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Lettera di un padre smarrito in cerca di risposte

Lettera di un padre smarrito in cerca di risposte

Io gli argomenti per difendere il calcio li ho esauriti. O meglio: seppur ancora validi, non ho più la voglia di difenderlo. Perché mi chiedo se sia davvero giusto farlo, se questo sport bellissimo lo meriti ancora.
Ho organizzato qualche giorno di vacanza a Napoli con mio figlio, infilandoci dentro anche la partita del Bologna. Oggi mi ha detto che ha paura di andare allo stadio, e lo capisco. Io lo so che non succederà nulla, sabato. Io lo so che 40 anni fa, quando ho iniziato a frequentare gli stadi con mio padre, la situazione era peggiore ed era molto più pericoloso andarci. Io lo so che se domattina il calcio finisse probabilmente i delinquenti frustrati si andrebbero a scannare ai tornei di tennistavolo o al supermercato o in discoteca (accade già, in fondo), non mi serve mica il sociologo – ho letto abbastanza, in materia, nel passato – per analizzare il fenomeno della violenza insita nell’uomo, nella società e nella necessità di sfogarla da qualche parte, soprattutto dove fa comodo a chi comanda. Io tutte le parole per spiegare e circoscrivere e disinnescare l’accaduto le conosco: le ho sentite mille volte dal caso Paparelli ad oggi (insieme alle solite promesse e vuote chiacchiere di circostanza degli ipocriti e conniventi padroni del sistema). Io lo so che potrei convincere mio figlio ad andare al San Paolo sabato.
Quand’era più piccolo era assatanato di calcio: lo giocava e lo guardava in TV con lo stesso slancio. Seguiva anche i campionati stranieri a 8-9 anni. Poi ho iniziato a portarlo allo stadio e man mano gli è scemata la passione. È un posto che lo mette a disagio. La polizia, i maleducati, la violenza verbale, la tensione, le scomodità. Sarà un fighetto, ok. Ma io mi chiedo davvero se sia il caso di insistere. Il senso di appartenenza, i rituali liturgici, la condivisione, i colori, la metafora, le iperboli, il gesto tecnico, le grandi storie di uomini, le leggende, i miti: tutte quelle belle cose, anche vere, che ci raccontiamo noi malati di pallone. Forse farei ancora in tempo a rassicurarlo, a contagiarlo. Ma – aldilà delle battute sui risultati del Bologna – davvero mi chiedo se gli farei un favore. Ma perché devo portare un tredicenne dove ha paura?
Io le domeniche senza il Bologna sento un vuoto, ho compassione perfino per chi non sa quanto possa essere appagante avere una squadra che ti fa tribolare, ti cambia l’umore, ti regala emozioni, ti fa battere il cuore. Non sanno cosa si perdono, mi dico.
Ecco, invece non credo più che sia sano lasciare questa eredità. Mi pare molto più saggio dargliela su perché forse camperà meglio senza questa passione. Datemi voi un motivo serio per portarlo al San Paolo o ancora al Dall’Ara anziché godersi da qui in poi, se lo apprezzerà esteticamente e ne avrà voglia, qualche bel gol, qualche bella partita in TV e buonanotte.

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