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Da Costa: “Studio finanza e tifo rossoblù, che bella squadra con Arnautovic e Medel! Saputo ha preso la strada giusta, il Bologna andrà in Europa per restarci”

Da Costa: "Studio finanza e tifo rossoblù, che bella squadra con Arnautovic e Medel! Saputo ha preso la strada giusta, il Bologna andrà in Europa per restarci"

Ph. Getty Images

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Per un secondo portiere è già difficile trovare spazio e mettersi in luce, figuriamoci lasciare un segno nella storia del proprio club e nel cuore dei tifosi. Eppure a Bologna un ragazzone brasiliano dal cuore buono e dal sorriso contagioso ci è riuscito, scendendo in campo ‘solo’ 53 volte nei sei anni e mezzo trascorsi sotto le Due Torri ma difendendo ogni giorno la maglia rossoblù, quella che man mano è diventata per lui una seconda pelle. Angelo Da Costa, classe 1983 da São Bernardo do Campo, è stato ed è un numero 1 sia tra i pali che nella vita: protagonista della promozione dalla B alla A nel 2015, si è poi messo a completa disposizione della società e anche da dodicesimo ha contribuito alla crescita della squadra e dei compagni di reparto, restando sempre fedele a se stesso e al BFC. Lo scorso 5 ottobre si è ritirato dal calcio giocato, chiudendo un lungo e significativo capitolo iniziato nel Santo André e proseguito con Varese, Ancona e Sampdoria, ma parlando con lui è facile capire che il pallone e soprattutto il Bologna non usciranno mai dalla sua vita.

Angelo, è davvero un piacere ritrovarti: come vanno le cose? «Tutto ok, è un periodo di cambiamento e adattamento. Nei mesi scorsi mi sono trasferito con la famiglia a Novi Ligure, dove abitano i genitori di mia moglie Carlotta, abbiamo deciso di trascorrere almeno un anno qui: dopo la mia uscita dal Bologna non sapevo ancora bene cosa avrei fatto, e così abbiamo cercato la soluzione più stabile possibile per i bambini».

Ad inizio ottobre hai annunciato il tuo ritiro dal calcio giocato: che progetti hai per il futuro? «Prima di smettere avevo avuto qualche contatto per continuare, ma l’entusiasmo non era più lo stesso e inoltre a 38 anni ti arrivano proposte per una sola stagione, e sinceramente non me la sentivo di far spostare la mia famiglia da una città all’altra. Adesso, tra corsi e riunioni, sto studiando il mondo della finanza, perché sono entrato a far parte di un progetto dedicato all’educazione finanziaria dei calciatori: è una cosa lunga che richiede tempo, però mi piace e la ritengo importante, memore in particolare delle difficoltà che da straniero ho avuto quando sono arrivato per la prima volta in Italia. Potrebbe essere il mio percorso lavorativo per i prossimi venti o trent’anni, quindi cerco di non prendere decisioni affrettate ma valuto bene ogni mossa».

So che continui a seguire le partite del Bologna, giusto? «Certo, qui in casa siamo tutti tifosi rossoblù, salvo impegni improrogabili non ce ne perdiamo una. E poi a Casteldebole ho mantenuto un bel rapporto di amicizia con tutti, sento ancora i ragazzi e anche a distanza li sostengo, perché sono un gruppo fantastico e meritano il meglio».

Come giudichi la prestazione e la vittoria di La Spezia? Una bella reazione, per cancellare il doloroso k.o. contro il Venezia… «Dopo una sconfitta tanto beffarda, inattesa e a mio avviso immeritata, non era facile rialzarsi subito, invece la squadra si è presentata su un campo ostico come il Picco e ha fatto la sua partita dall’inizio alla fine, con lucidità e personalità. Certo, il punteggio si poteva sbloccare prima, ma a differenza della gara precedente c’era la sensazione che alla fine il gol sarebbe arrivato, e così è stato».

