Bigon:

La riabilitazione di Bigon

Lo scorso anno Roberto Donadoni fu cacciato (meglio ancora: i tre anni di Donadoni furono messi in archivio un anno prima della naturale scadenza del contratto) a causa delle ultime due ininfluenti sconfitte con Chievo e Udinese. Tutti sanno, infatti, che con quattro o sei punti in più – vale a dire un pareggio e una vittoria nelle ultime due gare – Donadoni sarebbe rimasto sulla panchina del Bologna, e pure col vanto di aver migliorato la classifica del 2016 e del 2017. Nel licenziarlo Saputo addusse questi motivi, come se davvero gli ultimi due match avessero fatto cambiare improvvisamente idea al club.
La sorte dell’ex tecnico rossoblù – quello, val la pena ricordare, che ha garantito per tre stagioni di seguito la salvezza virtuale già a febbraio – assomiglia molto al percorso di Riccardo Bigon. Che a differenza di Donadoni, però, è partito da presupposti contrari: virtualmente esonerato a febbraio, riabilitato dalla vittoria al Viareggio prima e dai 23 punti in 13 partite di Mihajlovic poi. Il suo caso è ancora più curioso: prima di febbraio, nella vulgata comune, Bigon avrebbe avuto il contratto in scadenza a giugno 2019. E ora, invece, spunta un rinnovo automatico (sempre esistito) in caso di permanenza in A.
Scopriamo quindi che per impostare un progetto tecnico non importa valutare le 38 partite, ma solo l’ultima manciata. Come se uno studente da 6 per un quadrimestre e mezzo venisse bocciato in virtù dell’ultima interrogazione sbagliata. E viceversa. Ma non si corre il rischio, così, di non cambiare mai veramente il passo della squadra? Se si cacciano tardi gli allenatori di cui si è insoddisfatti (Donadoni prima, Inzaghi poi), se si riabilitano i direttori sportivi amnistiando 21 partite su 38 in zona retrocessione, il rischio non è quello di lasciare tutto com’è sempre stato? Non è che alla fine ci si spaventi sempre un po’ troppo quando si deve fare sul serio e puntare all’Europa?

© Riproduzione Riservata