Zerocinquantuno

Mihajlovic: “Ero già allenatore in campo, ma per affermarmi ho dovuto imparare. Sono tornato a Bologna per riconoscenza verso club e tifosi”

Mihajlovic: "Ero già allenatore in campo, ma per affermarmi ho dovuto imparare. Sono tornato a Bologna per riconoscenza verso club e tifosi"

Ph. Imago Images

Tempo di Lettura: 12 minuti

Dopo il patron Joey Saputo, quest’oggi anche Sinisa Mihajlovic è stato ospite di Bfc Academy Webinar, il ciclo di videoconferenze organizzate dal Bologna FC 1909 in cui i protagonisti del mondo dello sport (ma non solo) si raccontano e si confrontano con i ragazzi del settore giovanile rossoblù, sotto la moderazione del responsabile Daniele Corazza. Numerose e di vario genere le domande ricevute dal tecnico serbo, che ha risposto così:

Non esistono allenatori totali – «Non credo di poter dire che ci sia stato un allenatore in particolare con cui sono cresciuto di più. Questo è un lavoro in cui puoi avere anche dieci lauree ma ti mancherà sempre l’undicesima, ci sarà sempre qualcosa che non saprai fare. Ogni allenatore ha le sue caratteristiche, ma non ne esiste uno che sappia fare tutto. Mancini, ad esempio, è uno che sa lavorare benissimo sul rettangolo verde, e vederlo al campo è una meraviglia. Zaccheroni era un insegnante di calcio, Eriksson un ottimo psicologo, Mazzone e Boskov due grandi motivatori. Avevano caratteristiche diverse, e io ho cercato di prendere le migliori di ognuno di loro, mettendoci ovviamente anche qualcosa di mio, così da diventare un allenatore il più completo possibile. Se sei un giocatore che ha voglia di crescere, riesci sicuramente a prendere qualcosa da qualsiasi tecnico, perché ciascuno di loro ha qualcosa da insegnarti. Ad alcuni magari sono stato più legato, penso a Boskov che era serbo come me, o a Mancini assieme al quale ho giocato per tanti anni, ma da tutti ho potuto apprendere qualcosa».

L’unione fa la forza – «È molto importante riporre fiducia nel proprio staff, circondandosi di persone più esperte riguardo una determinata tematica, che possano compensare tue eventuali mancanze e fare crescere tutto il gruppo. Il merito dei successi di una squadra va condiviso con tutto lo staff, non è mai solo dell’allenatore, che è solo più in vista ma non più importante».

Una cavalcata straordinaria – «La più grande soddisfazione ottenuta finora con il Bologna è stata ovviamente la salvezza dell’anno scorso: per come si era messa la situazione, nemmeno i più grandi ottimisti avrebbero potuto immaginare che avremmo finito la stagione in quella maniera».

Intelligenza calcistica (e non) – «Una caratteristica necessaria per un calciatore direi che sia l’intelligenza, perché ti serve sia nel calcio che nella vita fuori dal campo. Sul campo si rispecchia il carattere di un calciatore, vedendolo giocare puoi già capire che tipo di persona sia. Boskov diceva che “un grande giocatore è colui che, lì dove gli altri vedono piccoli sentieri, vede un’autostrada”».

Primo comandamento: non guardare la palla – «All’inizio della carriera da allenatore, essere stato calciatore ad alti livelli ti può aiutare, perché sai già un tuo giocatore cosa può provare in determinati momenti, ma è anche vero che si tratta di due lavori completamente diversi. I primi tempi, la difficoltà più grande è stata imparare a ragionare da allenatore anziché da calciatore. Quando ero vice di Mancini, in partita io guardavo sempre la palla, mentre lui guardava tutt’altra zona di campo. Gli ho chiesto perché lo facesse, e mi ha spiegato che stava già pensando a come impostare le marcature preventive nel caso in cui la squadra avesse perso il possesso. All’inizio è normale che sia così, poi pian piano ti abitui e inizi anche tu a pensare come un allenatore».

