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Mah Mood?

Mah Mood?

Difficile stabilire se sia più triste e ridicolo erigere ‘sto Mahmood, il vincitore del Festival di Sanremo, a simbolo politico o denigrarlo – dal ‘fronte’ opposto – sempre come tale. La scontata polemicuzza italianuzza non fa altro che ribadire quanto ancora sia purtroppo lontano il giorno in cui, inevitabilmente, nessuno noterà più la differenza tra uomini, donne, gay, bianchi, gialli, neri e italiani di prima, seconda o terza generazione, dandolo per un fatto assodato. Al momento non resta che prender atto dello stato ancora primitivo, puerile e rozzo del dibattito, ripeto, su entrambi i lati dell’arena.
A me ‘sto Mahmood, che poteva chiamarsi anche Brambilla o Viki il Vikingo, pare solo un mediocre interprete di una brutta canzone, pur non ignorando che il Festival di Sanremo sia prima di tutto un enorme evento sociale prima ancora che artistico. I giudici che lo hanno votato pensando di fare un dispetto a Salvini e alla nutrita schiera di suoi seguaci (peggio ancora se pensavano che fosse un segnale di civiltà) non credo che abbiano reso un utile servizio alla causa. Insomma, siamo messi male: questa è l’unica certezza.
Bastava votare chiunque avesse almeno la licenza media, se si voleva sbeffeggiare i governanti attuali.
(Tra parentesi, da osservatore benevolo e mai snob del Festival, che mi è caro sin dall’infanzia, questa mi è parsa una delle edizioni più noiose e anonime degli ultimi anni, sia come musica – ma che palle ‘sti rapper e affini  – che come intrattenimento, di livello poco più che parrocchiale).

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