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Icone, ragionare per immagini

Icone, ragionare per immagini

Nell’immaginario collettivo dei calciofili bolognesi esiste in ogni periodo una squadra icona, una società da invidiare, perché «loro sì che sanno fare calcio», per poi cambiare anche solo nell’arco di un girone il modello da (in)seguire, a seconda dei risultati parziali ottenuti dalle stesse.
Diventa così invidiabile il modello Sassuolo, che compra tutti i giocatori che segue il Bologna, oppure la Sampdoria, perché «Ferrero sì che trova i giocatori forti», e ancora il Torino, che ogni anno allestisce una rosa per andare in Europa.
Poi però succede che la Sampdoria si arrabatti tra una salvezza all’ultimo respiro e due campionati da falsa rivelazione, cambiando management circa ogni sei mesi.
Il Sassuolo, dopo una salvezza abbastanza incredibile − diciamo così − al debutto in A, ottiene una qualificazione ai preliminari di Europa League pagata poi a caro prezzo, rischiando oltre il dovuto e facendo due stagioni da parte destra bassa della classifica, triturando ben quattro tecnici.
Il Torino compra giocatori a destra e a manca, cambia allenatore più o meno ogni stagione (Ventura, Mihajlovic e Mazzarri gli ultimi della lista) e resta perennemente nel limbo del decimo posto, al quattordicesimo anno di presidenza Cairo, che tra l’altro ha conosciuto anche l’onta di una retrocessione.
Ma le vere icone sono il modello Udinese e il mondo Atalanta. Sia la prima che la seconda impossibili da imitare per chiunque, e cerco di spiegare i motivi.
L’Udinese ha vissuto per anni su una rete di osservatori in giro per il mondo anticipando quello che poi è diventato il modus operandi di tante altre squadre, con la nascita dello scouting professionistico agevolato dalla tecnologia delle piattaforme dedicate, cosa che ha chiaramente spiazzato non solo il club friulano ma chiunque avesse questo tipo di peculiarità, ad esempio il Catania di Lo Monaco.
Il modello Atalanta invece vive di un mix tra l’autarchia dei giovani costruiti in casa, quelli periziati nella Serie B italiana e quelli reclutati all’estero già in età per il campionato Primavera. Questo mix però è possibile solo in una piazza come Bergamo, che ricordo a tutti aver fatto tanta B e tanta A di sofferenza. Il pubblico atalantino, almeno fino a ieri, digeriva questo saliscendi come qualcosa di fisiologico, perché conscio del proprio status di provinciale del calcio italiano. Sarà curioso vedere, quando la ‘sbornia’ gasperiniana terminerà, come riuscirà tutto l’ambiente ad assorbirne il lascito.
Questi modelli ‘iconici’ non sono ripetibili perché autoctoni, perché figli di una loro specificità impossibile da riprodurre altrove. Inoltre non sono trasferibili su altre piazze per il semplice motivo che ogni tifoseria ha la propria storia, e difficilmente riuscirebbe a digerire per tempo dei cambi di mentalità così importanti.
Vi immaginate se a Bologna la società avesse venduto in tre sessioni di mercato Gagliardini, Kessie, Conti, Spinazzola, Petagna, Cristante, Caldara, Grassi e Kurtic cosa sarebbe successo? E non venitemi a dire che gli acquisti sono migliori dei giocatori venduti. Lì sta funzionando tutto perché funziona il manico, con Reja e Colantuono funzionava poco e male, eppure la proprietà era la stessa. Quindi delle due l’una: o prima erano degli ‘incapaci’ e tutto d’un tratto hanno imparato a fare calcio, oppure, per così dire, hanno azzeccato l’allenatore giusto per il loro contesto, come facemmo noi con Ulivieri.
In conclusione, ogni piazza vive una propria specificità, una propria peculiarità, e difficilmente è replicabile da un’altra parte. Per fortuna, sostengo io, altrimenti la nostra ‘sclero’ non sarebbe così bella…

Tosco – Radio 1909

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