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Parole salvifiche

Parole salvifiche

Lunedì sera, durante la trasmissione ‘Il pallone nel 7’, l’ex calciatore Fabio Bazzani ha affermato che non contano tanto i moduli quanto a che altezza decidi di difenderti, e che i moduli possono essere presi in considerazione e diventare oggetto di critica e analisi solo partendo da questo presupposto.
Niente di originale se non fosse che oggi Bazzani, di professione, fa l’allenatore (più precisamente il ‘tattico’), quindi è uno del mestiere.
Tra l’altro questo concetto è ripetuto come un mantra da tutti e dico tutti gli allenatori, quando interpellati in proposito. Escludendo che la categoria si sia messa d’accordo per sbeffeggiare i poveretti che li intervistano, non vi viene da pensare che la cosa possa essere vera?
Se anche non mi fosse entrato in testa, avendo partecipato ai vari corsi di aggiornamento riservati ai patentati vi posso garantire che è impossibile non concordare, altrimenti a quei corsi non avrei nemmeno capito di cosa si stesse discutendo e cosa mi stessero insegnando.
La preparazione di una partita si concentra sull’altezza a cui si intende portare la prima linea di pressione, e che tipo di pressione appunto portare: ultra offensiva, offensiva, orientata, di densità nella metà campo o solo sotto la linea del pallone, per arrivare così al recupero del possesso.
Come avrete notato non c’è nessun numero, solo a che altezza decidere di difendere: da lì comincia il calcio che si intende proporre, se di transizione (reattivo) o di attacco posizionale (proattivo), e si decide di conseguenza quanti giocatori portare oltre la linea della palla (quindi 3-3 oppure 3-1-2 o ancora 4-2 ecc.).
Attendo con ansia una prossima intervista in cui il buon Bazzani ci illuminerà anche sul fatto che parlare di ‘regista’ nel calcio di oggi è come parlare ancora del ‘libero’: c’è voluto tempo per scardinare questo antico ruolo. Chi lo nomina ancora ormai ha più di ottant’anni e con tutto il rispetto è un filino fuori tempo, fuori tema e fuori luogo, e vedrete che fra un po’ nessuno ciancerà più anche di registi o ruoli similari.
In un calcio che ormai si gioca in un fazzoletto di campo e dove in pratica si fanno tanti torelli per uscire dalla pressione avversaria, il regista diventa chi riceve fuori dallo ‘spazio d’ingaggio’ e cambia il tempo all’azione di attacco. Il più delle volte, il calciatore che lo fa non è un centrocampista.
Per fare un esempio: nella Spal, nostra prossima avversaria, il singolo che cambia modalità di giocata è spesso Lazzari, che decide se cambiare appunto passo ed attaccare in transizione, attendere per salire di squadra, oppure forzare la giocata per creare poi superiorità numerica (come Giaccherini nel Bologna del primo Donadoni). Lazzari decide insomma i tempi di gioco più di Schiattarella, che nell’immaginario sembrerebbe ricoprire il ruolo ipotetico di regista.
In realtà il giocatore campano è un equilibratore del centrocampo, utilissimo nella fase di non possesso ma assolutamente marginale per la fase d’attacco, quando il suo utilizzo è quello di muovere il pallone verso il compagno più vicino.
Sarà un caso, ma la parola regista non viene praticamente più usata dagli allenatori e sarà lunga la strada per togliere dalla testa antichi preconcetti soprattutto a chi, per pigrizia o forse presunzione, non si documenta e si trincera dietro ad arcaiche convinzioni superate dall’evidenza, come fu appunto per il libero.
Ma arriverà anche quel giorno, arriverà. Spero solo di essere ancora al mondo…

Tosco – Radio 1909

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