Da centrocampo a… bordocampo – «Un’altra differenza tra essere in campo e fare l’allenatore è la percezione di quanto tu possa incidere su una partita. In campo, anche nei momenti di difficoltà, mi dicevo sempre che avrei trovato il modo di recuperare, con un gol, un assist o una giocata, mentre da fuori puoi fare ben poco. Io vorrei sempre poter intervenire in qualche modo, invidio i miei colleghi che riescono a stare novanta minuti seduti in panchina, io non ce la faccio. Qualcosa puoi inventarti lo stesso, se sei bravo e fortunato puoi indovinare la sostituzione che ti svolta la partita, ma non è sempre possibile e non c’è modo di sfogare la tensione».

Artista del piazzato – «Consigli per imparare a tirare le punizioni come me? Se li avessi, li avrei già dati ai miei giocatori (sorride, ndr). Purtroppo non è così facile, sicuramente ci sono certe cose che possono essere insegnate, ma devi avere già un buon piede e soprattutto allenarti tanto. Io le battevo abbastanza bene per dote naturale, che poi ho perfezionato nel tempo, restando dopo gli allenamenti ad allenarmi solo su quello. Di per sé, il calcio non lo apprezzavo più di tanto, amavo di più il basket, mi piaceva solo calciare le palle inattive, ed è stato solo quando ho visto che le cose iniziavano ad andarmi bene che ho deciso di continuare con il calcio. Una cosa posso dirla: battevo in modo diverso le punizioni rispetto ai rigori. Per questi ultimi non guardavo mai il portiere, sceglievo un punto della porta in cui tirare e calciavo lì, rischiando che il portiere intuisse e parasse. Calciando le punizioni, invece, guardavo il portiere fino all’ultimo passo, e sceglievo come calciarla in base ai suoi eventuali spostamenti, ma questa è una dote naturale che già avevo e nessuno mi ha insegnato. Posso provare a dare solo un piccolo suggerimento: se vuoi calciare sul palo del portiere non devi mirare nello specchio, ma un metro-un metro e mezzo fuori dalla porta, perché devi considerare il giro che prende la palla».

Battere le punizioni… con la testa – «Orsolini dice che è grazie a me se ha imparato a battere le punizioni? Non è così, può capitare che mi fermi con lui dopo l’allenamento e gli dica come mettere il piede, o glielo faccia vedere in prima persona, ma poi il merito è suo. Il gol che ha fatto contro la Fiorentina, ad esempio, se l’è inventato grazie alle sue doti e alla sua incoscienza: se non avesse segnato, sia noi che i tifosi l’avremmo mandato a quel paese. È stato bravo a crederci, e il segreto è quello: quando io battevo le punizioni, non c’era mai una volta in cui pensassi che non avrei segnato. Tutto parte dalla testa, nel calcio come nella vita».

Un po’ allenatore, un po’ padre – «Come dico sempre, i miei calciatori sono liberi di fare tutto quello che gli dico io. Scherzo, con loro ho un bellissimo rapporto, ogni tanto mi fanno arrabbiare ma è normale, è come nel rapporto genitori-figli. Ascoltano, si comportano bene, qualche volta fanno qualche stupidaggine ma è comprensibile, hanno l’età giusta per farle. Io alla loro età ero molto peggio, per cui li capisco, ma allo stesso tempo cerco di portarli sulla strada giusta, perché questa carriera è molto particolare. Finisci verso i 35 anni, quando gli altri hanno iniziato da poco a lavorare, ti ritrovi con un’altra bella fetta di vita davanti a te e devi imparare a stare nel mondo. Quelli più grandi andrebbero sempre ascoltati, anche se lo si fa raramente, io stesso quando mio padre mi diceva certe cose, pensavo “ma lui che ne sa?”, salvo rendermi conto più tardi che aveva ragione. I giovani bisogna cercare di farli sbagliare il meno possibile e, se succede, si deve fare in modo che la cosa non si ripeta, come farebbe un papà o un fratello maggiore. Io ho sempre avuto un buon rapporto con i ragazzi ovunque sono stato: se si è leali, veri e sinceri si viene ascoltati e rispettati».

