La B non è il peggio che può capitare

«Andare in B sarebbe catastrofico», riferisce Andrea Poli dopo la 9^ sconfitta su 18 gare, la 67^ su 132 nella porzione di Serie A dell’era Saputo. Come sempre, l’uso delle iperboli fa perdere di vista il significato profondo delle cose. Di catastrofico, nella storia del Bologna, c’è stata solo la Prima guerra mondiale, che ha ucciso più d’una decina tra calciatori, dirigenti e collaboratori della squadra, avvicinando seriamente la possibilità che la neonata compagine chiudesse i battenti dopo nemmeno dieci anni di vita. Superata quella tragedia, è stata solo discesa, o quasi. La Serie B, è noto, non ha ucciso nessuno. Al massimo toglierà di mezzo i contratti pesanti, diciamo quelli dal mezzo milione netto in su. In B siamo finiti generalmente perché a corto di denari (e quindi di idee). Finirci con la proprietà più ricca della storia rossoblù sarebbe al più tragicomico. Certo non catastrofico, perché se Saputo non ha aspirazioni suicide farà di tutto per rimettere in carreggiata il suo investimento da 50 milioni (solo per il primo anno, come ha tenuto soavemente a ricordare), divenuto poi da 150 nel giro di poco tempo.
Che cosa potrebbe allontanare il Bologna dalla retrocessione? Molti in queste ore evocano il miracolo di Squinzi, che nel gennaio 2014 salvò il Sassuolo con un sontuoso mercato di riparazione. C’è una brutta notizia per loro: il Sassuolo scampò la B non con i 13 milioni spesi sul mercato, bensì con la cessione di Diamanti al Guangzhou, che tolse di mezzo il Bologna dalla lista dei pretendenti alla salvezza. A meno che l’Udinese non venda Lasagna, il Genoa non svenda Piątek o la Sampdoria non liquidi Quagliarella e Ramirez, non si vedono altri aspiranti autolesionisti sulla strada dei felsinei. Che dovranno, com’è ovvio, farcela con le proprie forze.
Che il percorso di Inzaghi sia finito non lo dicono solo i numeri, ma le parole che accompagnano questa via crucis cui siamo mestamente sottoposti ogni settimana. Il tentativo di ‘mentalizzare’ la squadra, ribadendo concetti da vulcanizzatore («siamo gonfi, siamo gonfissimi»), va recepito per quel che è: un allenatore scollato dalla realtà. Chi lo ha definitivamente scollato non spetta a noi stabilirlo. Si possono avanzare molte ipotesi, dalla carenza di qualità dell’organico (ma quale squadra si può permettere di tenere in panchina un attaccante da 70 gol in Serie A pagandolo due milioni netti a stagione?) alla poca fluidità di rapporti con la dirigenza (che non avrebbe impiegato molto tempo a raffreddare i suoi entusiasmi per Pippo nostro). Chi scrive non crede che Inzaghi sia un allenatore sciagurato, altrimenti il Venezia in B (e poi quasi in serie A) non ce lo portava.
In questa vana ricerca del responsabile, tuona ancor di più il silenzio della proprietà. Che i dirigenti tacciano (dopo tre vergognose croci deposte a Casteldebole e la magra figura che farebbero a tentare di giustificare 13 punti in 18 partite) ci può pure stare, anche se il silenzio non potrà durare in eterno. Che il proprietario dia segni di vita solo tramite comunicazioni scritte (con vigoroso intervento sintattico-grammaticale dei collaboratori) è invece un fatto grave e sconfortante, per non dire umiliante. Il tifoso del Bologna, sia abbonato o semplice raccoglitore di figurine, merita un po’ più di considerazione, di sicuro non solo virtuale. Ha comunicato più Tacopina prima del closing con Guaraldi che Saputo da quando è presidente e azionista di maggioranza. Se le regole non scritte della comunicazione del calcio italiano non gli piacciono, se le faccia piacere. Noi ci siamo fatti piacere la media di una sconfitta ogni due partite, pagando pure per vederle. Veda un po’ lei.

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