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Sì, è ancora colpa di Donadoni. E non solo

Sì, è ancora colpa di Donadoni. E non solo

«È colpa di Donadoni!», sfottono ora le sue vedove e i suoi orfanelli. Dicendo una grande verità a loro insaputa: sì, è anche e ancora colpa di Donadoni. Che in tre anni non ha lasciato nulla, nessuna impronta, nessun solco, nessuna traccia da seguire. Nulla. Inzaghi ha semmai l’eventuale colpa di non aver fin qui ricostruito in quattro partite le macerie tecniche di tre anni insulsi, non certo quella di aver distrutto qualcosa che non c’era.
Mi fanno davvero ridere quelli che rimpiangono o rivalutano Donadoni, dimentichi di aver perso con quella guida tecnica la metà delle partite, di aver raccolto 15 punti nel girone di ritorno lo scorso campionato (con Verdi) e di essere stati umiliati in casa infinite volte. Come ho scritto su Repubblica, non ho mai visto nessuno con la gamba destra rotta rimpiangere quando aveva rotta la sinistra.
Il Bologna, davanti all’impotenza conclamata di Donadoni e a quel progressivo rovinoso declino, aveva tutto il diritto, anzi il dovere, di cambiarlo, se pensava – come me – che i giocatori messi a sua disposizione potessero e dovessero rendere di più, e non intravedendo prospettive.
Tutto questo, ovviamente – se si riesce a ragionare con un’ottica più larga, meno manichea e puerile – non esime affatto il Bologna dalle sue responsabilità. Le colpe di Donadoni (e, prossimamente su questi schermi, quelle di Inzaghi) non escludono quelle della società. Il colpevole unico da mandare al rogo (dopo aver cambiato quattro allenatori, tre direttori sportivi e cinquanta giocatori) non esiste, se non nella sete di sangue e vendetta del popolo disperato.
Formalmente, e non solo, il primo colpevole è certamente Fenucci, per definizione, visto che è il plenipotenziario ed è lui a rispondere di tutta la baracca al proprietario. Che però nemmeno è esente da colpe: quanto meno quella di aver sbagliato, eventualmente, collaboratori, e investito poco nell’aspetto tecnico del club.
Investito poco, speso male e allenato peggio:questo, oggi, dicono i fatti.
Se in una partita equilibrata come quella di Genova la differenza la fa Piatek mentre tu schieri Destro-Okwonwko, qualcosa non va, oggi. Non si può negare. Se Piatek l’han trovato loro con 5 milioni e tu hai preso Santander con 6, i fatti oggi dicono che sei stato meno bravo. Sottolineo oggi perché non voglio accettare ancora che sia stato sbagliato tutto così pacchianamente e mi auguro che i prossimi mesi smentiscano quanto visto finora.
Mi fermo qui con le critiche. Perché sono inutili, se non possono incidere sulla realtà immediata. A tapparsi occhi, orecchie, naso e bocca, a predicare pazienza, si passa per scemi e incompetenti. Ma anche sfasciare tutto serve a poco, oggi, se non a deteriorare un clima già mefitico, peggiorando ulteriormente la situazione.
Se domattina il popolo venisse accontentato decapitando seduta stante Saputo, Fenucci, Bigon e Di Vaio, domenica batteremmo la Roma e poi la Juve? Dzemaili o Destro tornerebbero a sembrare giocatori di calcio (in tutto questo, le responsabilità di chi va in campo, e non parlo dei ragazzini, passano sempre sotto silenzio)? No, non credo proprio.
Ogni cosa a tempo debito. Un bilancio realistico sul lavoro di Inzaghi e Bigon verrà fatto nel giro di un paio di mesi, con relative auspicabili conseguenze. A fine campionato, invece, il bilancio generale di tutti, con relative sentenze. Va bene l’amarezza, la delusione, la frustrazione: più che giustificate. Ne abbiamo le scatole pienissime, tutti. Ma dar fuoco alla casa, adesso, non serve a nulla.

P.S.: avrei preferito parlare anche stavolta del people mover o del meteo o di cinema, nello spirito della rubrica off, ma tant’è.

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