DNA da mister – «Anche quando giocavo ero già un allenatore in campo, e non ero l’unico, penso a miei ex compagni alla Lazio che sono diventati allenatori: Mancini, Simeone, Almeida, Conceição, Stankovic e Inzaghi. A come sarebbe stato veramente essere un allenatore, credo di aver iniziato a pensare negli ultimi anni della mia carriera, perché quando sei più giovane non ci rifletti, credi che giocherai per sempre. Ho capito che quello, più che qualsiasi altro ruolo, sarebbe stato quello giusto per continuare a coltivare la mia passione, perché mi piace troppo lavorare quotidianamente sul campo e stare a contatto coi giovani. Per ora ci sono riuscito, poi magari fra quindici anni cambierò ruolo e diventerò direttore sportivo di una società, è una figura professionale che vedo nel mio futuro, ma c’è tempo: al momento mi piace ancora tantissimo allenare».

La mentalità può più del talento – «La grinta con cui riesci ad affrontare le partite dipende dal tuo carattere. Ogni volta che scendi in campo devi pensare di essere più forte del tuo avversario, mantenendo l’umiltà ma credendo fortemente in te stesso. Ogni giorno devi cercare di fare di più, di migliorare, devi porti un obiettivo minimo per poi, una volta raggiunto, fissartene un altro: vedrai che andando avanti così, arriverai lontano. Ci sono stati tanti giocatori che erano più bravi di me a giocare a calcio, per diversi motivi, mentre io ho sempre creduto che sarei riuscito a diventare un calciatore professionista. Arriva un momento in cui ci sono dei sacrifici da fare: non è facile andare a letto presto tutte le sere quando i tuoi amici iniziano ad andare in discoteca o ad uscire con le fidanzate, ma se la tua passione è più grande delle distrazioni alla fine centri l’obiettivo».

Da Bologna a Bologna, undici anni dopo – «Il Bologna è stata la mia prima squadra da allenatore, e questa è una cosa che non si dimentica. Allora non era scontato che una società di Serie A desse fiducia ad un ragazzo che aveva smesso di giocare da un paio d’anni. Oggi succede più spesso, sono tanti i calciatori a cui viene affidata una squadra dopo poco tempo dal loro ritiro, ma dodici-tredici anni fa non era così naturale. Uno dei motivi per cui ho accettato di tornare qui è stato proprio questo, volevo ripagare la fiducia che mi era stata accordata allora, e volevo ripianare il debito che sentivo di avere con la società e la città. Purtroppo la mia avventura non si era conclusa bene: resto convinto che avrei potuto salvare la squadra se mi fosse stato concesso di rimanere fino alla fine, ma purtroppo non è stato possibile. Sono tornato anche per la gente, l’anno dopo il mio esonero sono tornato al Dall’Ara alla guida del Catania e al mio ingresso i tifosi si sono alzati in piedi, riconoscendo la bontà del mio lavoro».

Consigli preziosi – «Di consigli ne ho ricevuti ogni giorno, dai miei genitori e dagli allenatori che ho avuto. So che mi sto rivolgendo a dei giovanissimi, per cui lasciate che vi dica una cosa: non guardate ai vostri genitori come a dei vecchi che non capiscono nulla, come facevo io, perché sono le uniche persone che pensano al vostro bene. Anche se certe volte sembrano stupidaggini, ascoltate tutte le cose che vi dicono, perché i consigli che vi danno non hanno mai un secondo fine, a differenza di quanto può accadere con altre persone. Per quanto riguarda il mondo del calcio, invece, ascoltate sempre l’allenatore, perché cercherà sempre di guidarvi in modo che a godere dei benefici sia tutta la squadra. Un consiglio in particolare che mi è rimasto in mente? In realtà è un ‘non consiglio’. Quando avevo 16-17 anni c’erano più squadre che mi volevano: Dinamo Zagabria, Hajduk Spalato e Vojvodina Novi Sad, e quest’ultima era la più piccola. Chiesi un parere a mio padre, e lui mi disse che non se la sentiva di darmi un suggerimento, perché se poi le cose si fossero messe male me la sarei potuta prendere con lui. Alla fine ho scelto il Vojvodina, perché ho pensato che avrei avuto più possibilità di giocare e crescere, ed è stata una scelta che ho fatto in autonomia. Mio padre non mi ha aiutato direttamente, ma mi ha fatto diventare più responsabile e mi ha fatto capire che quello era il mio mondo, e che avrei dovuto essere io a scegliere come muovermi».

