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La maturità è quando arbitro fischia

La maturità è quando arbitro fischia

Ph. Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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Quando il Parma ha segnato il rigore dell’1-2, io ho pensato che fosse finita. Non la partita, naturalmente, perché mancavano ancora diversi minuti più il recupero, che nel calcio contemporaneo è diventato una specie di mutuo a tasso variabile, sai quando comincia ma non quando finisce. Ho pensato che fosse finita la nostra felicità. Che avremmo preso gol, che il Parma avrebbe pareggiato all’ultimo minuto, magari con una deviazione del ginocchio di uno che non aveva mai segnato in Serie A, e che saremmo tornati a Bologna con un punto, una gran rabbia e quella frase che conosciamo tutti: queste partite bisogna chiuderle prima.

Lo pensavo perché l’anno scorso, secondo me, sarebbe andata così. Magari mi sbaglio. Magari ho una memoria selettiva, che è una cosa molto comoda quando si parla di calcio e assai meno quando si discute con la propria moglie. Però io con Italiano godevo, godevo tantissimo, e non voglio rinnegare nemmeno mezzo minuto di quella felicità. Solo che a volte avevo l’impressione che il Bologna potesse fare qualunque cosa, compresa quella di prendere gol mentre gli avversari stavano ancora decidendo se attaccare.

Poi il Parma non ha pareggiato. Questa è la notizia. Il Bologna ha vinto, due a uno, e io sono rimasto lì a guardare il risultato come quando trovi venti euro in una giacca che non mettevi da un anno. Non è che quei venti euro ti cambino la vita. Però per qualche minuto sì. E allora mi è tornata in mente una cosa che aveva detto Palladino. Aveva parlato di «prova di maturità». Una di quelle espressioni che gli allenatori adoperano continuamente, assieme a dare continuità, lavorare a testa bassa e pensare partita dopo partita, che ormai sono formule obbligatorie e forse vengono insegnate a Coverciano prima ancora di spiegare il fuorigioco. Però stavolta ci ho creduto. Perché forse la maturità è proprio questa cosa qui: conoscere già il finale di una partita, essersi preparati psicologicamente alla delusione, e poi scoprire che il finale è cambiato.

La partita, intendiamoci, non è stata un trattato di perfezione calcistica. Il Parma è rimasto in dieci dopo nove minuti, il Bologna ha tirato, sprecato, fatto arrabbiare, trovato davanti un portiere che sembrava aver ricevuto una comunicazione personale dal Padreterno. Poi Theate ha segnato, Orsolini ha raddoppiato su rigore, e sul due a zero si poteva anche pensare di andare a preparare la cena. Invece è arrivato un altro rigore, quello del Parma, e il VAR è tornato protagonista di una serata nella quale l’arbitro Zufferli avrà probabilmente consumato più conversazioni telefoniche di un centralinista degli anni Novanta. A questo proposito vorrei ricordare Vujadin Boskov, che era un filosofo jugoslavo travestito da allenatore di calcio e aveva capito tutto molti anni prima dell’introduzione della tecnologia: «Rigore è quando arbitro fischia». Una frase che contiene più saggezza di parecchi regolamenti e che adesso andrebbe aggiornata, ma non lo farò perché Boskov non avrebbe approvato.

La maturità, dicevo. Non so esattamente quando si diventi maturi. Io ho quarantatré anni e continuo a innervosirmi quando qualcuno mette il carrello della spesa di traverso al supermercato, quindi evidentemente non è una questione anagrafica. Forse ha a che fare con le abitudini. Vincere una partita può capitare. Vincerne quattro di fila comincia a essere un’abitudine. E un’abitudine è una cosa molto più seria di un’emozione, perché è il momento in cui smetti di aspettare che succeda qualcosa di bello e cominci, con una certa prudenza, a pensare che potrebbe succedere ancora. Palladino sembra aver convinto questi ragazzi che la vittoria non sia un incidente fortunato, ma una possibilità concreta. Io invece, evidentemente, sono rimasto qualche capitolo indietro.

Perché io non voglio diventare un tifoso maturo. Non del tutto, almeno. Un tifoso maturo dovrebbe guardare il rigore del Parma, considerare che il Bologna è comunque avanti, che gioca con un uomo in più, che ha dimostrato superiorità, e concludere serenamente che ci sono buone probabilità di vincere. Io invece ho visto il pareggio prima ancora che il Parma si avvicinasse alla porta. L’ho visto, l’ho sofferto, mi sono arrabbiato preventivamente. Ho addirittura perdonato un risultato che non esisteva. In questo senso sono un tifoso di straordinaria efficienza: riesco a rovinarmi una vittoria mentre la sto ancora vincendo. Però forse la felicità calcistica funziona proprio così, nasce dalla distanza tra quello che temiamo e quello che accade. Se fossimo sempre certi di vincere, vincere diventerebbe una faccenda amministrativa. E io non ho cominciato a seguire il Bologna per migliorare le mie competenze amministrative.

Resta il fatto che Palladino aveva ragione. Il Bologna ha mostrato una maturità che io non ho ancora raggiunto. Ha lasciato aperta una partita che avrebbe potuto chiudere molto prima, e questo è un difetto sul quale bisognerà lavorare. Ma poi non si è fatto raggiungere. Ha resistito a quella strana forza di gravità che per anni sembrava riportare certe nostre partite verso il pareggio, indipendentemente da quello che succedeva in campo. E io continuo a pensare che con Italiano questa partita forse sarebbe finita diversamente. Non perché Italiano fosse meno bravo, o perché Palladino sia migliore. Sono due allenatori diversi, due modi diversi di costruire una squadra, due felicità che non hanno bisogno di battagliare tra loro. E soprattutto è una mia impressione, non una statistica. Però quella sensazione ce l’ho, e non posso fingere di non averla.

Boskov diceva anche «Partita finisce quando arbitro fischia». Aveva ragione, naturalmente. Ma c’è una cosa che non aveva detto, e che mi permetto di aggiungere io: la felicità comincia quando arbitro fischia, almeno certe sere. Perché prima ci sono la paura, la superstizione, i calcoli, le imprecazioni, i fantasmi delle partite precedenti. Dopo c’è il risultato. E allora forse diventare maturi significa imparare che il futuro non deve necessariamente assomigliare al passato. Che il gol di culo al novantaseiesimo, quello che già vedevi arrivare, qualche volta non arriva.

Il Bologna, forse, lo ha capito.

Io ci sto lavorando.

Ma intanto abbiamo vinto a Parma.

E per stavolta, quanto a felicità, direi che può bastare.

Riccardo Astolfi

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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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