Cronaca di una morte annunciata

Cronaca di una morte annunciata

Il punto in più rispetto all’anno scorso non è stato ottenuto. Aggrappandosi alle corde che la parola ‘derby’ riesce sempre a stimolare, ci si ritroverà a dichiarare che perlomeno la squadra ha raccolto un più della Spal, oppure si inizierà finalmente a guardare in faccia la realtà?

Cronaca di una morte annunciata (Gabriel Garcia Marquez, 1981) – E così anche questa stagione è finita, con quattro punti a separare il Napoli dalla Juventus e il Bologna dal Crotone. Fa specie pensare che se a gennaio Verdi avesse afferrato il biglietto aereo che la società gli stava gentilmente porgendo, privandosi del suo giocatore più importante, i verdetti relativi allo scudetto e alla retrocessione avrebbero potuto essere completamente ribaltati. La storia non si fa con i se, ma la cosa più preoccupante è che queste riflessioni non siano poi così distanti dalla realtà. Quello di quattro lunghezze sulla terzultima è un margine talmente esiguo da non permettere alla piazza di dormire sogni tranquilli. In poche parole, quest’anno i felsinei sono riusciti a salvarsi, ma potranno riuscirci anche l’anno prossimo, senza che avvenga quella rivoluzione peraltro già stata smentita dalle alte sfere?
Ad agosto in Serie A torneranno Empoli e Parma, non esattamente due incognite come potevano esserlo Benevento e Spal (con quest’ultima che, contro ogni pronostico, è addirittura riuscita a chiudere ad un solo punto dai rossoblù). Nella prossima annata, con 20 sconfitte stagionali, 15 punti nel girone di ritorno e senza l’unico calciatore italiano capace di chiudere l’anno in doppia cifra sia di gol che di assist, il Bologna retrocederebbe, non è il caso di illudersi. È doloroso trovarsi a fare conti di questo tipo, calcoli che sembravano ormai lontani nel tempo, confinati a ricordi dolorosi di salvezze strappate al fotofinish. Il piano pluriennale impostato dalla società esiste e per quanto riguarda le infrastrutture merita un grande plauso, ma è improbabile che i tifosi bolognesi sarebbero entusiasti di assistere a Bologna-Entella senza più la pista d’atletica a separarli dal campo. Forse sarebbero un po’ più contenti di tifare una squadra che mantenga tutte le promesse ripetute a pappagallo durante le ultime tre stagioni, ovvero che riesca a giocarsela con tutti, ad essere determinata, a credere in se stessa. Tuttavia, per arrivare ad avere una squadra di questo tipo, è chiaro che una rivoluzione serve eccome.
Urgono innesti di livello e non più talenti da Serie B che si disintegrano a contatto con il massimo campionato come un asteroide sull’atmosfera, e servono le cessioni giuste, non certo quelle di cui si è parlato in questi mesi. Pulgar e Verdi, in una qualsiasi società che non necessita di liquidi per continuare a tirare a campare, sarebbero i pilastri sopra cui costruire il domani, non gli agnelli sacrificali. Si inizi piuttosto a sfoltire e poi a rinforzare il pacchetto di centrali difensivi, nessuno dei quali, quest’anno, ha conquistato la sufficienza piena: l’unico che forse ce l’avrebbe fatta, da gennaio è un giocatore dell’Empoli. Bene l’ingaggio a parametro zero di Dijks, in arrivo dall’Ajax, non ci si fermi qui e si trovi il coraggio di puntellare entrambe le fasce, perché è da secoli che sotto le Due Torri non si vedono giocare due terzini degni di questo nome. Si rimetta, se non è già troppo tardi, Destro al centro del villaggio, con Palacio a fargli da sostituto di lusso o eventualmente da compagno di reparto, ma non certo a soffiargli il posto per tutto l’anno per poi arrivare a febbraio con la lingua fino ai tacchetti. E per carità, si ammetta una buona volta di aver sbagliato alcuni acquisti, ci si faccia un bagno di umiltà senza nascondersi dietro a frasi tipo «non tutti i calciatori necessitano dello stesso tempo per crescere», e nel caso in cui pervengano offerte sufficienti li si lasci partire senza troppi rimpianti.
Il Bologna di quest’anno non era né da decimo né da quindicesimo posto, avrebbe potuto comodamente assestarsi a metà tra queste due posizioni. Quello del 2018-2019, con lo stesso allenatore e una rosa non molto distante da questa, tornerà ad essere la squadra che a maggio deve sperare di strappare uno 0-0 sul campo del Chievo per mettere l’ultimo punto in cascina e strappare la salvezza. Si cambi finché si è in tempo, si smetta di difendere ostinatamente il proprio lavoro e la bontà di un progetto pluriennale. I percorsi di questo tipo non si possono impostare fissando una data lontana nel tempo e sperando di sopravvivere nel mentre, ma si monitorano giorno per giorno, e devono essere liquidi, malleabili, pronti a dei cambiamenti. A delle rivoluzioni, se servono. Altrimenti, si continuerà a godersi una dolce e rassicurante melodia, senza accorgersi che l’orchestra sta affondando, e con lei tutto il Titanic.

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