Evoluzione continua – «Che siano positive o negative, le esperienze servono tutte. Quelle negative forse sono ancora più utili, perché ti rimangono addosso e ti spingono a riflettere e a capire dove hai sbagliato. Di momenti difficili ne ho attraversati, come tutti, ma sono proprio quelli in cui ti devi impegnare di più, di modo che passino più in fretta possibile. Se sono diverso dal Mihajlovic che avete visto nella prima avventura a Bologna, è proprio perché nel mentre ho fatto delle esperienze che mi hanno spinto a diventare una persona più riflessiva. Le persone cambiano, e devono cercare di farlo in meglio, consapevoli che chi lavora sbaglia sicuramente, ma che grazie a quegli errori si può imparare e maturare. Bisogna avere una spinta continua a crescere: io negli anni sono andato a vedere gli allenamenti di Mourinho, Guardiola, Wenger, Ferguson e Klopp, per confrontare il mio e il loro livello e capire in cosa potevo migliorare».

Parola d’ordine: sincerità – «Sono riuscito ad avere sempre un buon rapporto coi miei calciatori dicendo loro in faccia tutto quello che pensavo, e lasciando la mia porta sempre aperta nel caso volessero confrontarsi con me. Ogni giocatore è diverso e devi trovare l’approccio giusto per ognuno di loro, ma l’aspetto centrale è non dire mai bugie e dare sempre un seguito alle tue parole. È fondamentale anche trattarli tutti allo stesso modo e non fare preferenze, riuscire anche a rimproverare un giocatore importante senza che il vostro rapporto ne esca logorato. Per un allenatore, uno degli aspetti più complicati riguarda la gestione del gruppo, perché se non riesci a creare una bella atmosfera, non vincerai mai nulla nemmeno con undici Maradona in campo. Dopo una sconfitta devi mantenerti calmo e ricordare ai ragazzi di aver chiesto loro quello che sei convinto ti possano dare, e non ti devi mai arrabbiare per un gol o un assist sbagliato. Quello che conta è che i calciatori non sbaglino l’atteggiamento, che purtroppo è un problema esclusivamente del calcio italiano, perché in quel caso sì che mi arrabbio e i miei giocatori sanno che non è mai una cosa bella da vedere. Io offro lealtà e la chiedo in cambio, ne ho bisogno, perché se ogni calciatore pensa a se stesso io devo pensare ad un gruppo di 25, per cui può capitare che faccia degli errori. Dovesse accadere, io voglio che i ragazzi si sentano liberi di venire da me a discuterne, e se mi dovessi rendere conto di aver sbagliato sarei il primo a chiedere scusa».

Trionfi passati e futuri – «Le partite più emozionanti che ho disputato da calciatore sono state quelle con la Stella Rossa, di cui ero tifoso da sempre e con la quale ho vinto campionato, Champions League e Coppa Intercontinentale. Per me giocarci era un sogno, sono addirittura riuscito a vincerci dei trofei ed è stato qualcosa che mi ha toccato il cuore. Quella Champions resta la soddisfazione più grande della mia carriera da calciatore, perché siamo stati una delle due squadre dell’Est Europa, assieme alla Steaua Bucarest, ad alzare quel trofeo. Non penso che una squadra dell’ex Jugoslavia potrà mai sollevare di nuovo quella coppa, rimarremo negli annali non solo di quella società ma dell’intero Paese, per cui quella resta sicuramente la soddisfazione più grande. Quella da allenatore, invece, non l’ho ancora ottenuta».

Prima la scuola, poi il calcio – «Quando ero piccolo andavo bene a scuola, ma ogni tanto prendevo qualche brutto voto e allora mio padre mi diceva: “Finché non rimedierai, non potrai più andare ad allenarti”, e non mi lasciava andare a giocare a calcio. Siccome il pallone per me era tutta la vita, facevo del mio meglio per recuperare l’insufficienza e poter tornare al campo. So che anche per voi al momento il calcio è un gran divertimento, ma ciò che più conta è che andiate bene a scuola».

Talento puro – «Il calciatore che mi ha impressionato di più tra quelli che ho allenato? Jovetic. Era fisicamente forte, tecnicamente bravissimo, nell’uno contro uno andava sempre via al suo uomo. Purtroppo ha avuto una carriera costellata di infortuni e non ha sempre potuto esprimersi al meglio, ma era un fuoriclasse».

