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Soriano: “Un dispiacere non essere rimasto a Bologna, così come l’Europeo mancato. Devo tanto a Sinisa, la squadra di oggi può raggiungere un grande obiettivo”

Soriano: "Un dispiacere non essere rimasto a Bologna, così come l'Europeo mancato. Devo tanto a Sinisa, la squadra di oggi può raggiungere un grande obiettivo"

Ph. Getty Images

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Tredici stagioni da professionista e oltre 400 partite con le squadre di club, un terzo delle quali disputate con la maglia del Bologna, anche nelle vesti di capitano: parliamo di Roberto Soriano, 153 presenze dal 2019 al 2023 coronate da 18 gol e 26 assist, un centrocampista davvero forte e completo che non a caso, nel corso della carriera, ha fatto parte anche della Nazionale azzurra. Dopo aver concluso l’estate scorsa la sua avventura sotto le Due Torri, il classe 1991 nativo di Darmstadt è stato chiamato a recuperare da un fastidioso problema al ginocchio, ma adesso spera di tornare presto in pista (e francamente farebbe molto comodo a diverse squadre di Serie A). Oggi intanto abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e con lui abbiamo parlato del BFC di ieri e di oggi, tra ricordi e speranze, raccogliendo le opinioni sempre sincere e avvedute di un ragazzo che ai colori rossoblù ha dato tantissimo.

Ciao Roberto, è un piacere ritrovarti: come stai? Al momento hai qualche proposta sul tavolo o ne hai avuta nel recente passato? «Da quando è iniziata la stagione ho ricevuto alcune offerte, ma avevo concluso lo scorso campionato con dei problemi al ginocchio destro e in seguito ho avuto due ricadute che mi hanno costretto ad un piccolo intervento. Ora sto recuperando e spero non manchi molto al mio ritorno in campo».

Ti sarebbe piaciuto rimanere al Bologna? Sei rimasto sorpreso dalla mancata riconferma? «Sorpreso no, ma sicuramente mi avrebbe fatto piacere restare. Ogni tanto leggevo qualche notizia, priva di fondamento, che dava per certo il mio ritorno in rossoblù se mi fossi ridotto l’ingaggio: questo non sarebbe stato un problema, speravo di proseguire la mia esperienza a Bologna perché io e la mia famiglia ci siamo trovati benissimo, e mi è dispiaciuto che le cose non siano andate a buon fine. Comunque non ho rimpianti, ho sempre dato tutto per me e per i compagni e ho vissuto una bellissima esperienza di quattro anni e mezzo, in un mondo come quello del calcio che vede i giocatori trasferirsi di continuo».

La soddisfazione più grande in maglia rossoblù? «Tra le tante cose positive ricordo con enorme piacere i primi sei mesi, per nulla facili ma che hanno rappresentato la più bella soddisfazione con la salvezza e il decimo posto finale: quando arrivammo io e Sansone la squadra non era messa bene, poi però grazie a Sinisa abbiamo fatto un girone di ritorno fantastico per gioco, risultati e piazzamento in classifica. Mesi duri, con tanta pressione addosso, ma senza dubbio quelli che mi hanno reso più felice».

L’ultimo gol il 18 febbraio 2023, due giorni prima del compleanno di Mihajlovic e contro quella Samp dov’era iniziato il vostro percorso assieme: cos’è stato il mister per te? «Un punto di riferimento a cui devo tantissimo, come allenatore e come uomo: grazie al suo arrivo alla Sampdoria ho trovato continuità in Serie A, sono esploso e ho raggiunto la Nazionale, poi ci siamo ritrovati a Bologna e sotto la sua guida ho continuato a fare ottime cose, godendo della sua piena fiducia. Nello specifico, quel gol a Marassi ha generato un mix di emozioni dentro me, non a caso nell’intervista post gara mi sono commosso pensando a lui».