Ti piace il nuovo vestito tattico che Mihajlovic ha cucito addosso alla squadra? «Molto, specialmente perché ha sistemato il settore difensivo: la qualità davanti c’è sempre stata, grazie a giocatori capaci di inventarti la giocata in qualsiasi momento, mancava un po’ di organizzazione nella zona nevralgica, così da garantire una certa copertura dietro. Mi sembra che il Bologna non abbia perso la sua indole offensiva e il suo coraggio, ma via via sta diventando più solido. E quando una squadra acquisisce solidità, tutto funziona meglio».

Domanda facile: meglio Arnautovic o Palacio? «Eh sì, facilissima… (ride, ndr). Hanno caratteristiche molto diverse, diciamo che mi sarebbe piaciuto vederli insieme, Arnautovic centravanti e Rodrigo seconda punta, sarebbero stati una coppia fantastica. Ma anche Barrow è fortissimo e in quel ruolo segnerà tanti gol, ne sono sicuro. Arnautovic ha carattere, forza, qualità, inventiva, è in grado sia di finalizzare che di mettere i compagni nelle condizioni di farlo, come testimonia l’assist fornito domenica a Musa, che poi ha scheggiato il palo. Rappresenta sicuramente la differenza principale rispetto al BFC della scorsa stagione, insieme ad un’altra…».

Quale? «La presenza fissa di Medel al centro della difesa: per me Gary è un giocatore incredibile, sa organizzare e comandare il reparto come pochi, averlo finalmente in forma e sempre in campo è un valore aggiunto enorme».

Era dal 2002 che il BFC non otteneva almeno 21 punti nelle prime 14 giornate: realisticamente, a cosa possono aspirare i felsinei in questo campionato? «Ovviamente da tifoso sarei entusiasta di arrivare in Europa, ma adesso credo sia fondamentale tenere i piedi per terra e non esaltarsi troppo: la squadra è valida, ci sono tanti giovani di qualità, però bisogna restare umili e continuare a lavorare sodo. Avendo vissuto il Bologna da dentro, posso dire che la strada intrapresa dal presidente Saputo è quella giusta: uno con la sua forza economica, già al primo o al secondo anno di A avrebbe potuto investire solo sui giocatori e magari raggiungere subito l’Europa, ma in quel momento il club non sarebbe stato pronto perché non c’erano le fondamenta su cui poggiare tutto. Si è invece scelto di mettere un mattone per volta, rendendo solida la società in ogni settore e preparandola per palcoscenici prestigiosi su cui poi rimanere, una volta raggiunti. Intanto spero che i ragazzi riescano a concludere il campionato nella parte sinistra della classifica, magari intorno all’ottavo posto, con un bel bottino di punti e molta consapevolezza in più sul proprio valore, così da scalare il gradino europeo l’anno seguente».

Tra i tanti giovani di talento presenti in rosa, chi pensi che farà più strada? «Cito Hickey perché ogni volta che lo vedo in azione mi dimentico che è un 2002, ha già una testa e una padronanza incredibili. Ma la lista è lunga e tutti loro sanno quanto li stimo, io e gli altri senatori dello spogliatoio gli ripetevamo spesso di credere in se stessi perché non gli manca nulla per diventare dei grandi calciatori, con la speranza di vederli a lungo in maglia rossoblù. Oggi a ricoprire quel ruolo sono rimasti De Silvestri, Soriano, Medel, Sansone e lo stesso Arnautovic, che mi dicono sia molto disponibile coi compagni: l’esempio e i consigli degli elementi più esperti sono fondamentali per la crescita dei ragazzi».

Spesso hai elogiato e difeso Skorupski: quali pensi che siano i suoi punti forti, e quali invece gli aspetti dove può e deve migliorare? «In un certo senso il portiere non smette mai di migliorare, perché il calcio cambia sempre e chi gioca in quel ruolo si deve continuamente adattare. Per me Lukasz tra i pali è fortissimo, uno dei più bravi che ho visto da quando sono in Italia, anche in allenamento è molto difficile fargli gol. Pure lui sa di dover migliorare un po’ coi piedi e nelle uscite alte, ma più in generale sul piano mentale nella gestione dei momenti delle partite. Comunque fin dalla seconda parte della scorsa stagione lo sto vedendo più maturo e consapevole, e in particolare adesso credo che la compattezza difensiva lo stia aiutando: se ti senti ben protetto, la tua sicurezza aumenta. L’anno scorso la squadra era un po’ troppo scoperta, Lukasz faceva tante parate ma prendeva anche tanti gol, e a forza di prenderne si perde fiducia. Un discorso simile può essere fatto per la difesa, che ora viene schermata meglio dal centrocampo e va meno in affanno».