Potenziali campioni – «Di un calciatore non ho mai guardato l’età, per me è sempre contato solo il talento: chi è più bravo, gioca. Se uno è sia giovane che bravo è un valore aggiunto, ma conta anche il carattere, bisogna avere la certezza che se lo si mette in campo, non si scoraggi per una prestazione negativa. In un ipotetico ballottaggio tra un calciatore più esperto che so già cosa può darmi, e un giovane che potenzialmente può diventare più forte di lui, forse sceglierei quello più giovane, perché dandogli fiducia potrei permettergli di crescere e farlo effettivamente esplodere».

Il calcio è amore – «Se si parla di ricordi, i più belli che ho sono tutti collegati a dei gol che ho fatto, ma la gioia più grande che dà questo lavoro è proprio il fatto che sia prima di tutto una passione. C’è tanta gente al mondo che non ama il lavoro che fa, ma si alza tutte le mattine e va in ufficio, mentre il nostro per il calcio è prima di tutto amore».

Vent’anni meravigliosi – «Ho iniziato a giocare a calcio a 17 anni e ho smesso a 37. Nella mia carriera ho raccolto 16 trofei, vincendo tutto quello che si può vincere, e sono sempre stato in grandi squadre e ad alti livelli. Non riesco a scegliere il mio momento migliore, mi sono sempre divertito e ho sempre giocato, per cui mi viene da dire che tutti quei vent’anni di calcio siano stati i più belli della mia vita».

Un gol fondamentale – «Non saprei dire quale sia stato il mio gol più bello, ma so certamente indicare il più importante, ovvero la rete iniziale della semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni contro il Bayern Monaco, nel 1991, in una partita che poi è finita 2-2».

Il miglior Sinisa – «Il calcio migliore credo di averlo espresso alla Stella Rossa e alla Lazio, ma c’è da dire che erano entrambe squadre molto forti, e non a caso hanno vinto trofei importanti. Da allenatore abbiamo fatto vedere belle cose a Catania, in Nazionale, a Bologna e per una parte del primo anno a Torino. Al Milan è andata così così, anche se mi hanno mandato via da sesto in classifica e a finale di Coppa Italia già ottenuta, quando negli anni precedenti la squadra aveva concluso tra l’ottavo e il nono posto e non era mai arrivati in fondo al torneo nazionale. La società aveva l’ambizione di centrare la qualificazione in Champions ma non era una prospettiva realizzabile, dato il valore della rosa».

Calcio femminile in rampa di lancio – «Il calcio è sempre stato considerato prerogativa maschile, ma gli sport sono adatti a tutti, e ora finalmente sta iniziando a essere seguito anche il femminile. L’anno scorso è stato bello vedere 50-60 mila persone assistere alla sfida scudetto tra Juventus e Fiorentina, negli altri Paesi è già molto più seguito ma vedo anche in Italia sta finalmente montando l’interesse».

Due vite diverse – «Ho preferito la vita da calciatore, perché non si hanno pensieri e il tuo unico compito è concentrarti durante l’allenamento, poi puoi tornare a casa e non pensare più a niente. L’allenatore deve preparare l’allenamento, farlo svolgere, preparare il successivo una volta tornato a casa, preoccuparsi dei suoi giocatori, convivere coi dubbi su chi far giocare. A volte a casa mi trovo a discutere con mia moglie che mi rimprovera di non ascoltarla, perché magari in quel momento sto pensando se far giocare Orsolini o Skov Olsen (ride, ndr)».

Generazione di fenomeni – «Non saprei dire quale sia stato il compagno di squadra migliore che abbia avuto, ma non avrei dubbi se mi si chiedesse di scegliere l’avversario più forte che mi sia capitato di affrontare: Ronaldo ‘il Fenomeno’, che era il più grande di tutti. Di compagni potrei citarne tanti di altissimo livello: Savicevic, Prosinecki, Mancini, Gullit, Veron, Nesta, Aldair, Adriano, Figo, Nedved, e potrei andare avanti fino a domani».

Foto: Imago Images