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Viviano: “A Bologna sono stato tanto bene, non sarei mai andato via. Con Sinisa ho un rapporto speciale, questa squadra può stupire”

Viviano: "A Bologna sono stato tanto bene, non sarei mai andato via. Con Sinisa ho un rapporto speciale, questa squadra può stupire"

Ph. Getty Images

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Se a Bologna nomini Emiliano Viviano scattano subito i rimpianti, ripensando a quelle due ottime annate vissute dal portiere di Fiesole sotto le Due Torri, ma specialmente a quella busta compilata male che nel giugno del 2011 lo consegnò all’Inter. Lo stesso discorso vale per lui, che nonostante il cuore viola è rimasto legatissimo alla piazza e alla maglia rossoblù, indossata 73 volte e sempre onorata, anche quando lo stipendio non arrivava e il club era sull’orlo del fallimento. Una carriera avventurosa ed emozionante, la sua, fatta di parate spettacolari e gravi infortuni, di stagioni importanti e parentesi sfortunate, l’ultima delle quali in uno Sporting Lisbona che non ha mai creduto in lui e da cui si è recentemente svincolato. Tra pochi giorni Viviano, che nel suo curriculum può vantare anche una FA Cup (vinta nel 2014 con l’Arsenal, pur senza mai giocare) e 6 presenze in Nazionale maggiore, sarà libero di accasarsi altrove e tornare a volare tra i pali, cosa che a 34 anni gli riesce ancora benissimo, e oggi lo abbiamo contattato per una chiacchierata a tutto tondo.

Emiliano, mai come stavolta starai contando i giorni che mancano alla fine dell’anno… «Eh sì, assolutamente. Purtroppo a Lisbona è andata così, ormai c’è poco da rammaricarsi, diciamo che mi sono preso un periodo sabbatico (ride, ndr). Da qualche tempo mi sto allenando con la Samp, che ringrazio per la disponibilità, finché non trovo una sistemazione vado avanti insieme a loro».

Come hai vissuto e sopportato questa lunga lontananza dal campo? «Ho la fortuna di giocare da una vita e di avere alle spalle una bella carriera, non mi posso lamentare. Quindi l’ho presa serenamente, ne ho approfittato per tenermi in forma e sistemare un po’ di cose in attesa di gennaio. Peraltro anche un anno fa, di questi tempi, ero nella stessa situazione, poi sono andato in prestito alla Spal».

Brescia, Cesena, Bologna, Inter, Palermo, Fiorentina, Arsenal, Sampdoria, Spal e, appunto, Sporting Lisbona: quale sarà la prossima tappa? «Ho qualcosa in ballo, vediamo come evolve. Preferirei rimanere in Italia, però non mi pongo limiti. Ho già fatto due esperienze all’estero, non positive a livello di presenze ma che comunque mi hanno insegnato tante cose, quella a Londra mi è piaciuta molto».

Se ti dico Bologna, a cosa pensi? «In primis a due persone che hanno lasciato un segno importante dentro di me. Una è Alberto Malesani, allenatore troppo sottovalutato col quale ho avuto un rapporto bellissimo: il calcio italiano si è un po’ dimenticato di lui e mi dispiace molto. L’altra è Daniele Portanova, che era ed è un fratello, grande difensore che mi ha insegnato il significato della parola ‘leadership’».

Quelle furono due stagioni a dir poco intense… «Conquistammo due salvezze insperate, specialmente la seconda in mezzo a mille problemi societari, stringendoci tantissimo alla città. E io andai in Nazionale, riportando un calciatore del Bologna in maglia azzurra sei anni dopo Carlo Nervo, una bella soddisfazione».

