Crescita

Crescita

Parlare di crescita graduale a Bologna, come si è fatto negli ultimi quattro anni, può condurre a valutazioni scoordinate. Lo dimostra questo finale di stagione, che potrebbe portare il Bologna ad un incredibile e paradossale miglioramento dell’ultima classifica o addirittura di tutte le classifiche dall’ultimo ritorno in Serie A. Ma chi si azzarderebbe a disquisire di crescita, foss’anche 43 il risultato finale, dopo un campionato del genere, vissuto per più della metà da terzultimi? La questione non è solo legata alle definizioni. ‘Crescita’, infatti, è un termine vago, ideale per calzare su qualsiasi piede. E per quattro anni, appunto, è servito a ritardare le decisioni vere e radicali sul futuro e sul posizionamento della squadra. Ben altra cosa sarebbe dire: «Il Bologna dovrà posizionarsi tra le prime dieci», oppure «bisogna competere per l’Europa League», oppure ancora «non bisogna fare meno di 45 punti». Quelli sono obiettivi chiari.
Ma la crescita è sempre per definizione un concetto volatile e inacchiappabile. Se continua con questa media, lo straordinario Bologna di Mihajlovic rischia di far crescere anche il misero Bologna di Inzaghi. Bisognerà quindi fare molta attenzione, quando si faranno i bilanci di fine annata, con le rivalutazioni postume. I casi sono due: o si darà la colpa in toto a Pippo, trovando un capro espiatorio peraltro già scotennato sulla pubblica piazza, o si dovrà fornire un altro nome per spiegare la stagione risicatissima che in ogni caso salterà fuori a fine maggio, anche se dovessero arrivare cinque vittorie su cinque. E per il futuro (non è un problema solo lessicale) bisognerà usare parole diverse da ‘crescita’. Se siamo riusciti, con fatica, a eliminare il vocabolo ‘progetto’, trovare un termine più preciso di ‘crescita’ sarà un gioco da ragazzi.

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