno iniziato a porre rimedio già lo scorso gennaio, e quindi un esercizio che appare fine a se stesso, per non dire inutile.
Stiamo finalmente percorrendo la strada che è stata tracciata fin dal momento in cui Saputo ha acquisito il club, quindi sarebbe il caso e di godersela e di stare attenti a evitare incidenti, nell’atto di sporgersi dal famigerato carro per impedire di salire a chiunque abbia avuto bisogno di risultati evidenti sul campo per iniziare a provare un po’ di vero entusiasmo. We Are One, recita il motto introdotto dal presidente canadese, e all’alba del quinto anno di sua gestione ci sono finalmente tutti i presupposti perché squadra, società e piazza si ritrovino finalmente allineate. Non disuniamoci proprio ora.

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