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Mercato in linea con la gestione Saputo, si punta a valorizzare per poi rivendere bene. Speriamo in un Bologna divertente ma più equilibrato

Rassegna stampa 11/12/2022

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La chiacchierata odierna tra Walter Fuochi e Simone Minghinelli parte dalla recente sessione estiva di calciomercato, che per il Bologna si è conclusa con la cessione di Takehiro Tomiyasu all’Arsenal e più in generale ha impoverito ulteriormente la nostra Serie A, passa attraverso il campo, con un parere sul prezioso pareggio conquistato sabato scorso dai rossoblù a Bergamo, e si conclude con un commento sulla gestione societario di Joey Saputo.

Walter, ti aspettavi la partenza di un big nelle ultime ore di mercato? «Sì, perché al di là di tutte le parole e le illusioni successive eravamo entrati nel mercato estivo sapendo che bisognava vendere un pezzo da 20 milioni o meglio 25, e alla fine è andata così. Forse, ipotizzo io, il club avrebbe preferito cedere Orsolini, avendo più alternative nel reparto offensivo, però vendi quello che ti comprano…».

Come giudichi il mancato arrivo di un altro terzino destro? «Anche stavolta è stato fatto il discorso del poco tempo a disposizione per individuare e trattare un ricambio all’altezza, ma la realtà è che appunto c’era la necessità di incassare e stop, altrimenti il modo di cautelarsi bloccando un sostituto lo avrebbero trovato».

A livello numerico, comunque, la cessione del giapponese è stata compensata dall’acquisto di Theate. «Sul piano numerico sì, era arrivato Theate e in ogni caso di uomini che possono giocare a destra ce ne sono almeno due in rosa, ma resta il fatto che se n’è andato uno dei migliori giocatori della squadra».

E una parte della tifoseria se la sta prendendo con la dirigenza per qualche dichiarazione che poi non ha trovato riscontro nei fatti… «Nulla di nuovo, so per esperienza che nel calcio e in particolare nel calciomercato è sempre meglio credere solo a quello che succede, quasi mai a quello che viene detto. Il tifoso, anche giustamente, ragiona di cuore, ma non bisogna stupirsi o prendersela troppo di fronte a certe dinamiche e strategie di mercato».

Anche senza Tomiyasu, la squadra è comunque più forte dell’anno scorso? «Difficile dirlo ora, molto dipenderà dal rendimento di alcuni singoli e da come si integreranno i volti nuovi. Innanzitutto andrà capito se Arnautovic è un uomo da 5, 10 o 15 gol, quello farà la differenza, e poi quanto peseranno le assenze di Palacio e Danilo, se sono stati sostituiti degnamente o meno: Arnautovic per Palacio direi di sì, mentre in difesa Bonifazi dovrà dimostrare quanto vale e Medel trovare continuità di presenze e rendimento».

A proposito di difesa, in casa dell’Atalanta si è visto un Bologna diverso. «Quarant’anni fa quello si chiamava catenaccio, poi se qualcuno ci vuol vedere qualcosa di innovativo faccia pure… Contro le grandi si può fare, e tornare da un campo tradizionalmente tabù come Bergamo con un punto e la porta inviolata è stato un segnale positivo, l’importante è non farlo passare come un’impresa d’altri tempi. La cosa più importante è che il Bologna riprenda ad essere propositivo, divertente e a tratti arrembante contro le pari livello, ma con un po’ di equilibrio in più».

Guardando al campionato in generale, credi che il divario tra le prime sette e le altre sia aumentato o diminuito? «Mi pare che quasi nessun club italiano si sia realmente rinforzato, sono più i giocatori forti usciti di quelli entrati, cominciando da Cristiano Ronaldo, Lukaku e Donnarumma: in tanti si sono arrangiati con delle seconde scelte e hanno poi raccontato che erano i loro grandi obiettivi… La Serie A è in decadimento e viene sistematicamente depredata dalla Premier League, tutti vogliono andare a giocare in Inghilterra e infatti anche Tomiyasu puntava dritto lì.  A mio avviso la distanza tra le prime sette e le inseguitrici è rimasta più o meno invariata, piuttosto mi chiedo che senso abbia continuare con un campionato a venti squadre dove le ultime quattro-cinque sono spesso disarmanti. Buon per il BFC, che anche stavolta rischierà poco o nulla».

Specie di questi tempi, in te prevale il sollievo di avere un presidente solido come Saputo o l’insoddisfazione per non essere ancora riusciti a compiere il famoso salto di qualità? «È un dibattito che va avanti da quando il patron è arrivato qui: da un lato c’è finalmente la serenità economica unita alla possibilità di rimanere stabilmente e senza patemi nella massima serie, dall’altro una squadra che perde una domenica sì e una no e non regala grandi soddisfazioni. Alcuni preferiscono una vita lunga e tranquilla, altri una più breve ma emozionante e spericolata, dipende dai gusti personali. Ora abbiamo una proprietà robusta ma non spendacciona, lo dimostra appunto la cessione di un pezzo pregiato per far tornare i conti, a maggior ragione in epoca COVID. L’obiettivo a lungo termine è arrivare ad avere una società che si sostenga da sola, investendo bene, valorizzando giocatori, rivendendoli e così via, il solito ciclo che ormai conosciamo».

Prendendo spunto dalle tue parole, l’obiettivo può intanto essere quello di contare più partite vinte che perse a fine stagione… «Forse non è il caso di chiamarlo obiettivo ma sì, intanto sarebbe importante cominciare a vivere più domeniche col sorriso che col broncio, ne trarremmo giovamento tutti quanti».

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