Ieri hai visto la partita contro il Lecce? Ottanta minuti di grande calcio, poi qualche brivido di troppo… «Conoscendo Sinisa, si sarà incazzato come una bestia (ride, ndr), ma fa tutto parte del percorso di crescita. Il Bologna ha in rosa tanti giovani e in estate ha cambiato diverse pedine, specialmente dietro, senza dimenticare i numerosi e pesanti infortuni capitati fin qui. Vincere fuori casa, peraltro dominando, non è mai semplice, guardando all’opera la squadra riconosco esattamente la mentalità di Mihajlovic, una degli uomini che stimo di più nel mondo del calcio».

Con Sinisa hai condiviso una stagione a Genova: probabilmente la sua forza e il suo coraggio non ti hanno stupito, ma come allenatore ti aspettavi un exploit del genere? «A Bologna sta facendo cose straordinarie, ma io l’ho sempre considerato un grande tecnico. Quell’anno alla Samp facemmo il record di punti nel girone d’andata da quando ne vengono assegnati tre a vittoria, poi chiudemmo in calo ma anche per qualche stravolgimento di troppo sul mercato di gennaio. Al Milan è stato uno dei migliori allenatori degli ultimi anni, con anche una finale di Coppa Italia, e al Torino uguale. Certamente ha il suo bel caratterino, non scende mai a compromessi e le cose vanno fatte come dice lui, ma se ti dice bianco è bianco e se ti dice nero è nero. E siccome anche io in carriera ho avuto qualche problema proprio per questo motivo, è stato normale legare con lui fin da subito. Se lo mandavo affanculo lui ci mandava me e dopo due minuti era già tutto finito, perché Sinisa è una persona onesta e leale, ti dice le cose in faccia e ti fa capire dove stai sbagliando».

Credi che il nono posto attuale rispecchi quanto visto finora sul campo? «A mio avviso manca qualche punto, però il campionato è ancora lungo e i cavalli si vedono all’arrivo, come si suol dire. Sulla carta ci sono sei-sette squadre sicuramente più attrezzate ma il Bologna lo vedo lì appena sotto, pronto a stupire».

Dove ritieni sia migliorabile l’organico rossoblù, per mantenersi a questo livello e magari ambire a qualcosa in più? «Intanto sono convinto che diversi giocatori già presenti in organico abbiano ampi margini di miglioramento. E poi, come dicevo prima, gli infortuni hanno avuto il loro peso e condizionato il rendimento della squadra, Mihajlovic non ha quasi mai avuto a disposizione il gruppo al completo. Forse si potrebbe inserire un centravanti con caratteristiche diverse rispetto a Destro e Santander, anche per dare ogni tanto un po’ di respiro a Palacio, campione fantastico che ho sempre ammirato molto. Dietro direi un terzino sinistro, visto il perdurare dell’assenza di Dijks, mentre al centro so quanto il mister apprezzi Lyanco ma anche che si tratta di un affare complicato».

Sempre a proposito di ex blucerchiati, ma quanto è forte Soriano? «Troppo forte. A parte che è un mio grande amico, ma è davvero centrocampista completo, un trequartista moderno e intelligente. Talvolta gli capita di sbagliare qualche gol, è vero, però è un elemento estremamente prezioso a livello tattico: fa da raccordo tra mediana e attacco, usa entrambi i piedi, sa farsi sempre trovare tra le linee e giocare spalle alla porta. Il Villarreal nel 2016 lo pagò quasi 15 milioni di euro, una valutazione da giocatore importante che infatti era anche nel giro della Nazionale, e in Spagna aveva collezionato più di 70 presenze e 11 gol. Durante il mio periodo a Ferrara andavamo spesso a cena insieme e so che a Bologna si trova molto bene, la città gli piace tantissimo».

Quest’anno Skorupski è finito spesso nel mirino della critica: a te piace? «Ha caratteristiche abbastanza diverse dalle mie, è molto esplosivo e agile nonostante la stazza, inoltre sa giocare bene di piede e non ha paura di prendersi qualche rischio. Quindi nel complesso sì, mi piace, lo ritengo un portiere assolutamente affidabile».