Durante la passata stagione si era rotto qualcosa nel rapporto tra te e Sinisa? «Non ho mai avuto nulla contro il Mihajlovic allenatore, che conosco fin dai tempi della Samp, lui e il suo staff sono bravissimi. Semplicemente l’anno scorso non ho apprezzato alcuni suoi atteggiamenti extra campo, specie nei momenti in cui le cose non andavano bene: pensavo si dovesse comportare e rapportare in maniera diversa e gliel’ho fatto notare, così ci siamo un po’ scontrati. Sia chiaro, niente liti o discussioni pesanti, solo una marcata differenza di vedute. Cercate di capirmi, avendo trascorso tanti anni nel Bologna sentivo un forte senso di responsabilità, soprattutto nei momenti difficili, e questo mi portava spesso ad intervenire e a farmi sentire. Ma non è detto che avessi sempre ragione io».

Guardando indietro ai sei anni e mezzo trascorsi in rossoblù, qual è stato il momento più bello? «Ce ne sono stati molti, sia belli che meno belli, ma la promozione in Serie A resta ineguagliabile. Non solo la serata del 9 giugno 2015, ma anche i cinque mesi che l’hanno preceduta, tra i più intensi della mia vita. L’impatto con Bologna è stato travolgente: il club, la città, la passione dei tifosi, e intanto c’era un obiettivo fondamentale da raggiungere, per nulla semplice e scontato. Siamo arrivati al traguardo con grande sofferenza, ma la gioia provata tutti insieme su quel triplice fischio finale non la scorderò mai».

E invece, ripercorrendo la tua intera carriera, hai qualche rimpianto? «Zero, sono davvero felice di quanto fatto nel mio percorso calcistico, andando oltre le mie possibilità: mi sono sempre considerato un portiere normale, e per me è incredibile essere arrivato a giocare in club importanti di Serie A e B, e persino a debuttare in Europa League. Ringrazio Dio, la mia famiglia e tutti quelli che mi hanno aiutato e costruire una bellissima carriera, e ringrazio me stesso per averci sempre creduto, con serietà e impegno, allenamento dopo allenamento, dando valore alle cose. Anche questo è un concetto che ripetevo spesso ai più giovani nello spogliatoio: siamo persone fortunate e non dobbiamo sprecare l’opportunità che ci è stata concessa».

Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta Bologna per te? «Bologna è stata casa e lo sarà di nuovo in futuro, perché è il posto dove voglio che crescano i miei figli Leonardo e Tommaso, nati entrambi al Sant’Orsola. Il tempo di sistemare alcune cose e torneremo: io e la mia famiglia siamo rimasti molto legati alla città, ci sentiamo bolognesi e anche in debito coi bolognesi, per tutto quello che ci hanno dato. E poi c’è il BFC, un grande club che merita di essere riconosciuto come tale: personalmente l’ho fatto fin dal primo giorno e sono contento che oggi sempre più persone, calciatori in primis, la pensino allo stesso modo».

Chissà che un domani tu non possa tornare a Casteldebole… «Sono rimasto in contatto con la dirigenza rossoblù ma non abbiamo mai approfondito l’argomento: adesso, come detto, mi sono preso una piccola pausa dal mondo del calcio e sono concentrato su altro, ma per il futuro mai dire mai. La cosa fondamentale e che mi fa stare più sereno, e qui parlo da tifoso, è sapere che sì, ci sono stati un po’ di alti e bassi, ma le cose nel Bologna stanno procedendo per il verso giusto: dal presidente Saputo, una persona seria e che ci tiene, fino alle tante persone che operano in maniera encomiabile dietro le quinte, tutti lavorano col solo obiettivo di riportare in alto il club. In un futuro non lontano verranno raccolti a pieno i frutti di questo lavoro, e fidatevi, saranno frutti importanti».

Simone Minghinelli

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Foto: bolognafc.it