Stagione 2020/21: 9 gol e 4 assist, miglior mezzala italiana per cifre e una delle migliori in assoluto per rendimento. La mancata convocazione all’Europeo poi vinto è ancora una ferita aperta? «In quella circostanza ho sperato più di altre volte nella convocazione: ero già nel giro azzurro da un po’ e venivo da una stagione di livello, quindi ci credevo per davvero. All’incirca lo stesso era accaduto ai tempi della Sampdoria, sempre con Mihajlovic come allenatore, quando Conte mi chiamò varie volte durante l’annata ma poi rimasi fuori dal gruppo per Euro 2016. Con Mancini ero realmente convinto di potercela fare, visto il campionato disputato in rossoblù, ed è stato un forte dispiacere non far parte di quella spedizione».

L’ultima stagione sotto le Due Torri l’hai vissuta con Motta in panchina: com’era il rapporto col mister, già tuo compagno proprio in Nazionale? «Thiago l’avevo incontrato per la prima volta nel 2016, quando ci ritrovammo a Coverciano durante una tornata di convocazioni, ma il tempo a disposizione era stato poco e non potevo dire di conoscerlo bene. A Bologna il rapporto tra noi si è sviluppato in maniera normale, come spesso accade tra i componenti di un gruppo e un allenatore appena arrivato. Poi certo, specie all’inizio essendo il capitano ho avuto qualche confronto in più con lui, ma in generale non ha mai fatto distinzioni tra noi giocatori: tutti alla pari. E a livello di campo devo dire che anche con lui ho giocato abbastanza, seppur in ruoli e posizioni un po’ diversi da quelli abituali».

Veniamo al presente: ti aspettavi uno Zirkzee così determinante al primo anno da titolare in Serie A? «Magari non pensavo ad un impatto così forte fin da subito, ma alla lunga non nutrivo troppi dubbi: già l’anno scorso in allenamento si vedevano le qualità tecniche e fisiche, il resto l’ha fatto l’aver aumentato l’autostima e trovato la piena fiducia del tecnico. In questa stagione è emerso con ottime prestazioni all’interno di una squadra che gioca bene, il tipo di calcio praticato dal Bologna l’ha messo nelle condizioni di esprimersi al meglio ma la sua base era già notevole. Personalmente ero sicuro che, mantenendo la testa sulle spalle, sarebbe esploso: Joshua è un attaccante moderno e completo, bello e funzionale».

Da centrocampista col vizio del gol, quali similitudini e differenze vedi tra te e Ferguson? «Lewis è un giocatore molto duttile e disponibile che può ricoprire diversi ruoli: centrocampista offensivo, interno, mezzala, persino seconda punta, gli piace muoversi e ha dei tempi d’inserimento invidiabili. Qualcosa abbiamo in comune ma non siamo del tutto simili: forse lui ha un maggior impatto fisico rispetto a me e caratteristiche prettamente da interno, mentre io mi so forse adattare meglio in posizione decentrata, partendo da sinistra come ai tempi del Villarreal in un 4-4-2 o più di recente nel 4-2-3-1 di Motta».

Da oltre due mesi il Bologna occupa stabilmente posizioni di prestigio: a tuo avviso questa squadra vale l’Europa o sarebbe una mezza impresa arrivarci? «Lo scorso agosto, quando il club ha ceduto in rapida successione Arnautovic, Schouten e Dominguez, ero un po’ preoccupato per la piega che stava prendendo il mercato. Invece poi la rosa è stata sistemata a dovere, concludendo benissimo la sessione estiva: immaginavo che il Bologna avrebbe fatto delle belle cose ma non a tali livelli, però se la squadra è ormai fissa in quella fascia di classifica significa che le qualità ci sono tutte. Non sarà facile rimanere in alto fino alla fine, mantenendo standard così elevati sul piano tecnico, tattico e fisico, senza dimenticare la concorrenza agguerrita delle big, ma la sensazione è che il gruppo sia mentalizzato verso un grande obiettivo. E in grado di raggiungerlo».

Riccardo Rimondi

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Foto: Getty Images (via OneFootball)