Dai 28-30 anni in su quanto può ancora crescere un portiere? «Credo che da una certa età in poi sia più una questione mentale e di esperienza piuttosto che fisica, si impara magari a stare meglio in porta e a non commettere più certe leggerezze. Io, ad esempio, ho trovato sulla mia strada Giampaolo che avevo già 31 anni, eppure lui ha perfezionato il mio posizionamento tra i pali e mi ha insegnato a vedere il calcio in maniera diversa, facendomi giocare molto di più con i piedi».

Dopo la sosta si riparte proprio con Bologna-Fiorentina, e chissà come arriverà la tua Viola a quella sfida… «La Fiorentina sta vivendo un momento strano: la stagione è iniziata con un entusiasmo pazzesco per l’arrivo della nuova proprietà e gli investimenti fatti sul mercato, poi però i risultati non sono andati di pari passo con le aspettative e ora c’è grande scoramento. Senza dubbio sia la società che Montella hanno delle attenuanti, perché stare spesso senza i tuoi due giocatori più forti, Chiesa e Ribery, è un bel peso. Sono sicuro che a gennaio Commisso interverrà ancora per sistemare la rosa, mentre riguardo alla panchina leggo che i favoriti sono Prandelli e Iachini. Io li ho avuti entrambi e li considero due bravi allenatori: il primo conosce benissimo la piazza da mister, il secondo è stato un idolo da giocatore, credo verrà fatta una scelta guardando non solo al presente ma anche al prossimo futuro».

C’è un messaggio che vuoi mandare a Mihajlovic e ai tifosi del Bologna? «A Sinisa gli ho già scritto più di una volta, ora che sta meglio lo verrò presto a trovare. Non c’è bisogno di un messaggio pubblico, tra di noi c’è un forte affetto e un rapporto splendido, ero andato in Portogallo proprio per lui. Bologna è una città meravigliosa piena di gente meravigliosa, concordo con chi dice che spesso la città la fa la gente. Quando ho affrontato il Bologna mi sono preso anche qualche fischio, ma visti i miei trascorsi nella Fiorentina e nella Spal è normale, per la piazza rossoblù provo solo affetto e gratitudine perché da voi sono stato davvero tanto bene. E infatti l’ho sempre consigliata a miei ex compagni in procinto di trasferirsi, come lo stesso Soriano o prima ancora Gastaldello. La mia storia sotto le Due Torri è finita in maniera particolare ma io non avevo colpe, nonostante le difficoltà societarie mi sarebbe piaciuto rimanere».

In effetti il modo in cui sei stato perso alle buste rappresenta ancora un grosso rimpianto da queste parti, perché con te si poteva aprire un ciclo. «A me non piace avere rimpianti ma guardare sempre alle cose positive che la vita mi ha dato, in carriera ho girato parecchio e conosciuto tante belle realtà. Certo, magari a Bologna potevo restare a lungo e mettere radici, chissà… Comunque, detto sinceramente, se anche il club fosse riuscito a riscattarmi alle buste credo che poi mi avrebbe messo di nuovo sul mercato, all’epoca c’era un’enorme necessità di fare cassa per sistemare i conti. In seguito sono stato vicino a tornare un paio di volte, e mi sarebbe piaciuto, ma alla fine non se n’è fatto nulla».

Una curiosità: perché da qualche anno indossi il numero 2? «È nato tutto una sera, insieme ad alcuni amici, ero appena passato dall’Arsenal alla Sampdoria e stavamo guardando la lista dei numeri di maglia liberi. Per me il portiere dovrebbe sempre indossare la 1, ma era occupata, e visto che i numeri alti non mi piacciono ho preferito prendere il primo disponibile tra quelli bassi, che era il 2. Mi ha portato bene ed è diventato quasi iconico, essendo una scelta insolita per un portiere, così me lo sono tenuto anche alla Spal».

Io la butto lì: la numero 2 del Bologna è libera… «Eh, magari…».

Simone Minghinelli

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